L'angelo del crimine

L'ange

ARGENTINA, SPAGNA - 2018
3,5/5
L'angelo del crimine
Buenos Aires, 1971. Carlitos è un adolescente di 17 anni dalla faccia angelica. Quello che vuole lui ottiene. Al liceo incontra Ramon e insieme formano un duo dal fascino velenoso. I furti, le bugie, anche uccidere diventa presto un loro modo di esprimersi
  • Altri titoli:
    The Angel
    El Angel
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, THRILLER
  • Produzione: AGUSTÍN ALMODÓVAR, PEDRO ALMODÓVAR, LETICIA CRISTI, PABLO CULELL, ESTHER GARCÍA, AXEL KUSCHEVATZKY, MATÍAS MOSTEIRÍN, SEBASTÍAN ORTEGA, HUGO SIGMAN PER K&S FILMS, UNDERGROUND PRODUCCIONES, EL DESEO
  • Distribuzione: MOVIES INSPIRED (2019)
  • Data uscita 30 Maggio 2019

RECENSIONE

di Giulia Lucchini
Ha dei bei lunghi riccioli biondi. Due grandi labbra carnose rosse come le fragole e la pelle color latte. Sembrerebbe un putto se avesse le ali. E in effetti dietro quel volto da bambino c’è un angelo, del male però. Proprio come il titolo del film dell’argentino Luis Ortega, presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2018, che vede protagonista questo diciassettenne di nome Carlitos (eccezionale Lorenzo Ferro, alla sua prima esperienza) che è un ladro nato.

Per lui non solo è naturale rubare, ma anche sparare tanto da arrivare ad essere appellato: “grilletto felice”. Ma i nomignoli e gli pseudonimi non finiscono qui perché le sue identità sono molteplici. Come la sua personalità e come i registri del film che spaziano dall’humour nero alla leggerezza fino al tragico e al surreale.

La stampa lo chiama “l’angelo della morte”, sul falso documento c’è scritto Charlie Brown o anche Charlie Marrone, come lui stesso dice scherzando, se indossa un paio di orecchini sembra la versione al maschile di Marilyn Monroe, e insieme al suo compagno di misfatti Ramòn (Chino Darìn), dal quale è profondamente attratto, compongono un duo di fratellanza rivoluzionaria alla “Fidel Castro e Che Guevara” (c’è da aggiungere che entrambi sono fidanzati, guarda caso, con due sorelle gemelle identiche, difficili da distinguere anche per i diretti interessati).

Sullo sfondo di questo continuo gioco e scambio d’identità e di ruoli, anche sessuali, c’è una storia vera: quella di Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, il più famoso serial killer argentino, un ladro che tra il 1971 e il 1972 uccise undici persone sparando loro alla schiena o mentre dormivano.


Tutti crimini che avvennero in un periodo di positivismo influenzato dalle teorie lombrosiane. Carlos ruppe tutte quelle tesi non avendo assolutamente quei tratti somatici (occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino e denti storti) che il fondatore dell’antropologia criminale Cesare Lombroso aveva designato come quelli di un potenziale criminale. Di certo uno come Carlos dalla faccia angelica e pulita non poteva delinquere.

L’argentino Ortega, fin da piccolo attratto dalla criminalità, sceglie di elevare la violenza al bello e all’arte. Lontano dal ripugnante opera un’estetica della violenza, che vede protagonista un ragazzo che ruba e spara a passi di danza, muovendosi come una star del cinema, accompagnato sempre da una colonna sonora pop degna di nota (c’è persino il brano in versione spagnola “Non ho l’età” di Gigliola Cinquetti).

Alla fine ci porta sullo schermo un “inviato del cielo” che voleva essere libero. Un ragazzo che dopo aver compiuto una rapina non scappa, ma indugia e apre lentamente una cassaforte, che siede davanti al sorvegliante che dorme senza paura e che balla liberamente mentre fuori è accerchiato da uomini con il mitra pronti a rinchiuderlo in prigione. Carlitos è un ossimoro vivente: un mostro con la faccia da bambino. Una contraddizione in termini, proprio come la scena finale del film che è davvero superlativa.

 

NOTE

- IN CONCORSO AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018) NELLA SEZIONE 'UN CERTAIN REGARD'.

CRITICA

"Ha un volto insidioso, fanciullesco, inquietante come un finto angelo anche se balla e uccide da Dio. (...) Il film di Luis Ortega, prodotto da Almodóvar, ha un corpo narrativo potente, attento al non detto (leggi attrazione maschile), un copione che insegue questo giovanissimo ragazzo che ha nel Dna l'istinto della sopraffazione e del male coadiuvato dal regime complice nella sua fuga con la corruzione. Bravissimo con i suoi riccioli biondi e gli occhi azzurri ma febbrili, Lorenzo Ferro." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 30 maggio 2019)

"Ai più, probabilmente, il nome di Carlos Robledo Puch, soprannominato l'Angelo della Morte, dice poco o nulla. Eppure, stiamo parlando del più famoso serial killer argentino, uno che «vanta» un curriculum criminale di tutto rispetto composto da 11 omicidi accertati, un tentato omicidio, 17 rapine, uno stupro, un tentato stupro, due sottrazioni di minorenni e due furti. Il tutto, in appena un anno di attività visto che l'Angelo Nero (altro soprannome dovuto alla sua faccia angelica), nato nel 52, ha compiuto il grosso delle sue malefatte tra il marzo del 1971 e il 4 febbraio del 1972, giorno del suo arresto. Condannato all'ergastolo, ad appena 20 anni, è attualmente ancora in carcere; il che fa di lui il prigioniero più longevo dell' Argentina. Strano che a una simile figura il cinema abbia fatto orecchie da mercante fino a questo 'L'Angelo del Crimine', diretto, tra alti e bassi, da Luis Ortega. La pellicola ripercorre queste tappe criminali (...). Il limite di questo biopic è che prende troppo le parti del giovane, rasentando il grottesco, in barba ai delitti dei quali si era macchiato. Ad esempio, il rapimento, lo stupro e l'omicidio di due donne vengono completamente «dimenticati». Si pensa più a far luce su cosa possa essere passato, nella mente di un ragazzo così viso d'angelo, per trasformarlo in un killer senza emozioni. In alcuni momenti, il messaggio arriva e visivamente, nel suo complesso, la regia di Ortega fa un ottimo lavoro." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 30 maggio 2019)

"(...) Al centro un personaggio affascinante e inafferrabile, di cui il film riesce a rendere solo in parte le sfumature (ma era in effetti difficilissimo). Il protagonista Chino Darin comunque ha la faccia giusta, insieme candida e sinistra." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 30 maggio 2019)

"(...) Piacerà. Anche se a qualcuno potrà parere un replicante del recente Ted Bundy (anche qui un assassino dall'aria più che rassicurante). Qui però la cifra narrativa è diversa. Prodotto da Almodovar, 'L'angelo' si rivela presto un altro eroe della galleria degli sconci eroi di don Pedro (il conflitto tra gli impulsi omicidi e le pulsioni omosessuali)." (Giorgio Carbone, 'Libero Quotidiano', 30 maggio 2019)
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