Le deuxième souffle

FRANCIA - 2007
Le deuxième souffle
Dopo essere evaso dal carcere in cui era rinchiuso, il gangaster Gu ha alle calcagna tutta la polizia francese. Costretto a compiere un ulteriore crimine per raggranellare il denaro sufficiente per fuggire insieme alla sua compagna Manouche, il malvivente cade in un tranello della polizia atto a porlo in cattiva luce agli occhi dei suoi complici. Gu dovrà trovare il modo per riscattare il suo onore e allo stesso tempo restare in libertà.
  • Altri titoli:
    Second Wind
  • Durata: 155'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "Morire due volte" di José Giovanni (ed. I Polizieschi del Liocorno)
  • Produzione: ARP SÉLECTION

NOTE

- REMAKE DEL FILM "TUTTE LE ORE FERISCONO, L'ULTIMA UCCIDE!" DI JEAN-PIERRE MELVILLE.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' NELLA SEZIONE 'CINEMA 2007'.

CRITICA

"Ci sono film che conquistano per il loro stile e altri che piacciono malgrado il loro stile. 'Le deuxième souffle' di Alain Corneau, appartiene alla seconda categoria. Inutile naturalmente fare confronti con il capolavoro di Jean-Pierre Melville del '66 (in italiano si chiamava 'Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide'). Corneau non è così folle da voler rifare un film magnifico e perfetto. Diciamo che la sua è una diversa versione del romanzo autobiografico dell'ex-malavitoso José Giovanni, spostato avanti come epoca, ma pantografato nello stile smaltato e barocco che Hong Kong ha imposto al cinema d'azione di tutto il mondo. Comunque sia, lo stile espanso scelto dall'eclettico Corneau, altro francese innamorato del cinema americano e del jazz, è all'opposto del tono secco, essenziale, quasi astratto di Melville. Ralenti, luce dorata, gioco sottolineato di luci e inquadrature, enfasi su scene e costumi: se Melville depurava e concentrava, Corneau sottolinea la distanza storica giocando di accumulo. La cosa strana è che malgrado tutto a imporsi sono i personaggi, i dialoghi incalzanti in argot malavitoso, la visione del mondo che emerge da questo noir soffocante e implacabile come una tragedia di Corneille, interpretato da un cast di lusso anche se lontano anni luce dall'originale. (...) Peccato che enfasi visiva e meticolosità antiquariale non bastino a ridare vita a un mondo che resta remoto e convenzionale. Fra un anno non ricorderemo le sparatorie o le scene d'amore fra Auteuil e Monica Bellucci. Ricorderemo Auteuil solo nella sua stanza che a mezzanotte strappa al calendario il foglietto del 31 dicembre." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 ottobre 2007)

"L'aspetto migliore del film è costituito dagli sfondi, ora affollati e sfarzosi ora remoti e squallidi, della Francia fine anni Cinquanta, ricostruiti con trepida sensibilità e sottoposti ad un sapiente bagno nel colore digitale ad alta definizione: prima di fuggire all'estero con la donna amata, il ricercatissimo gangster accetta di eseguire un ultimo colpo; ma il simenoniano ispettore Blot (Blanc) fa credere alla mala che il loro leader li ha traditi per un piatto di lenticchie... Nella sinfonia del massacro le espressioni degli interpreti debbono giocoforza amalgamarsi con le cose, con l'unica eccezione della bellissima Bellucci che sembra, ahimé, vera anche quando il gioco registico retrò la vorrebbe finta." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 19 ottobre 2007)

"La recitazione decisamente ingessata degli attori, a cominciare da un Auteuil che dà l'impressione di essere addirittura bolso, rende ancor più siderale la distanza dal capolavoro di Melville e dai suoi uomini schiacciati tra un Codice che non va infranto e un Male che corrompe ogni cosa. Invece con Corneau tutto si riduce a un gioco meccanico, dove azioni e comportamenti non sanno quasi mai restituire l'ambiguità di una morale incapace di adeguarsi alla corruzione dei tempi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 ottobre 2007)

"Il piacere feticista, guardone, citazionista non è da criminalizzare: può dare semplicemente e legittimamente piacere un film tutto rivolto all'indietro e alimentato di altro cinema. Ma, una volta assaporato quel piacere, è necrofilo, museale, poco vitale e in una parola inutile. E che se un importante festival fotografa l'esistente così, per giunta con il clamore dell'apertura, questo non dice niente di ottimista." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 19 ottobre 2007)

"Corneau precipita 'Le deuxiéme souffle' dentro le strisce di un accurato fumettone, pieno di riferimenti e citazioni. Bella la ricostruzione, ma senza anima. Un po' come la Bellucci, bionda fatale, costretta a imitare tutte les femmes che hanno nobilitato il genere, compresa Brigitte Bardot. Il suo occhio è sempre languido, il suo petto è sempre ansimante, la sua mise è sempre perfetta. Bella senza anima, innamorata di un gangster per cui l'onore è più importante del cuore. Dell'originale rimane il sapore di qualche illustre dialogo, soprattutto quelli battuti dal commissario Blot." (Dario Zonta, 'L'Unità', 19 ottobre 2007)

"Purtroppo tutto è lento, lungo, pervaso da una retorica che oggi non ha più alcun senso romantico, e figura piuttosto ridicola. Peccato, non si comincia bene." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 19 ottobre 2007)

"Alain Courneau vuole rendere giustizia al romanziere. Quindi ficca nel film una quantità stordente di spiegazioni. Gangster e poliziotti si siedono a un tavolo, e vanno di chiacchiere. Doppiogioco, codici d'onore e ultimo colpo prima del ritiro: roba da dire non ce n'è, per fissare nella testa dello spettatore almeno i nomi dei personaggi. La rapina, fa a pugni con le altre scene d'azione, al rallentatore e con schizzi di sangue aggiornatissimi, anche se il film è ambientato negli anni Cinquanta (un po' troppo psichedelici). Se le due anime si dovessero di nuovo incontrare, preferiamo la combinazione inversa: un film che cambi la storia del cinema, ma divertente come un gangster movie." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 19 ottobre 2007)

"Il film, un remake intensivo del film di Melville, è ben fatto e godibile, anche se un po' troppo lungo per essere serenamente godibile. Gli arabeschi psicologici e i ghirigori narrativi rallentano un'azione che pure conosce picchi di tensione notevoli, come la fuga dalla prigione, la rapina, i magazzini abbandonati, la trappola della polizia e soprattutto le rese dei conti fra gangster. Il suo pregio, comunque, e in alcuni tratti anche il suo difetto, è la sua calligrafia noir che brilla nelle folli e ferree geometrie criminali, nelle traiettorie delle sparatorie, balisticamente impeccabili e pier-credibili, nei fatti d'amore e di morte che diventano fato, negli ambienti empatici e nei personaggi bidimensionali ma sempre ben profilati, come si conviene a un genere d'atmosfera." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 19 ottobre 2007)

"Un capolavoro non si bissa: si copia. Pur consapevole della temerarietà dell'impresa, coltivata per trent'anni, Alain Corneau ha rifatto 'Le deuxième souffle' di Jean-Pierre Melville, esponendosi al paragone con un classico. (...) 'Le deuxième souffle' è un film corale, dedicato 'a José' (Giovanni), figura straordinaria nel cinema, perché vi portò i ricordi di una gioventù movimentata, talmente movimentata che la ghigliottina attese per un po' di separare la testa di José dal corpo di Giovanni. Da quell'esperienza non comune derivarono un paio di capolavori, quello di Melville e quello, 'Il buco', di Jacques Becker, film d'esordio per Catherine Spaak e film di consacrazione per Philippe Leroy (che vi impersonava lo stesso Giovanni). (...) Alla seconda versione de 'Le deuxième souffle' si può obiettare di essere un film di fantasmi. Ma Corneau ha grande rispetto e maggior rimpianto per ciò che i personaggi di Melville rappresentavano: un mondo dove anche i cattivi eran degni, mentre oggi perfino i buoni son indegni... 'Le deuxième souffle' è un film su italiani: lo è 'Gu' Minda; lo è, in qualità di còrso, il suo socio Venture Ricci (Daniel Duval). E lo è Monica Bellucci, dignitosa nel ruolo di Manouche, alias Simona Giovannetti. Stranamente, o forse proprio per questo evocare certi lati scabrosi della nostra emigrazione, nessun distributore italiano ha acquistato il film; se nessuno lo farà, sarà un'altra occasione perduta." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 ottobre 2007)
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