Le voyage en Arménie

FRANCIA - 2005
Le voyage en Arménie
Quando gli viene diagnosticata una grave malattia, poiché sa che non ha più molto tempo da vivere, Barsam decide di realizzare il suo sogno di tornare in Armenia, la sua terra natia. Barsam ha una figlia, Anna, una donna che sembra essere sempre sicura delle sue azioni e dei suoi sentimenti e, prima di morire, vorrebbe regalarle il dono per lui più importante, la capacità di saper dubitare. Architetta così un piano. Fugge dalla Francia all'improvviso e senza dire niente ad Anna, ma le lascia numerosi indizi che, ricomposti, le permetteranno di ritrovarlo. Anna parte alla ricerca del suo vecchio padre e, come lui desiderava, compirà un viaggio di formazione, rivivendo una nuova adolescenza. Quando i due si ritroveranno l'uno davanti all'altra, in un piccolo villaggio tra le montagne del Caucaso, saranno entrambi cambiati. Lui ora è un uomo in pace con se stesso e lei si è trasformata in una donna pronta a mettersi in discussione e ad interrogarsi sui propri sentimenti e sulla propria vita.
  • Altri titoli:
    Armenia
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: AGAT FILMS & CIE, FRANCE 3 CINEMA

NOTE

- PREMIO 'FESTA DI ROMA-BNL' AD ARIANE ASCARIDE COME MIGLIOR INTERPRETE FEMMINILE ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006).

CRITICA

"Non è al suo massimo, qui, Robert Guédiguian, il regista dell'amarezza postindustriale, della coscienza operaia ferita, dell'orgoglio militante battuto e disperso, del film 'Marius et Jeannette' e 'La ville est tranquille'. Però per la prima volta dopo parecchi film in 'Le voyage en Arménie' questo cinquantatreenne marsigliese scava nelle sue origini armene. (...) Non è un film riuscito, dunque, ma un film che investe in modo molto sentito il nodo cruciale del rapporto con la propria identità e le proprie radici". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 14 ottobre 2006)

"Lo schema è arciclassico, l'autore di 'Marius e Jeannette' non è certo un cineasta che inventi, anzi qui si diverte pure col cinema di genere, perché no? Ma sa dare come pochi il calore, l'intensità, il senso profondo di un gesto, una lingua o un paesaggio. (...) Saranno le meravigliose chiesette scampate alla furia del tempo, sarà la maestosa bellezza del Monte Ararat (oggi in Turchia, come il film ci ricorda), sarà che Guédiguian fa tutto in famiglia (la ragazza che balla con gli esuli a Marsiglia, nella prima scena del fim, è proprio la loro figlia), ma alla fine di questo film disinvolto, quasi didattico e insieme toccante, ci sentiamo un po' armeni anche noi. E francamente non sapremmo fargli complimento migliore." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 ottobre 2006)

"Non è un film di stragi, ma è un film che, senza di esse, non ci sarebbe stato. Marsigliese di nascita, noto come il nuovo Pagnol per aver ripetutamente raccontato la città provenzale, Guédiguian spiazza lo spettatore che ignori le sue radici più profonde. Per giunta, recentemente malato, ma anche felicemente guarito, Guédiguian mescola alla storia remota la memoria recente, proponendo la sua condizione riflessa in quello del padre armeno e malato (Simon Abkarian), di una cardiologa francese (Ariane Ascaride, moglie del regista) che torna nella sua terra prima di un intervento. E la figlia lo insegue per recuperare un rapporto logoro, prima che sia troppo tardi. È un modo per portare sullo schermo Erevan, capitale armena, e dintorni, ricordandone anche la recente secessione dall'Unione Sovietica. Come tutti i film che prendono profondamente il loro autore, anche questo rischia di perdere per strada il pubblico, che non ha le stesse memorie. Didascalico nel tono, è comunque un buon modo per conoscere una realtà diversa." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 14 ottobre 2006)

"Il padre, armeno, vuole chiudere la vita nella terra natia e la figlia parte da Marsiglia alla sua ricerca: farà i conti con un mondo che aveva sempre rimosso, scoprendone il fascino ma anche gli orrori. Non il solito viaggio in cerca delle radici, ma un atto d'amore per una patria più sognata che davvero cercata, a tratti allegro a tratti commovente." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 ottobre 2006)
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