Land of Mine - Sotto la sabbia

Under sandet

DANIMARCA, GERMANIA - 2015
2,5/5
Land of Mine - Sotto la sabbia
Nei giorni che seguirono la resa della Germania nazista nel maggio del 1945, i soldati tedeschi in Danimarca furono deportati e vennero messi a lavorare per quelli che erano stati i loro prigionieri. Incredibilmente attento e delicato, il film racconta il desiderio di vendetta ma anche il ritrovamento del senso di umanità di un popolo dilaniato dalla guerra.
  • Altri titoli:
    Terra minata
  • Durata: 101'
  • Colore: C
  • Genere: GUERRA
  • Produzione: AMUSEMENT PARK FILMS, NORDISK FILM, K5 INTERNATIONAL
  • Distribuzione: NOTORIUS PICTURES (2016)
  • Data uscita 24 Marzo 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Emanuele Rauco
Il cinema danese degli ultimi anni, per intenderci quello nato dalla rivoluzione di Lars von Trier e del Dogma ha bandito l'austerità scandinava e si è gettato a capofitto in un modo di rappresentazione viscerale, emotivo, melodrammatico, in cui sensazionalismo e pugni allo stomaco mancano raramente. Nel bene e nel male, figlio del suo contesto è anche Land of Mine, il film di Martin Zandvliet che dopo l'anteprima alla Festa del Cinema di Roma arriva nelle sale italiane.

Il film racconta un fatto storico per anni tenuto nascosto, ovvero l'utilizzo da parte dell'esercito danese di ragazzini tedeschi prigionieri di guerra per sminare la costa subito dopo la fine della guerra; Land of Mine segue il rapporto tragico un sergente e il battaglione con cui affrontare la morte quotidianamente. Scritto dallo stesso regista, Land of Mine è un dramma bellico ispirato ai veri fatti che la Danimarca aveva occultato per decenni e che Zandvliet cerca di raccontare con un occhio alla compostezza formale del film da esportazione e l'altro al pathos a ogni costo. Il film mette in piedi una parabola esemplare per raccontare l'umanità che nasce dalla presenza della morte, dal gioco con il destino e dalla disperazione della guerra filtrandola con il manicheismo, come evidente fin dalla prima scena in cui il personaggio del sergente è tagliato con un'accetta nemmeno troppo affilata; e questa parabola viene costruita con cura narrativa e formale, con un impianto visivo e produttivo di tutto rispetto pensato per affascinare soprattutto gli spettatori internazionali, richiamando modalità hollywoodiane e riuscendo a toccare momenti di intimità non banali.

Peccato che poi Zandvliet forzi grossolanamente il racconto per raggiungere un'emotività sfacciata, come se non fidandosi della sua capacità comunicativa e stilistica, della tensione interna del film, sia dovuto ricorrere a elementi esterni, deus ex-machina fuori luogo tutti afferenti all'ambito della famiglia (il più sicuro per strappare lacrime): come mostrano i meccanismi di suspense via via più prevedibili in cui restano coinvolti vari personaggi del film, sfilacciando l'intera opera e rendendo Land of Mine un film che a furia di semplificare e limare verso il basso la comunicazione col pubblico getta via l'occasione di realizzare una grande opera bellica, che rendesse davvero omaggio alla causa dello sminamento da parte di Amnesty International che il film sostiene.

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2017 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Bello, intelligente, spielberghiano, 'Land of Mine - Sotto la sabbia' del 45enne Martin Zandvliet è passato per molti festival toccando anche i più arcigni che si sono trovati a parteggiare per una dozzina di ragazzi alle prese con scoppi a sorpresa, malvisti dalla popolazione che avevano invaso, affamati, umiliati da un sergente con gran voglia di vendetta. Di fronte a questi quasi «bambini», per la divisa colpevoli ma innocenti di fronte alla Storia, che saltano in aria rimpiangendo la casa, mamma e le salsicce berlinesi, l'odio si addolcisce, si spoglia dagli abiti e il fattore umano rientra da sotto la sabbia. L'insieme di caratteri del film è delineato senza mai far sfoggio di retorica e commozione obbligatoria, grazie anche al cast di primi della classe. Storia dell'inedito misfatto (che sarebbe stato proibito dalla Convenzione di Ginevra del 1929), il film ha un quasi lieto fine: restituisce al cinema voglia di conoscenza e morale, con la clessidra del Tempo che sta sempre a metà." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 marzo 2016)

"Un capitolo oscuro e piuttosto infame nella storia della Danimarca rievocato da un film molto ben fatto e di sicuro impatto, ma di discutibile impianto (...). Che ribalta uno dei dogmi del '900 - i nazisti come immagine del male assoluto (...). Il conflitto, insanabile, offre un soggetto appassionante. Zandvliet però non resiste al richiamo spettacolare di questa storia terribile, che per giunta ruota intorno a un battaglione di minorenni (...) per i quali è impossibile non provare tutta la compassione del mondo. Mentre i militari danesi corrispondono alla classica coppia poliziotto buono/poliziotto cattivo. (...) eccellente Roland Møller (...) film (sempre molto, troppo bello visivamente) (...) inevitabile commozione in platea, e forti dubbi non sulla verosimiglianza storica ma sulla disinvoltura con cui il film evita il benché minimo riferimento al mondo da cui provengono quegli angioletti biondi, per farne gli eroi di una specie di super reality non privo di cinismo (chi sarà il prossimo a saltare in aria?) che non smuove di molto la nostra conoscenza storica se non in chiave di facile sensazionalismo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 marzo 2016)

"Il film, carico di tensione perché risulta subito evidente quanto quei ragazzi impauriti fossero destinati a un penoso destino, senza rinunciare a fornire un'idea d'insieme e d'ambiente, storica e dunque anche delle motivazioni che erano dietro una così ferrea durezza, concentra la sua attenzione sulla relazione tra un sergente danese (validamente affidato all'attore Roland Moller) e la squadra che gli viene assegnata per ripulire il settore di sua competenza (...). Mentre, con delicatezza e rifuggendo ogni prevedibile schema di tipizzazione (...) ci lascia esplorare i profili dei prigionieri. (...) Sullo sfondo dei grandi film sul tema della prigionia militare come 'Il ponte sul fiume Kwai' di Lean, 'La collina del disonore' di Lumet, o 'Furyo' di Oshima, una testimonianza che si aggiunge alla galleria con risultati più che degni, elevandosi oltre i confini del contributo magari utile e dignitoso ma puramente e limitatamente didascalico." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 24 marzo 2016)

"(...) Martin Zandvliet (...) sa fare buon uso dei luoghi, le magnifiche dune di Blavand, e dei volti. Raccogliendo un manipolo di emaciati soldatini militari - impersonati da espressivi, giovani attori - agli ordini di un sergente (l'incisivo Roland Moller), che si presenta in veste di aguzzino e poi non può fare a mano di coinvolgersi nel dramma di quei ragazzi stremati. Il film ha il suo punto di debolezza nella sceneggiatura: troppo manichea nel mostrare i tedeschi come vittime e i danesi come carnefici; e troppo scontata nel disegnare il ribaltamento psicologico del protagonista. Però ritmo del racconto, suggestione delle immagini, atmosfere indicano una bella mano di regia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 24 marzo 2016)

"Non ci sono guerre giuste. Anche il cinema l'ha capito, dopo decenni di guerrafondismi soprattutto hollywoodiani. L'assunto questa volta arriva dalla Danimarca, attraverso la scrittura e la regia del talentuoso cineasta Zandvliet ancora poco noto ma che certamente si farà strada. (...) Film importante, sensibile e universale seppur circoscritto nello spazio e in breve temporalità. Scrittura solida, regia raffinata, tematica sempre (più) attuale." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 24 marzo 2016)

"Magnifica metafora di una guerra infinita. II titolo, in inglese, è un gioco di parole: 'Land of Mine' significa 'la mia terra' ma anche, appunto, 'terreno minato'." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 marzo 2016)

"Piacerà perché finalmente dopo 70 anni ci arriva un film che racconta con sobria efficacia la guerra vista dalla parte dei vinti. Vinti innocenti, coinvolti, trascinati in una guerra voluta (e qui prolungata) dagli adulti. Non è un caso se il principale adulto è un vincitore (il truce sergente) che pareggia in crudeltà le SS che spadroneggiavano in quei luoghi fino a qualche mese prima." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 marzo 2016)

"La disumanità della guerra è stata raccontata in vari modi, ma questo episodio è conosciuto a pochi. Valgono più i silenzi che le parole in una pellicola che ha bandito la facile retorica." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale, 24 marzo 2016)
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