L'Accusa

Les choses humaines

FRANCIA - 2021
3,5/5
L'Accusa
I Farel sono una coppia potente: Jean è un noto esperto francese e sua moglie Claire una saggista celebre per il suo femminismo radicale. Insieme hanno un figlio modello, Alexandre, studente in una prestigiosa università americana. Durante una breve visita a Parigi, Alexandre incontra Mila, la figlia del nuovo compagno di sua madre, e la invita a una festa. Il giorno dopo, Mila denuncia Alexandre per stupro, distruggendo l'armonia familiare e mettendo in moto di un'intricata macchina mediatica-giudiziaria sulle opposte verità.
  • Durata: 138'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: basato sul romanzo "Le cose umane" di Karine Tuil (ed. La nave di Teseo)
  • Produzione: YVAN ATTAL, OLIVIER DELBOSC PER CURIOSA FILMS, FILMS SOUS INFLUENCES, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 2 CINÉMA, GAUMONT
  • Distribuzione: MOVIES INSPIRED (2022)
  • Data uscita 24 Febbraio 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Tratto dall’omonimo libro di successo di Karine Tuil, Le choses humaines è diretto da Yvan Attal. Fuori concorso a Venezia, è interpretato, tra gli altri, da Ben Attal, Suzanne Jouannet, Charlotte Gainsbourg, Pierre Arditi, Mathieu Kassovitz, Benjamin Lavernhe, Audrey Dana e Judith Chemla.

Nella Parigi bene distingue una (ex) coppia), i Farel: Jean (Arditi) è un importante giornalista, assertivo, donnaiolo, forse prossimo al tramonto; Claire (Gainsbourg) una saggista competente e femminista radicale. Due volti noti, rampanti, rispettati, con un figlio modello, Alexandre (Attal), che studia a Stanford, suona il piano, è un amante appassionato. Durante un breve ritorno a casa, il giovane conosce Mila (Jouannet), figlia del compagno della madre, e la porta a una festa di ex compagni del liceo: l’indomani, Mila sporge denuncia accusandolo di stupro.

Attal infila il cinema in un argomento ultrasensibile, mettendo al muro o, comunque, davanti alla camera una teoria di questioni indifferibili: il potere, e segnatamente quello maschile; il privilegio di classe; l’incomunicabilità; la verità giudiziaria; il desiderio e l’abuso; il “no” e la zona grigia del consenso; la gogna (social) mediatica; la causa delle donne e, segnatamente, del #MeToo; le conseguenze a lungo termine di un’azione umana.

Il cast è uniformemente all’altezza, avvocati e non concorrono a una gioia dialettica, che riduce complice una camera mobile e un montaggio svelto l’abituale sedentarietà del court drama cui Les choses humaines si risolve, ma il movimento è anche e soprattutto di pensiero: è un film che non si nasconde, e senza manicheismo né giustizialismo prova a fare giustizia, ricordando che all’uopo non servono soldati/esse (del #MeToo) ma giudici.

Il terreno è scivoloso, addirittura infido, ma Attal che scrive con Yaël Langmann ha gli strumenti per non cadere nella polemica sterile, nelle rassicurazioni futili, nell’ottimismo stolido: detto che la verità non esiste, e che le rispettive realtà, del privilegiato Alexandre e della modesta Mila, hanno forse eguale legittimità, il grigio alimentato dalla differenza di estrazione e competenze può partorire almeno una verità giudiziaria?

Attal, che ha nel cast la compagna Gainsbourg e il figlio Ben avuto dall’attrice, confida illuministicamente nella possibilità di un verdetto e cala lo spettatore nel ruolo del giurato, chiedendogli equanimità e dirittura.

Nel trattare lo stupro e i suoi derivati psicologici, sociali, politici, ovvero processuali ha una misura aurea, vale a dire la giusta distanza: è un grigio luminoso e inclusivo quello che porta sullo schermo, malgrado la programmaticità del suo non essere a tesi e una verbalità a tratti verbosa e didascalica.

Una Mostra più generosa, pardon, coraggiosa forse l’avrebbe messo in Concorso.

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 78. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2021).

CRITICA

"La scommessa del film (...) è quella di ragionare proprio sul concetto di verità e sul giudizio che ognuno, a cominciare dai giurati al processo, dovrà dare. Per una volta, però, non c' è il facile giochetto «visto da lui» o «visto da lei», ma piuttosto il confronto tra due modi di intendere i rapporti con l' altro sesso (possesso, sottomissione, arrendevolezza, complicità), senza contare l' influenza e la risonanza mediatica che il caso produce e poi quale tipo di «educazione al sesso» (...) Per questo forse, più del dibattito processuale vero e proprio, colpiscono le «testimonianze» di chi è chiamato davanti alla corte (...) Così alla fine nemmeno i brevi flashback che dovrebbero ricostruire quello che è avvenuto aiutano a scoprire la verità, né lo fanno le arringhe degli avvocati, ognuna delle quali finisce per difendere una prevedibile scelta di campo. Resterà quindi allo spettatore - e qui è il vero merito di un film che non vuole essere manicheo - riflettere su quello che ha visto e piuttosto che emettere un personale giudizio di condanna o di assoluzione, ripensare a come le azioni umane possono assumere valori diversi. A volte finendo per offendere e umiliare."(Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 febbraio 2022)

"(...) un film di aula-di-tribunale più complesso del caso giudiziario che tratta. Sullo sfondo ci sono le differenze di classe, il femminismo, i limiti del consenso e altro ancora.(...) Yvan Attal lo dirige con rispetto delle sfumature e senza manicheismi, ponendo nella appassionante - quanto scomoda - posizione di giurato lo spettatore. Il quale vede il supposto reato in spezzoni di flashback difficili da interpretare. Il cast meriterebbe - da solo - la visita." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 24 febbraio 2022)

"Quella che resta impressa è la polifonia del racconto, peraltro mai ostile alla causa delle donne, grazie a cui lo spettatore è lasciato libero di montare e smontare più volte i propri convincimenti. Sia pure riconoscendo la solennità del rito in tribunale si criticano senza peli sulla lingua le giurie popolari sbrigative, viscerali e influenzate del frastuono incontrollato dei social, ma la qualità più evidente del film è la rara imparzialità con cui dà spazio ai punti di vista divergenti perché, anche se fa male dirlo, le choses humaines sono spesso indecifrabili." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 febbraio 2022)

"'L' accusa' potrebbe scadere nella sociologia facile o nella condanna sommaria. Ma Attal, che prima di adattare il romanzo di Karine Tuil "Le cose umane" ha condotto un'accurata inchiesta sul campo, schiva il pericolo concentrandosi soprattutto sui due ragazzi. Con un' attenzione minuta ai gesti, i silenzi, le aspettative, le contraddizioni, insomma le personalità dell' una e dell' altro, che è il primo pregio di un film sempre sul filo del rasoio. E davvero coraggioso nel portarci senza parere da un caso particolare come questo a un problema generale (...)." (Fabio Ferzetti, 'L'Espresso', 27 febbraio 2022)
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