Le tre scimmie

Üç Maymun

TURCHIA, FRANCIA, ITALIA - 2008
Le tre scimmie
Una famiglia disgregata da piccoli segreti che nel tempo si sono trasformati in grosse bugie, tenta disperatamente di restare unita rifiutando di affrontare la Verità. Per evitare di rendere più difficile la situazione e più pesanti le responsabilità, si sceglie di negare questa Verità, rifiutando di vederla, di ascoltarla o di parlarne, come nella favola delle 'tre scimmiette'. Ma comportarsi così, basta a cancellare la Verità?
  • Altri titoli:
    Les trois singes
    Three Monkeys
  • Durata: 109'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: HD, SCOPE, 35 MM
  • Produzione: ZEYNOFILM, NBC FILM, PYRAMIDE PRODUCTIONS, BIM DISTRIBUZIONE, IMAJ
  • Distribuzione: BIM
  • Data uscita 12 Settembre 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Boris Sollazzo

Non vedo, non sento, non parlo. La parabola delle tre scimmiette, icone dell’omertà (non solo mafiosa) sono un modo di dire, ma anche di pensare e di vivere. Nuri Bilge Ceylan, raffinato e acuto cineasta, ne ha fatto un esercizio di stile e un racconto di vita. Ha rinchiuso i tre simpatici animaletti nei corpi di una famiglia turca: padre, madre e figlio. Lui non vede, lei non sente, lui non parla. Vittime e carnefici l’uno dell’altro, i loro silenzi e il loro amore morboso, tutto passa alla lente d’ingrandimento di un regista sensibile (anche troppo) e molto attento. Insoddisfazioni, depressioni, ricatti non solo morali tracciano un quadro di meschinità parallele e complementari. Il “capofamiglia” (Yavuz Bingol) accetta di farsi nove mesi di carcere addossandosi la colpa di un incidente causato da un politico in ascesa (Ercan Kesal). Abnegazione al lavoro e stoicismo paterno e maritale, è disposto a perdere se stesso per sistemare la famiglia. Quando torna, però, capisce che sta accadendo il contrario e la disperazione lo attanaglia, una rabbia impotente di fronte alla moglie lontana e distratta (Hatice Aslan) e al figlio opportunista e vendicativo (Ahmet Rifat Sungar). Un quadro sociale e familiare avvilente, in cui la bella e matura Hacer rappresenta il contraltare potente, sensuale e nobile (nel bene e nel male) di tre uomini schiavi delle proprie piccole ambizioni ed egoismi. Il suo torto è vivere, non votarsi al sacrificio ma bruciare di passione. Non a caso è lei il solo ritratto riuscito al pur bravo regista. Troppo compiaciuto di sé disegna un prologo lunghissimo e faticoso, si perde in virtuosismi narrativi e visivi, non ritrova mai la leggerezza piena di significati che aveva reso tanto speciali Kasaba e Uzak, e la svolta “noir” finale è tardiva seppur di grande forza. Nuri Bilge Ceylan rimane uno dei migliori artisti della macchina da presa (il premio alla regia a Cannes non gli è sfuggito), disegna fotogrammi che sembrano quadri. Un pregio che qui diventa un difetto: non è una personale, ma un film.

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 61. FESTIVAL DI CANNES (2008).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2009 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Largamente superiore è apparso, così, 'Uc Maymun' ('Le tre scimmie') di Nuri Bilge Ceylan soprannominato l'«Antonioni di Istanbul». Anche il cineasta turco, affronta col bisturi della cinepresa i nodi della parentela, ma la sua sensibilità è assai più intonata ai paesaggi umani e societari prescelti: grazie alla duttilità degli attori, le piccole storie di segreti e bugie, i tradimenti e gli affetti, le pulsioni sessuali e i tabù si concentrano in un film rarefatto eppure intenso, estenuato ma non soporifero." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 maggio 2008)

"Il bello di questo dramma alla Simenon non sta nei fatti decisivi quanto nei tempi morti, nelle esitazioni, nei rovelli, nell'ambiguità di cui è impregnato ogni rapporto, fra moglie e marito, fra madre e figlio, fra figlio e padre. Per non parlare del fantasma di quel fratello morto bambino che aleggia sopra di loro come un monito. Regia superba, attori bravissimi (specie la moglie, Hatice Aslan), sentimenti mai visti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 maggio 2008)

"Il regista turco Nuri Bilge Seilan in le 'Tre scimmie' scava nei meandri di una famigliola di Istanbul immersa in depressivi silenzi. (...) Camera spesso fissa su primissimi piani, silenzi interminabili, affascinanti paesaggi costantemente attraversati dal vento, interni angusti e abitati dall'ambiguità, Seilan ci regala un buon esercizio di stile, in cui la noia da autocompiacimento finisce per avere la meglio." (Roberta Ronconi,
'Liberazione', 17 maggio 2008)

"Miscela fra 'Delitto per delitto' di Hitchcock e 'Dramma della gelosia' di Scola, 'Le tre scimmie' di Nuri Bilge Ceylan è un altro capitolo della - chiamiamola così - 'Vita quotidiana sul Bosforo' senza sole (o quasi). Vincitore del Gran premio della giuria e del premio per l'attore al Festival di Cannes del 2003, Ceylan sa raccontare queste vicende di varia borghesia urbana. Però ha, logicamente, un senso del ritmo orientale, dilatato. (...) Se si ha pazienza, si possono contemplare ventosi paesaggi marini e mature nudità femminili, insolite per un film che viene da un Paese sempre meno secolarizzato, se vota Erdogan. Non si esclude un premio per Yavuz Bingöl." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 17 maggio 2008)

"La famiglia e le sue dinamiche sono al centro del film turco 'Uç maymun' ('Le tre scimmie', di Nuri Bilge Ceylan) e di quello brasiliano ('Linha de passe', 'Linea di passaggio', di Walter Salles e Daniela Thomas). Due gruppi familiari uniti dalla povertà e dalla difficoltà di comunicare. Nel primo, come dice il titolo, padre madre e figlio si comportano come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano, passando sopra a umiliazioni, tradimenti e delitti in nome di un po' di soldi e del sogno di una vita migliore. (...) Identica la sfiducia nel futuro e la rassegnazione di fronte alle miserie materiali e umane, simile l'occhio naturalistico che insegue uno spaccato di vita cercando di tenersi lontano dal patetismo o dal facile miserabilismo. Ma anche uguale il senso di insoddisfazione per due opere che sembrano non avere il coraggio di scelte coerentemente radicali: Ceylan fermandosi a una messa in scena che sa di «maniera», elegante ma in qualche modo scontata (e non riscattata dal gusto del dettaglio e dal calore del suo capolavoro, 'Uzak'); Salles e Thomas restando prigionieri di una visione prevedibile, ed edulcorata, della condanna alla povertà a cui non possono sfuggire i suoi personaggi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 18 maggio 2008)
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