Le strelle nel fosso

ITALIA - 1978
1700, nelle paludi nei pressi di Minerbio. In una casa isolata, da quando è scomparsa la signora Bedosti, vive una famiglia di soli uomini: l'anziano Giove, il padre, e i quattro suoi figli Silvano, Marione, Marzio e Bracco. Da anni in quella cascina, circondata da acque e posta su un fragile lingua di terra che non porta da nessuna parte, non si conosce immagine di donna. Ma una notte bussa Olimpia, una giovane pianista diretta alla villa dei Pepoli, che, essendosi impantanato il carro su cui viaggiava con tanto di pianoforte a bordo, è stata abbandonata dal contadino che trainava il carro con i buoi. In pochi giorni la giovane donna stabilisce un amichevole rapporto con ciascuno dei componenti della selvatica famiglia. Tutto sembra trasfigurarsi e i quattro giovanotti, nonché il loro padre, offrono la propria mano a Olimpia che accetta. Lo stravagante e multiplo matrimonio viene celebrato e festeggiato in una festa che dura un giorno e gran parte della notte. Quando gli uomini si svegliano, Olimpia non c'è più perché, raggiunto il carro, ha ripreso il suo viaggio. Questa storia, nel 1801, viene raccontata da un misterioso personaggio a una ragazza che ha le sembianze di Olimpia.

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO TURISMO E SPETTACOLO ART.28.

- ATTREZZISTA NON ACCREDITATO: SERGIO STIVALETTI.

CRITICA

"(...) Film sulla Morte e sulla Bellezza, riassunte nella figura tenera e aggraziata di Roberta Paladini, "Le strelle nel fosso" è il tentativo (forse) disperato di recuperare, in cadenze ora giocose ora liriche, il segreto d'immaginazione folclorica e della sua inspiegabile sopravvivenza a ogni trasformazione sociale e tecnologica in una zona nascosta dello spirito umano. Esistono, a mio avviso, diverse cose apprezzabili in questo film del bolognese Pupi Avati: la luce del paesaggio delle valli (di Comacchio) e il suo rapporto con gli interni della casa, l'affiatamento di una squadra di attori che "giocano" con ilare brio i loro personaggi sul filo di una ingenuità che non scade quasi mai nel bambineggiamento lezioso; l'arcadico e pur raffinato estro delle incursioni nel fantastico popolare. Ma soprattutto m'attrae - nell'ambito di un rifiuto della favola come apologo morale (ma, anche se sospeso, un "senso" c'è...) - la modulazione della voce con cui Pupi Avati racconta". (Morando Morandini, 'Il Giorno').
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy