La versione di Barney

Barney's Version

CANADA, ITALIA - 2010
3/5
La versione di Barney
Il 70enne ebreo canadese Barney Panofsky, cinico e devastato, decide di raccontare la sua personale 'versione' dei fatti riguardanti le sue memorie e soprattutto sulla morte dell'amico Bernard "Boogie" Moscovitch, di cui a suo tempo era stato accusato.
  • Durata: 132'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX, 35 MM (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Mordecai Richler (Ed. Adelphi)
  • Produzione: DOMENICO PROCACCI, LYSE LAFONTAINE, ARI LANTOS, ROBERT LANTOS PER FANDANGO, SERENDIPITY POINT FILMS, THE HAROLD GREENBERG FUND
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 14 Gennaio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
"La vera storia della mia vita sprecata" - citiamo a memoria dalla Versione di Barney - è diventata l'occasione propizia per una buona fiction. Complice Paul Giamatti, maschera perfetta per il Panofsky di Mordecai Richler, lo scrittore canadese cui dobbiamo l'efficace bandiera di una generazione e l'unico eroe possibile della letteratura di fine secolo: uomo dei due mondi (è insieme canadese ed ebreo), cinico e amabilmente ironico, impacciato e romantico, presunto omicida e cuore tenero, Barney incarnava il tramonto ideologico del secondo dopoguerra e la bestia rara di ogni tempo. Difficile immaginare una personificazione migliore di quella di Giamatti che, con il Firth di King's Speech e l'Eisenberg di The Social Network, meriterebbe l'Oscar. L'attore è corpo e coscienza di Barney, se il corpo di Barney - con quella fiera mollezza e il suo inesplicabile carisma - è pure coscienza.
Notevole lavoro anche quello dello sceneggiatore Michael Konyves, bravo a sfrondare un romanzo lungo e ingarbugliato, raccontato in prima persona e strapieno di annotazioni psicologiche. A lui il merito di aver conservato lo spirito salace e insieme poetico del romanzo, e la colpa di aver fornito all'esordiente regista (Richard J. Lewis) il pretesto per una pigra illustrazione per immagini. Riabilitata comunque da un cast che, oltre al già ricordato Giamatti, offre l'ottimo contributo di Dustin Hoffman nel ruolo del ruvido padre e i puntuali servizi di tre deliziose signore Panofsky: Rosamund Pike, Minnie Driver e Rachelle Lefevre. Va ascritto agli interpreti il merito di scartocciare una confezione fin troppo patinata, mentre l'occhio paga pegno al cervello, solleticato da battute al vetriolo che ricalcano arguzie e amarezze del miglior Woody Allen.
I fan del romanzo segneranno - c'è da scommetterci - la misura del tradimento (il personaggio sul grande schermo ha un tono più dolente; lascia poi perplessi la scelta di ambientare a Roma, e non a Parigi com'era nel libro, gli anni di formazione di Barney) ma a noi pare piuttosto che l'operazione voglia rivolgersi al pubblico digiuno di Richler. Non resterà scontento. Se insieme al cast e allo sceneggiatore ci fosse stato pure un regista, avremmo avuto probabilmente la Versione perfetta.

NOTE

- LEONCINO D'ORO AGISCUOLA ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2010).

- GOLDEN GLOBE 2011 A PAUL GIAMATTI COME MIGLIOR ATTORE DI FILM MUSICAL/COMMEDIA.

- ADRIEN MOROT E' STATO CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 PER IL MIGLIOR TRUCCO.

- PASQUALE CATALANO È STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA (ANCHE PER "L'AMORE BUIO" DI ANTONIO CAPUANO).

CRITICA

"Film che non delude gli appassionati del romanzo, raro evento felice, e dove la forza delle immagini, le emozioni, riso e pianto, vanno di pari passo con il ricordo delle parole scritte. E questo grazie al faccione ingenuo e anche disincantato di Paul Giamatti, con gli occhioni a palla e il fisico tozzo, le sue scelte folli in sintonia con il politicamente scorretto, lui che nella realtà si detesta e ad ogni successo cerca di spiegare ai fan che non vale la pena di applaudirlo. Riderete, e molto, seguendo i quarant'anni di vita di Barney Panofsky (produttore televisivo di scempiaggini, maschilista e ubriacone), raccontati attraverso i suoi tre matrimoni." (Bruna Magi, 'Libero', 9 gennaio 2011)

"Dopo l'abbuffata natalizia, è tempo di uscite cinematografiche mirate a un pubblico in cerca di qualcosa di più concreto del 'panettone'. Medusa e il coproduttore Fandango ci provano allora con la cucina yiddish, mandando nelle sale venerdì "La versione di Barney", versione cinematografica del supersuccesso letterario di Mordecai Richler, approdato a Venezia lo scorso settembre, un po' in sordina perché programmato all'ultimo giorno della kermesse, e senza uno stuolo di star al seguito. (...) Chi ha amato il Barney cartaceo riuscirà a trovare uno spazio nel suo cuore anche per quello di celluloide: Giamatti è stropicciato al punto giusto, evita il caricaturale ¿ rischio sempre in agguato sui territori giudaici ¿ e si dedica allo sguardo stralunato e ai mordicchiamenti di sigaro, oltre chiaramente a certe possenti imprecazioni panofskiane. Dustin Hoffman, baffetti aguzzi e occhi a fessura, si diverte a duettare con Giamatti, pensando che magari qualche anno fa sarebbe stato anche lui un Barney perfetto, mentre tra le donne meritano una menzione sia Minnie Driver, che spiritosamente si presta a prendersi gioco dei tic della mogliettina ebrea che ruba le saponette dall'albergo in viaggio di nozze, e Rosamund Pike, che leggiadramente invecchia sullo schermo assieme al protagonista. Non è un film riuscito al cento per cento, come non lo sono mai quando si tratta di adattare per lo schermo un romanzo cult, ma nell'attuale dieta cinematografica post-natalizia è come un sostanzioso borscht." (Massimo Benvegnù, 'Il Riformista', 11 gennaio 2011)

"Il film è più bello perché il libro di Mordecai Richler è stato scritto per essere visto: era già una fantasia cinematografica. Ma il film è più bello anche perché toglie il grasso ad un romanzo troppo lungo, ad un libro-vetrina più recensito che letto. Di sicuro Barney è tale e quale. Ma solo nel film, grazie alla faccia straordinariamente qualunque di Paul Giamatti, se ne capisce il successo. (...) Non è più vero che film e libri sono cose diverse. E quelle battute a ripetizione alla Woody Allen sono letteratura-cinema. (...) C'è infine nel film una piccola furbizia paesana che guasta la pulizia di una trama che è persino thriller, ed è la sostituzione di Parigi con Roma per compiacere ¿ ci pare ¿ il co-produttore italiano e infilarci qualche pubblicità più o meno occulta (una riguarda un ristorante). Ma Parigi e Roma non sono intercambiabili neppure come stereotipi, sono quadri mentali che non si somigliano. A Roma si andava per cercare la classicità e la Lambretta, solo a Parigi pittori e scrittori allenavano il genio nella bohème. Nell'Italia di quegli anni i geni come Richler venivano invece soffocati dalla vita agra." (Francesco Merlo, 'La Repubblica', 11 gennaio 2011)

"Chi se non Paul Giamatti? Chi più Barney Panofsky di lui? Nessuno, appunto. Per chi abbia letto il capolavoro del canadese Mordecai Richler, la scelta era una e sola: lui, a confermare che il meglio attore è un corpo pensante e, soprattutto per gli adattamenti, una eco sulla retina della nostra immaginazione. (...) Bravissimo lui, brave le spalle ¿ il padre Dustin Hoffman e le belle signore Rosamund Pike, Minnie Driver e Rachelle Lefevre ¿ e bravino il regista esordiente Richard J. Lewis, che illustra con brio le tragicomiche vicende del nostro. Insomma, pollice alto per un ottimo antipasto: leggete il romanzo, perché la coscienza (il flusso di coscienza) di Barney è rimasta lì." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 gennaio 2011)
"Un pizzico di dramma, accenti vari in cui l'ironia giunge più d'una volta fino all'umorismo, con spazi ampi dedicati al disegno di quel carattere al centro, ma anche con una certa attenzione per le tante figure di contorno affidandosi soprattutto a modi tranquilli, quasi all'insegna di una cronaca così sommessa che non si impenna nemmeno quando le vicende alterne del protagonista finiranno inghiottite nel buio dell'Alzheimer. Si può seguire, forse senza l'adesione quasi plebiscitaria che il film sembra aver ottenuto l'estate scorsa alla Mostra di Venezia, comunque con molta simpatia: per i ritmi agiati, per i colori vivaci di questa o quella situazione e soprattutto per la presenza di interpreti di vaglia, a cominciare da Dustin Hoffman, un padre poliziotto tutto ironici sapori. Barney è Paul Giamatti. Pochi carismi ma impiegati con giudizio. Carismi e talento li ha invece in abbondanza l'inglese Rosamund Pike, terza moglie. È la luce del film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 gennaio 2011)

"'La versione di Barney' di Richard J. Lewis, convenzionale, non arriva a trasporre il romanzo di Mordecai Richler (Adelphi): lo spirito caustico, l'autoironia, a volte il cinismo del canadese Barney Panofski (Paul Giamatti) diventano una sorta di tristezza alcolica; le scene girate a Roma, considerata, una città di bohemien, sono goffe e non credibili; l'amore della vita, Miriam (Rosamund Pike) è banalizzato. Sembra che i realizzatori facciano fatica ad accettare l'umorismo ebraico. (...) Ma ritrovare le figure d'un romanzo amate è sempre una tentazione, anche quando il film può essere deludente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 gennaio 2011)

"Per capire chi comanda fra Cinema e Letteratura, cugini rivali, basta tenere d'occhio gli adattamenti dei bestseller. (...) Un film dovrebbe vivere di vita propria, fatti salvi i confronti di rigore. E per una buona metà quella di Lewis è una commedia come tante, ma con un protagonista molto più interessante del solito. (...) Il film diventa una commedia comico-sentimentale concentrata sul difficile amore per la bella, Miriam (la sempre fulgida Rosamund Pike) e la grandezza 'invisibile' di questo antieroe che avrebbe meritato un adattamento meno timido e rispettoso. A costo di essere meno piacevole (e prevedibile) e magari di scontentare qualche lettore in più." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 gennaio 2011)

"Il termine commedia ora si adatta agli exploit vitalistici di Barney ora se ne distacca, suggerendo rabbia, beffa, disincanto alla rilettura di una quarantina d'anni spesi in due continenti (c'è una parte giovanile ambientata a Roma anziché, come nel libro, a Parigi. (...) 'La versione di Barney' è insomma un film dignitoso, onorato (...) da recitazioni superaderenti, professionale senza guizzi e per di più corredato da un impalpabile quanto innegabile balsamo consolatorio che finisce col rimettere i frammenti del discorso amoroso quasi tutti al loro posto. Resta da decidere se questo era il motore del libro, non a caso ritenuto da molti e acuti opinionisti (...) una sorta di guida spirituale e pratica in contromano ai tempi nostri. (...) Il film non ha la carica eversiva del libro, edulcora sentimenti e prese di posizione, rende il personaggio quasi affabile e permette che - in assenza delle sue proverbiali invettive contro le donne, gli ebrei, le diatribe etniche e la presunzione e lo snobismo delle elite occidentali sinistrasi - rischi di risultare gradito anche ai peggiori nemici di Barney." (Valerio Caprara ,'Il Mattino', 14 gennaio 2011)

"Piacerà di sicuro a molti italiani. L'Italia è uno dei Paesi dove il libro di Mordecai Richler (uscito 13 anni or sono) ha avuto maggiore successo di vendite. Questo perché Barney nonostante i suoi connotati ebraici, è personaggio tanto, tanto italiano. Forse perché tanto, ma tanto politicamente scorretto. E questo è molto apprezzabile in un Paese come il nostro dove la vegetazione più ricca (ma soprattutto più incombente) è quella dei 'correct'. Certo tra i fan del romanzo non saranno pochi quelli che storceranno il naso. Per ragioni giuste ma anche sbagliate. È vero, 'La versione di Barney' meritava forse un regista più vigoroso e personale che non l'anonimo Richard J. Lewis. Ma sbaglia chi critica la sceneggiatura di Michael Konyves. In realtà Konyves ha fatto miracoli nell'enucleare le parti più cinematografiche dell'imponente tomo di Richler (500 pagine). E ha fatto benissimo a lasciar perdere la fetta politica (...). Lewis poi non sarà un genio, ma come direttore d'attori, tanto di cappello. Paul Giamatti è sempre stato bravo dovunque, ma Barney Panofsky è chiaramente il ruolo della vita. E Rosamund Pike è una Miriam superlativa (chi se l'aspettava da un'ex Bond girl?)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 gennaio 2011)

"Perché se Barney ha casa piena di foto di famiglia, soldi in tasca e donne a volontà, resta drammaticamente solo, davanti al bicchiere? Perché la vita, qui pennellata con mano ferma da Richard J. Lewis (al suo secondo film),è tutt'altro che una cosa meravigliosa, nonostante la cinica eleganza mentale con cui il protagonista affronta la vecchiaia. (...) Non era facile confrontarsi col bestseller di Richler, ma l'operazione riesce per il talento degli interpreti e perché ognuno di noi ha messo, almeno una volta, il filtro alla memoria, sicché il tema universale commuove. Magari i personaggi di contorno (dal detective alle prime due mogli) appaiono superflui, data l'insistita soggettività dell''eroe' centrale - di fatto un uomo come tanti - e la colonna sonora, qua e là si fa invadente. Ma si tratta di dettagli trascurabili,di fronte a scene-madri come quella in cui Barney e suo padre, ex poliziotto rozzissimo, strologano in libertà, privilegiando i sentimenti. Un film specchio della vita: dolorosa, incomprensibile, comunque magica." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 14 gennaio 2011)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy