La vita è un miracolo

Zivot je cudo

FRANCIA, SERBIA-MONTENEGRO - 2004
La vita è un miracolo
Nel 1992 Luka, un ingegnere serbo di Belgrado, si trasferisce in un villaggio bosniaco con il compito di progettare la linea ferroviaria che trasformerà la regione in un paradiso turistico. Sono con lui sua moglie Jadranka, cantante lirica, e il loro figlio Milos. L'ottimismo prorompente di Luka deve fare i conti con lo scoppio della guerra. Sua moglie fugge con un musicista, mentre il figlio viene richiamato al fronte. A lui non resta che aspettare, senza farsi abbandonare dalla speranza. La vita ha in serbo ancora molte cose per lui.
  • Altri titoli:
    Hungry Heart
    Gladno Srce
    Life Is a Miracle
    Kad je zivot bio cudo
    La vie est un miracle!
  • Durata: 155'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, ROMANTICO
  • Produzione: LES FILMS ALAIN SARDE, RASTA FILMS, CABIRIA FILMS, FRANCE 2 CINEMA, STUDIOCANAL
  • Distribuzione: FANDANGO (2005)
  • Data uscita 4 Marzo 2005

RECENSIONE

di Davide Turrini

Nuova, felice, gioiosa intuizione nel cinema di Kusturica. Entra in scena l’amore e sgombera il campo da ogni residuato sovraccarico di “unza unza” musicali e di isteriche performance attoriali. In La vita è un miracolo viene messo in scena un rapporto sentimentale fra un ingegnere serbo e una infermiera musulmana dopo lo scoppio della guerra bosniaca del 1992. Così la relazione tra i due protagonisti supera le differenze etnico/politiche come nelle migliori tradizioni politically correct, si risolve in un sottofinale tragico e nel complesso si connota come dramma imbevuto di classici schemi shakespeariani. Ovvio, l’assunto per il quale l’amore ci salva dall’odio, quello di una guerra che tocca i protagonisti paradossalmente da lontano, oltre ad essere di per sé lapalissiano, al cinema ce lo hanno già raccontato in tanti. Il punto è la forza, l’impeto, quasi da regista di melò, che Kusturica mette nell’esporre il tema. In La vita è un miracolo ci sono oche, gatti e cani che quasi comunicano a parole con gli umani, partite di calcio che paiono guerre in miniatura, trovate comiche che escono da grevi cliché geografici. E’ sì, il solito caravanserraglio da balcani made in Emir, ma è l’aria che si respira ad essere cambiata. Insomma c’è meno filosofico caos irragionevole, c’è meno confusione e lungaggine narrativa, c’è maggiore concentrazione nella tratteggio meramente estetico (affascinanti i campi lunghissimi che finalmente anche il regista slavo inserisce nel suo bagaglio stilistico). Ed è quindi un Kusturica edulcorato e lontano da paludati territori, che gli avevano creato, volente o nolente, estimatori sinceri ma anche violenti detrattori, che si ripresenta dopo anni di silenzio. Se non fosse per le due Palme d’Oro già vinte e per quell’insano bisogno che le giurie cannensi hanno di stroncare le semplici e pure storie d’amore, ci sentiremmo di proporre La vita è un miracolo per un premio importante che ridia fiducia ad un cineasta che pareva sparito nel nulla, dietro ad improbabili documentari in bianco e nero su insopportabili vicissitudini musicali dei suoi amici di sbornia.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 57MO FESTIVAL DI CANNES (2004)

CRITICA

"È ufficiale: Emir Kusturica non è più lui. O meglio, è sempre lui ma ha perduto lo scatto, lo smalto, l'intima necessità del suo cinema indiavolato e barocco. I sospetti che pesavano su 'Underground' sono diventati certezze con 'Gatto nero, gatto bianco', tanto irresistibile quanto sinistro per la foga con cui nascondeva gli orrori della guerra nell'ex-Jugoslavia sotto il tappeto della commedia balcanica. E le trovate ancora pirotecniche di 'Gatto nero, gatto bianco' sono diventate la zuppa autocaricaturale di 'La vita è un miracolo', stanco e improbabile film dal titolo zuccherino. Un peccato, anzi una sciagura, perché Kusturica è tra i registi più dotati della sua generazione. Ma questo ritorno sul tema della guerra sa tanto di cattiva coscienza, di toppa messa su un buco maleodorante che nemmeno la stoffa più variopinta può coprire. E di colori, lo sappiamo bene, Kusturica ne ha da vendere. (...) Non bastasse il tono, il regista infila due o tre scene che non lasciano dubbi. Il primo a cadere, abbattuto da un cecchino mentre canta, beve e balla, guarda un po', è un cialtronesco e simpaticissimo sindaco serbo. La guerra si vede solo su tv americane che demonizzano i poveri serbi. Mentre il film, liquidate con un paio di frecciatine agli alti papaveri e ai soldati-businessmen le responsabilità del Paese di Milosevic (nuova patria di Kusturica, bosniaco di origini serbe), non perde occasione per ironizzare sull'Onu e pizzicare le corde di un pacifismo ipocrita e di maniera." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 maggio 2004)

"Portando un cognome come il mio, usi e costumi ex jugoslavi fanno in qualche modo parte di un'eredità ancestrale; e quindi assistere a un film di Emir Kusturica significa per me tornare con la fantasia nella casa degli antenati mentre vi si svolge una festa. Tra clamori musicali e versi di animali in libertà, in un confuso delirio di baci e botte, i partecipanti si cercano, si avvinghiano, si respingono, ridono, piangono, esplodono di felicità e qualche volta muoiono. Perché nella roboante orchestrazione di 'La vita è un miracolo' entrano all'improvviso le cannonate della guerra civile: e il film, pur essendo simile ai precedenti dello stesso autore, alza il tiro del furore antropologico in una stoica carnevalizzazione della tragedia balcanica. (...) Tutto è raccontato convulsamente, sopra le righe, in una chiave di allegria catastrofica che si contraddice a ogni passo. È evidente che non siamo di fronte a una variazione intellettualistica, ma a uno sfogo torrenziale e pronto a svicolare in ogni direzione. Incluso un momento da favola magica, quando il lettone con sopra gli amanti si alza in volo sulla tormentata patria. Tutti gli interpreti, maggiori e minori, partecipano al gioco con passionalità viscerale, mai freddi, stanchi o indifferenti. Ho visto gente uscire da 'La vita è un miracolo' proclamando di essere rimasti incantati, altri che sembravano afflitti dai postumi di una sbornia. Ma ogni film di Kusturica è fatto così, prendere o lasciare." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 15 maggio 2004)

"'La vita è un miracolo' ha lo stesso difetto di 'Underground': diluisce i momenti ispirati, ancora numerosi e ancora commoventi, nella ripetizione dei tipici temi picareschi kusturicani. Ma, per imporre una cifra personale a un film, non metterla su tutto il tessuto, come se fosse una borsa di Vuitton. Il problema di Kusturica è quello di ogni autore affermato: nessun produttore gli taglia più il superfluo. Acuisce la nostalgia per il primo Kusturica che il protagonista de 'La vita è un miracolo' - omaggio a Frank Capra, non a Benigni - sia lo stesso di 'Ti ricordi di Dolly Bell?', premiato a Venezia come opera prima." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 15 maggio 2004)

"E' ufficiale: Kusturica non è più lui, il suo cinema indiavolato ha perduto scatto e necessità. I sospetti che pesavano su 'Underground' sono diventati certezze con 'Gatto nero, gatto bianco', irresistibile quanto sinistro per la foga con cui nascondeva gli orrori della guerra sotto il tappeto della commedia balcanica. Ma il tono pirotecnico si fa autocaricatura (e propaganda) in 'La vita è un miracolo', stanco ritorno sul tema della guerra, toppa multicolore applicata su un buco fetido. (...) Ed ecco canti, danze, vitalismo pagano. E poi animali, cani, gatti, pulcini, un'asina decisa a morire per amore, orsi assassini. Ma l'ex-Jugoslavia non è Disneyland e usare gli animali come metafora, versione buffonesca e naturale di conflitti e delitti umani, è un trucco troppo smaccato per funzionare. Peccato, il Kusturica serbo-bosniaco ci piaceva molto. Quello serbo e basta decisamente meno." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 marzo 2005)

"La capacità di reggere un disegno così complesso, mantenendo uno sguardo attento e curioso da capo a fondo, è una dote di cui bisogna dargli atto. Però il film, sovradimensionato anche in durata, finisce per ingenerare una certa stanchezza, che il senso del dejà vu ereditato dall'opera precedente del cineasta non contribuisce certo ad alleggerire." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 11 marzo 2005)
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