La trattativa

ITALIA - 2014
Di cosa si parla quando si parla di trattativa? Delle concessioni dello stato alla mafia in cambio della cessazione delle stragi? Di chi ha assassinato Falcone e Borsellino? Dell'eterna convivenza fra mafia e politica? Fra mafia e chiesa? Fra mafia e forze dell'ordine? O c'è anche dell'altro? Un gruppo di attori mette in scena gli episodi più rilevanti della vicenda nota come trattativa stato mafia, impersonando mafiosi, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali, magistrati, vittime e assassini, massoni, persone oneste e coraggiose e persone coraggiose fino a un certo punto. Così una delle vicende più intricate della nostra storia diventa un racconto appassionante.

CAST

NOTE

- FUORI CONCORSO ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

CRITICA

"Malgrado le ambizioni e l'impegno di messa in scena è riduttivo vedere in 'La trattativa' un film nel senso artistico e narrativo e anche di intrattenimento, e tantomeno un documentario. Perché, senza poterne mettere in dubbio l'interesse, è soprattutto un pamphlet, genere cui l'autrice non è nuova. Sui dati raccolti e sullo sguardo comico-satirico al quale Sabina Guzzanti non rinuncia mai prevale l'esposizione unilaterale di una tesi. Si tratta nientemeno della 'trattativa Stato-mafia'. Attraverso lo stratagemma drammaturgico di 'un gruppo di lavoratori dello spettacolo' che su un palcoscenico fa vivere i 'personaggi' di una vicenda sulla quale non esistono conclusioni certe, si va allo snodo dei primi anni 90 italiani per stabilire che dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino lo stragismo mafioso si è interrotto in seguito a un patto, di cui farebbe parte la controversa dinamica che portò nel '93 all'arresto di Riina." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 2 ottobre 2014)

"Coraggiosa Sabina Guzzanti che, ispirandosi al cinema di Petri e di Rosi, parte dai documenti (intercettazioni, testimonianze di pentiti, atti processuali) - e deve averne studiati una marea - e li mette in scena assegnando ai suoi attori le varie parti in commedia, senza pretendere di fare operazione realista; anzi denunciando la natura brechtiana della ricostruzione. In questo modo la Guzzanti si assume piena responsabilità del punto di vista attraverso cui racconta l'ambiguo iter della Trattativa Stato-mafia al centro del film: e nello stesso tempo gli conferisce maggior forza di verità. Vero che in alcuni momenti il rigore e l'incisività sono indeboliti dall'affiorare di un'indignazione pasionaria; e da certe personificazioni grottesco-macchiettistiche che, pur riuscite, portano più dalle parti del cabaret televisivo che del teatro del grande Bertolt. Ma nell'insieme, 'La trattativa' è un excursus su un travagliato ventennio di storia italiana, che mettendo uno accanto all'altro diversi frammenti crea un quadro inquietante, confermando dietrologie e sospetti sui soliti noti e anche su illustri ignoti. E riproponendo il dilemma di sempre: qual è il confine fra trattativa e collusione nei rapporti Stato/mafia?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 2 ottobre 2014)

"(...) se 'La trattativa', in sala dopo il passaggio alla Mostra di Venezia rivendica apertamente un legame con la realtà - e la Storia - del nostro paese, dall'altra parte pone anche delle questioni su cosa significa oggi fare un cinema «impegnato» come si diceva un tempo, o di denuncia. Nei giorni veneziani 'La trattativa' è stato spesso unito a 'Belluscone - Una storia siciliana' per il tema, ovviamente, e per alcune figure che tornano in entrambi i film. (...) I due film però sono davvero all'opposto per stile, scelte narrative, riflessioni sul cinema. Sabina Guzzanti rimane nei luoghi della politica, e costruisce la sua narrazione su coloro che hanno manovrato le cose o ne sono stati esecutori. Nella politica cerca le cause e gli effetti, è la politica che deve fare chiarezza, e scegliere dove collocarsi, e i tribunali non possono essere la soluzione, non la sola almeno. (...) la «finzione» è dichiarata da subito, è la stessa Guzzanti a dirci cosa sta facendo insieme a un gruppo di lavoratori dello spettacolo. Lei sa come funziona, come molti altri disturbatori della quiete pubblica, venne bandita dalla televisione dell'era berlusconiana, e però proprio perché comica degli effetti mediatici conosce dosaggi e equilibri sottili. Sa anche come tutto si può digerire, omologare, l'intervista a un pentito o una fiction sulla mafia. Alla fin troppo semplicistica retorica del complotto oppone perciò l'indagine lineare, quasi- ossessiva e fa di noi, il pubblico, il controcampo della politica a cui chiedere la risposta che evita. Il rebus rimane senza soluzione, e anzi lei ci lascia con una domanda: quando è che il nostro paese entrerà in uno stato di grazia? La risposta è appunto ancora tutta da scrivere." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 2 ottobre 2014)

"Spiacerà a chi non è d'accordo con quei critici che ritengono i film della Guzzanti «belli, importanti e necessari». (...) E (...) a chi non sopporta i pamphlet quando sono pure noiosi (il copione è composto dai vari minishow travaglieschi «montati» senza inventiva)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 2 ottobre 2014)

"La chicca, purtroppo l'unica, è Nicola Mancino, allora ministro dell'Interno, che confessa di non conoscere Borsellino. Per il resto il documentario della maestrina Sabina Guzzanti sulla (presunta?) trattativa Stato-mafia degli anni Novanta ondeggia tra realtà e fiction, senza aggiungere nulla di nuovo e facendo sempre prevalere il livore sullo sdegno. Che barba." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 2 ottobre 2014)
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