La vita oscena

ITALIA - 2013
4/5
La vita oscena
Un viaggio visionario e psichedelico nel mondo allucinato della vita del giovane Andrea, rimasto solo per lo sgretolamento improvviso della sua famiglia, e nella sua visione alterata in attesa di una fine che non arriva, e non arriverà mai. Il suo poeta preferito aveva scelto la morte lui invece, inseguito dallo sguardo della madre, troverà la forza di raccontare questa vita oscena.
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: dall'omonimo romanzo di Aldo Nove (ed. Einaudi, coll. Stile Libero)
  • Produzione: GIANLUCA DE MARCHI E FABIO MAZZONI PER FILM VISION, IN ASSOCIAZIONE CON ISABELLA FERRARI PER MONOCHROME E RICCARDO SCAMARCIO PER LEBOWSKI
  • Distribuzione: FILM VISION (2015)
  • Data uscita 11 Giugno 2015

RECENSIONE

di Greta Leo
Un oggetto alieno è atterrato alla scorsa Mostra di Venezia (Orizzonti): La vita oscena di Renato De Maria. Corpo luminoso non identificato di psichedelica bellezza, fatto apposta per essere amato o detestato senza mezzi termini. Gli aggettivi carino o al contrario modesto non gli si confanno nel modo più assoluto. E per fortuna. La vita oscena non è un film esangue, a cominciare dalla storia che racconta per finire a come la racconta, cioè con uno stile originale ed esteticamente sfavillante.
La vicenda ricalca quella largamente autobiografica dello scrittore Aldo Nove dal cui romanzo omonimo è tratta, di un ragazzo strappato a un'adolescenza tranquilla e piena di amore a causa della prematura morte prima del padre e poi della madre. Da questo momento comincia per lui una discesa agli inferi che non è però un lento cupio dissolvi, quanto piuttosto un febbrile desiderio di esperire l'esistenza nei suoi lati oscuri dopo averne assaporato la dolcezza e l'armonia. Il protagonista, straordinariamente interpretato dal Clément Métayer di Après mai, prova a farsi disintegrare da un eccesso di esperienza, ma il ricordo dell'amata madre - un'intensa e gioiosa Isabella Ferrari - e del padre - un giustamente tenero Roberto De Francesco - non gli permetterà di affondare.
Osceno? Dell'oscenità propria dell'adolescenza quando vissuta senza inibizioni. Eccessivo? Sicuramente, ma l'eccesso qua è anche se non soprattutto forma. Torbido? Forse, se questo significa raccontare ogni lato della vita - cosa che il regista fa senza mai emettere un giudizio. Perfetto? No, ma la perfezione avrebbe fatto a schiaffi con l'incandescente cuore del racconto.
La vita oscena è un film fortemente anomalo nel panorama italiano. Personale e visionario. Un alieno, appunto. E che lo si ami o no, impossibile non apprezzare i rischi che De Maria si è preso persino a livello estetico e di contenuto. Come impossibile non apprezzare il linguaggio maturo, cui regalano un contributo essenziale le musiche di DeProducers e la fotografia materica di Daniele Ciprì.

(edit: recensione pubblicata il 28 agosto 2014, in occasione della Mostra di Venezia)

NOTE

- CONSULENZA VISIVA: SARAH GRITTINI.

- COLLABORAZIONE SPECIALE: NICO VASCELLARI, CARMELITA CAT CODALUNGA, SKATEBOARD NINOS DU BRASIL.

- PRODUTTORI DELEGATI: MARCO SIMON PUCCIONI, GIAMPIETRO PREZIOSA PER INTHELFILM, FRANCESCA BONACCORSI, MARIO MAZZAROTTO PER MOVIMENTO FILM, CLAUDIO VECCHIO PER AFAFILM, GIORGIO MAGLIULO PER PASSIONE FILM, ALESSANDRA ACCIAI.

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON MAGGIRE RENT SPA AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT; IN COLLABORAZIONE CON BULGARI.

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE CINEMA.

- IN CONCORSO ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014) NELLA SEZIONE 'ORIZZONTI'.

CRITICA

"Un'opera giustamente instabile, eccentrica e che con potenza sfida l'omologazione narrativa di un certo cinema italiano contemporaneo. Protagonisti il perfetto astro nascente del cinema francese Clément Métayer (sdoganato da Olivier Assayas in 'Qualcosa nell'aria') e un'intensa Isabella Ferrari." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 18 giugno 2015)

"Dispiace scoprire come a volte intenzioni e impostazioni audaci si dissolvano nella nuda e cruda realtà del risultato. È quello che secondo noi è successo a «La vita oscena» (...) diretto da un cineasta tutt'altro che sprovveduto come Renato De Maria («Paz!»), il film prova a riprodurne il doloroso itinerario autodistruttivo, ma poi non regge la sfida e il taglio e il tono s'arenano nelle secche più temute dagli artisti maledetti, la pretensione filosofeggiante e il ridicolo involontario. Già non costituisce un buon viatico l'abuso della voce narrante fuori campo - per di più assegnata a quella particolarmente stridula di Fausto Paravidino -, ma la cosa grave è che il lavoro multimediale sulle immagini (musica, pittura, fumetto) anziché i voluti effetti onirici e visionari finiscono col proporre al pubblico un accumulo di ordinari e quindi innocui eccessi. (...) Le componenti stilistiche del quadro narrativo sarebbero anche pregevoli, specialmente per quanto riguarda la fotografia di Daniele Ciprì, ma il cruciale interprete francese Métayer («Qualcosa nell'aria») rischia d'impoverirle a ogni scatto di fotogramma con la sua fissità ottusa, il suo anonimato espressivo e la sua presto insopportabile «coazione a ripetere» delle deambulazioni e volteggi sullo skateboard. Né aiutano la congruità di questa sorta di balletto di perdizione pop i non bene amalgamati avanti-indietro nel tempo, gli scorci di una scontata Milano 'corrotta' dal delirio edonistico e soprattutto le riapparizioni che si vorrebbero magicamente tenere della mamma stroncata dal male incurabile, una Ferrari forse poco convinta d'incarnarsi in una serie di flash tra il kitsch e l'hippie." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 giugno 2015)

"(...) il film di De Maria oscilla fra il troppo pieno di una voce e i vuoti che testardamente la macchina da presa tenta di insinuare nel corpo di un flusso densissimo di colori e segni. 'La vita oscena' risulta così come un film sottratto a un altro tempo. Al tempo degli sconcerti rock e dei lontani da dove. Il tempo degli inviti al viaggio. Il tempo di un cinema italiano dallo sguardo lungo, durato purtroppo pochissimo. Inevitabile che 'La vita oscena' sembri fuori registro rispetto alle cose attuali del cinema italiano. De Maria calca volutamente la mano sul fatto linguistico reclamando per esso la centralità di fatto narrativo. Anzi: esibendolo «spudoratamente». Infilando in ogni inquadratura un'idea o un colore. Un gesto o un corpo (magnifico quello di Anita Kravos). Senza dimenticare un'Isabella Ferrari potente e un surrealismo da fumetto rock. Non è certo che tutto questo funzioni come dovrebbe. Probabilmente no. Probabilmente non è questo il punto." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 11 giugno 2015)

"Titolo ingannevole. Uno pensa subito a 'Amatemi' veicolo quasi hard per Isabella Ferrari anche allora diretta da Renato De Maria. (...) Spiacerà a chi ama la Ferrari e sperava che De Maria le costruisse un veicolo acconcio. Ma Isabella esce presto di scena e lo spettatore rimane solo con il suo scostante protagonista. E si chiede: a chi può interessare se Andrea ce la fa, oppure sprofonda e basta?" (Giorgio Carbone, 'Libero' 11 giugno 2015)

"D'accordo, sarà pure «un film anomalo, un racconto che non fa sconti», per dirla col regista Renato De Maria, visionario e sperimentale, quasi un flusso di coscienza tra senso di morte, dissennatezza, autodistruzione. Tuttavia 'La vita oscena' dura solo 87 minuti e si guarda continuamente l'orologio. Approdato in Orizzonti, il film tratto dal romanzo autobiografico di Aldo Nove, tra prosa e poesia, è una sorta di ufo nell'odierno cinema italiano. E ciò fa simpatia, almeno c'è chi prova a differenziarsi. Però, senza nulla togliere ai tormenti del giovane Nove, presto rimasto orfano nella vita reale e subito finito in una spirale allucinata di sesso e coca, ci si chiede se il risultato di tanta sfacciata sincerità dovesse diventare un film. (...) un po' sentenzioso, spalmato di musica e coloratissimo nella fantasiosa fotografia di Daniela Ciprì, è talvolta a rischio ridarella (infatti qualcuno ha fischiato a fine proiezione). Ma De Maria deve averlo messo nel conto. Del resto, la poesia, al cinema, è una brutta bestia: più la cerchi, meno la trovi, anche perché risulta difficile da condividere la mesta trasgressione del giovanotto. Isabella Ferrari e Roberto De Francesco sono i genitori di Andrea, lei ex hippy sorridente e materna, lui uomo tranquillo e insipido. (...) Il film, nonostante il titolo invitante, non sembra così incendiario." (Michele Anselmi, 'Il Secolo XIX, 29 agosto 2014)
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