La terra dell'abbastanza

ITALIA - 2018
3,5/5
La terra dell'abbastanza
Storia di Mirko e Manolo, due giovani amici della periferia romana. Bravi ragazzi fino al momento in cui, guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l'uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati un ruolo, il rispetto ed il denaro che non hanno mai avuto. Un biglietto d'entrata per l'inferno che scambiano per un lasciapassare verso il paradiso.
  • Altri titoli:
    Boys Cry
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT PLUS, HD, ARRIRAW (2.8K), 2K, DCP
  • Produzione: AGOSTINO SACCÀ, GIUSEPPE SACCÀ, MARIA GRAZIA SACCÀ PER PEPITO PRODUZIONI CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: ADLER ENTERTAINMENT
  • Vietato 14
  • Data uscita 7 Giugno 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
La terra dell’abbastanza è abbastanza un buon film. Anzi, è un buon film. Ha un unico, gravoso problema: essere arrivato tardi sul terreno delle periferie dell’Italia oggi, in primis romana e criminale. Fosse giunto sullo schermo prima di Fiore, Cuori puri, Manuel eccetera, staremmo parlando di altro, differenti traguardi, diverse accoglienze e, chissà, qualche gridetto al miracolo si sarebbe levato. Invece no, Et in terra paxIl più grande sognoIl contagioSuburra film e serie, chi più ne ha ne metta, hanno colmato l’attese, meglio, riempito gli spazi, e se non La terra il territorio è già stato perlustrato, delimitato, dissodato. Nondimeno, anzi, nonostante questo accodarsi, l’esordio scritto e diretto dai nemmeno 30enni gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo ha elementi di assoluto valore.

[caption id="attachment_112677" align="alignnone" width="300"] I due registi Damiano e Fabio D'Innocenzo[/caption]

La fotografia di Paolo Carnera, che è tallonamento parziale (inquadrature ravvicinate), indefesso e totalizzante, le scenografie (Paolo Bonfini) da paradigma iperrealistico, i costumi (Massimo Cantini Parrini), la regia più che la sceneggiatura e, infine, loro i protagonisti, Matteo Olivetti, che vediamo per la prima volta, e Andrea Carpenzano (Tutto quello che vuoiIl permesso).

Sono bravi anche i comprimari, Max Tortora e Luca Zingaretti, e c’è la conferma di quanto Milena Mancini sia poco e male utilizzata dal nostro comparto, perché qui nell’occhio per misura e forza, insomma, parlasse d’altro La terra dell’abbastanza, prodotto da Pepito Produzioni (Agostino Saccà) con Rai Cinema e il sostegno del Mibact e Regione Lazio, avrebbe strada e plauso spianati, viceversa, dopo la prima a Berlino 2018 (Panorama) ha faticato a trovare distribuzione.

“Con questo film volevamo raccontare com’è maledettamente facile assuefarsi al male”, dicono i D’Innocenzo: “In un mondo in cui la sofferenza è sinonimo di debolezza, i nostri protagonisti si spingeranno oltre il limite della sopportazione: vedere fin dove si può fingere di non sentire nulla”. Molto giusto, molto estendibile: che cos’è l’indifferenza se non la grammatica prima delle relazioni qui e ora? Che cos’è, l’indifferenza, se non il sesto senso del sopravvivere e sopraffare oggi?


A non sentire nulla sono Mirko (Olivetti) e Manolo (Carpenzano), bravi ragazzi di borgata finché nottetempo non investono un uomo e scappano: “fortuna” vuole, era il pentito, alias l’infame, pronto a inchiodare alle proprie responsabilità il clan di zona, sicché prima Manolo, spinto dal padre (Tortora), e poi anche Mirko entrano nelle grazie del boss (Zingaretti)…

Bel tappeto sonoro, e musicale, di Toni Bruni, bel passo a uno in una periferia che è prima di tutto morale, La terra dell’abbastanza offre sequenze disturbanti – il sesso del vecchio pusher con la ragazzina, la festa di compleanno munificamente rovinata da Mirko, il traffico di esseri umani – perché immediate, senza filtri, “vere”, ovvero scippate all’edulcorazione del cinemino nostro sul tema: qui c’è sporcizia, nitore, dolore, negli occhi, volti e gesta amorali e alegali e vitali – come respirare, come bere un bicchier d’acqua portano la morte – di due messaggeri di morte per riflesso incondizionato.


E’ film poeticamente, leggi sociologicamente, scomodo; straordinariamente girato, per essere un esordio; assai perfettibile, per drammaturgia. Pertanto, ancor più prezioso: ne sentiremo parlare, di questi D’Innocenzo, perché mettono in scena con una sicurezza, anche negli errori, una assertività e una lucidità ammirevoli. Soprattutto, declinano pistola alla mano il ritratto di una gioventù che sa andare oltre, superarsi, negarsi in un movimento da fermo, un surplace, molto preciso, molto sintomatico. Si capisce qui, e bene, il perché della diversità poetica, della non addomesticabilità al genere, dello scarto tra quel che appare e quel che è: sotto le mentite spoglie del romanzo, pardon, saggio criminale, c’è molto di più, c’è un’idea di cinema ambiziosa, una tensione formale non doma, un anelito di libertà in catene. Vedere per credere.

 

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBACT E IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO.

- PRESENTATO AL 68. FESTIVAL DI BERLINO (2018) NELLA SEZIONE 'PANORAMA'.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2018 PER: MIGLIORI REGISTI ESORDIENTI, MIGLIOR PRODUTTORE, COSTUMI.

- CANDIDATO AL DAVID DONATELLO 2019 PER: MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE PREMIO GIAN LUIGI RONDI, MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE, MIGLIOR PRODUTTORE, MIGLIORE AUTORE DELLA FOTOGRAFIA.
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