La terra dell'abbondanza

Land of Plenty

USA - 2004
La terra dell'abbondanza
Dopo aver vissuto all'estero per tanti anni a seguito del padre missionario, Lana torna negli Stati Uniti per studiare. Ma invece di impegnarsi nei suoi studi decide di aiutare suo zio Paul, veterano della guerra del Vietnam e unico fratello di sua madre - morta anni prima - che, dopo la tragedia dell'11 Settembre, vive in uno stato d'isolamento e di costante allerta temendo un nuovo attacco terroristico...
  • Durata: 114'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2,35)
  • Produzione: JAKE ABRAHAM, IN-AH LEE, SAMSON MUCKE E GARY WINICK PER EMOTION PICTURES, INDIGENT, REVERSE ANGLE INTERNATIONAL
  • Distribuzione: MIKADO
  • Data uscita 10 Settembre 2004

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Supponiamo di non aver aperto i giornali, di non aver sentito radio e visto televisioni. Non sappiamo nulla, dunque, delle affermazioni e aspettative con le quali Wim Wenders ha accompagnato La terra dell'abbondanza in Concorso. Abbiamo un titolo che fa il verso in parte alla storia vetero-testamentaria, in parte all'immaginario con il quale l'America è vista da chi non la abita. Poiché la vicenda ha però luogo a Los Angeles e all'indomani degli attentati dell'11 settembre, ecco l'America di oggi, che non è più la terra promessa, non è più la terra dell'abbondanza. Non è più nemmeno una terra sicura e pacifica: mischiate le carte con la forza terrificante e inarrestabile dei 3.000 morti di tre anni fa, il dolore, il sospetto, la vendetta serpeggiano ovunque. Anche la "verità" latita sotto le macerie della follia umana. Verità: nozione che Wenders si augura non del tutto persa nelle realtà sociali e politiche di oggi (e corre un brivido se ripensiamo a Fahrenheit 9/11). E' diventata, l'America, una terra inospitale, intollerante, pericolosa, più povera, zeppa di bugie, soffocata. Lana rimane stordita quando rientra a casa e, tenacemente aggrappata ai valori della sua fede, decide di lavorare in una missione cristiana cittadina che non ha nulla da invidiare, quanto a impegno, dedizione, difficoltà, a quelle del Terzo Mondo. In più, vorrebbe rivedere lo zio Paul, ma lui ha preso un'altra strada che lo porta a percorrere molte strade: inquieto veterano del Vietnam, si sente in guerra, vede ovunque nemici e terroristi, li insegue col suo furgoncino attrezzato per spiare e aggredire. Spiando, assiste all'assassinio di un arabo. Per motivi diversi, Lana e Paul cercano di capire il perché. Una difficile collaborazione li porterà a trovare le ragioni dell'odio e sarà per entrambi una svolta e un inizio. Wenders sembra tornare ai rigori sintetici di un tempo, all'impianto cameristico, all'inquieto errare per le strade del mondo, di un mondo che, si capisce, gli fa paura ma non gli cancella mai la speranza. E' ottimista, inguaribilmente ottimista, e questo per alcuni è un vanto e per molti altri un handicap. "Meglio i dolori della pace che le agonie della guerra", esclama la protagonista. Alzi la mano chi non fosse d'accordo. Alzi la mano chi obbietta che La terra dell'abbondanza (The Land of Plenty è una famosa canzone di Leonard Cohen, utilizzata nel film insieme ad altre musiche come sempre riconoscibili e studiatissime in Wenders) non sia un film sincero e maturo. Altezzoso? Forse, ma da parte di chi sa perfettamente di essere nel giusto e di avere gli strumenti per raccontarlo.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004).

CRITICA

"A chi legge i giornali francesi si raccomanda di non prendere atto delle stroncature che hanno salutato 'La terra dell'abbondanza', accolto invece molto bene a Venezia. Nel film, il migliore di Wenders negli ultimi anni, assistiamo al confronto fra l'America di Bush e l'altra America, quella che vorrebbe tornare a essere la patria della libertà. (...) Dalla periferia di Los Angeles a un borgo sperduto nel deserto, emerge l'immagine di un Paese definito ironicamente land of plenty e, invece, sopraffatto dalla miseria. Un film vitale e problematico, ricco di immagini vere colte al volo da un cineasta di razza." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 11 settembre 2004)

"'La terra dell'abbondanza' è una riflessione lucida e accorata, in forma di ballata, sul dopo 11 settembre. È diretto da Wim Wenders, il cineasta di Dusseldorf salvato dal rock'n'roll e dal blues, che arriva fino al non luogo di Trona, California, per ambientare un specie di remake di 'Paris, Texas' (...) Il cuore di questo film diretto da uno zombie sugli zombies ribelli è invece, come sempre nei film di Wenders, fuori quadro, nel soundtrack. Leonard Cohen, Beangrowers, David Bowie, Thom, Die Toten Hosen, Travis, Hub Moore, Tv Smith." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 10 settembre 2004)

"Un rapporto familiare per Wim Wenders, fra uno zio e una nipote. Che gli serve soprattutto per fare il punto sull'America di oggi e le contraddizioni di quel sogno americano cui commentato, nel finale, da una canzone in cui appunto si parla di 'terra dell'abbondanza'. (...) Con l'America di sfondo, soprattutto Los Angeles, la gente, le mentalità di oggi, le abitudini. Tra le pieghe di un intrico - la ricerca di un possibile assassinio - che anima il quadro senza però intaccare il senso. Che è lirismo, studio di caratteri, ritratto di un Paese e di un suo momento tipico. Con il segno di un maestro del cinema che osserva, e riferisce, senza giudicare." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 10 settembre 2004)

"Non sembra un personaggio di Wim Wenders, invece lo è. Del resto, da quando il miglior regista degli anni 80 è diventato un saggista (e talvolta un predicatore), c'è da aspettarsi di tutto. E 'Land of Plenty', in gara a Venezia, è molte cose insieme. È un pamphlet sulla paranoia made in Usa, una pesante commedia satirica, un aggrovigliato giallo esistenziale che intreccia la follia di Paul allo smarrimento e al candore di una sua nipote arrivata fresca fresca da Israele (la guerra non ha confini) per aiutare gli homeless (gli attori sono i poco noti ma valenti, specie lei, John Diehl e Michelle Williams). Con personaggi simili non si va molto lontano, e Wenders si attarda in una scontata descrizione d'ambiente (i pittoreschi aiutanti di Paul, il mondo invisibile dei senzatetto, le tristi mail in arrivo da Tel Aviv) prima di arrivare al dunque. Ovvero alla fallimentare missione affrontata da Paul che lo farà prima comicamente e poi dolorosamente rinsavire, aprendogli (aprendoci) gli occhi sui veri rischi che corre l'America oggi. Ok, messaggio ricevuto chiaro e forte. Ma se un maestro sbaglia così clamorosamente un film, non sarebbe più giusto escluderlo almeno dal concorso?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 settembre 2004)

"Vecchio innamorato dell'America, anche Wenders è stato colpito intimamente da Ground Zero e ora, riflette sui cocci del sogno americano. Il risultato lascia alquanto perplessi. (...) Così Wenders finisce per cadere nella trappola che era riuscito a evitare ai tempi del suo film migliore, 'Alice nelle città'; dove il rapporto di scambio tra l'adulto e la ragazzina era ricco di emozione senza slittare nel patetico, mentre qui l'epilogo mira a farci tirar fuori i fazzoletti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 settembre 2004)
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