La terra degli uomini rossi - Birdwatchers

ITALIA - 2008
La terra degli uomini rossi - Birdwatchers
Il film racconta l'estinzione dei Kaiowà, antica tribù del Sudamerica, le cui terre già dalla fine dell'800 sono state disboscate e usurpate da allevatori e coltivatori di tè. Costretti a vivere ammassati in riserve anguste poste dal governo ai margini delle città hanno visto aumentare il numero dei suicidi tra i giovani in modo così preoccupante che le comunità hanno cominciato a rioccupare le loro terre provocando le reazioni violente dei fazenderos e dei loro sicari.
  • Altri titoli:
    Birdwatchers
    Bird Watching
    Bird Watchers
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: AMEDEO PAGANI, MARCO BECHIS E FABIANO GULLANE PER CLASSIC, RAI CINEMA, KARTA FILM, GULLANE FILMES
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION - 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO
  • Data uscita 2 Settembre 2008

TRAILER

NOTE

- GIRATO IN AMAZZONIA.

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE NAZIONALE DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI - DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA.

- IN CONCORSO ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2009 PER IL MIGLIOR SOGGETTO.

- PRESENTATO AL 64. FESTIVAL DI BERLINO (2014) NELLA SEZIONE 'NATIVE - INDIGENOUS CINEMA'.

CRITICA

"Rigoroso, poetico, spettacolare, dedicato a un problema di attualità e al tema universale dell'identità minacciata, il film di Bechis è un candidato con pochi rivali al Leone d'oro. Per sostenerlo e attirare l'attenzione sul destino degli indios, a Venezia sono sbarcati i protagonisti, un piccolo gruppo di Guarani-Kaiowa. Facce cotte dal sole, sguardo fiammeggiante, orgoglio indomabile, interpretano se stessi con intensità da attori consumati. Ai professionisti Claudio Santamaria e Chiara Caselli, il regista ha riservato invece ruoli secondari e sgradevoli (lei è la moglie dello spietato fazendero, lui il guardiano con funzione di spaventa-indios) per sottolineare l'inversione di prospettiva rispetto a film come 'Fitzcaraldo' o 'Mission': là i nativi dell'Amazzonia restavano sullo sfondo delle storie dominate da Kinski, Irons, De Niro; qui in primo piano è la loro lotta per la sopravvivenza. Già, perché Bechis di 'Garage Olimpo', il bel film sui desaparecidos argentini, questa volta parla di un popolo di sopravvissuti". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 2 settembre 2008)

"Quello che poteva essere un western alla Rocha o un melò alla De Santis diventa con Bechis la lente messa sopra un mondo dove le uniche vie di fuga sembrano il suicidio per disperazione o la rivolta senza futuro. Attento a evitare tutte le trappole del facile folclorismo o della piatta didattica, il film non rischia mai di assomigliare a un documentario ma scava dentro il dolore senza parole di un popolo che ha perso la sua identità. E che vuole ritrovare la propria dignità solo recuperando i legami 'viscerali' con la terra. Il film, che è interpretato da autentici Guarani-Kaiowa e che maschera perfettamente gli italiani Claudio Santamaria e Chiara Caselli tra gli attori brasiliani (nei ruoli di un guardiano e della guida turistica), non evita di mostrare la degradazione in cui gli indios sono scivolati, ma ne racconta anche la vitalità e il profondo spiritualismo, le furbizie quotidiane e gli inevitabili compromessi, trasformandosi in un grido di dolore disperato e lancinante, senza facili proclami ideologici ma che lascia nello spettatore il sentimento di aver assistito a una 'sacra rappresentazione' straziante e cupissima". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2008)

"Con 'Birdwatchers - La terra degli uomini rossi' il cinquantatreenne Marco Bechis tiene fede al proprio identikit di regista politicamente corretto, ma per fortuna non rinuncia a un progetto stilistico e a un'idea drammaturgica. Certo l'asse portante è di quelli che non consentono scappatoie allo spettatore, perché la denuncia delle terribili condizioni in cui versano le tribù superstiti degli indios brasiliani potrebbe commuovere anche le pietre, figuriamoci i festivalieri votati per principio alle nobili cause. Però i presupposti canonici si distendono in uno spettacolo a tutto tondo, soprattutto nella prima parte ricco di risonanze umane misteriose e contrappunti naturali intensi. (...) Finirà male, ma intanto il contatto fra i due inconciliabili mondi è descritto da Bechis con mano sufficientemente sicura, tanto è vero che il film risulta più convincente quando tratteggia gli stupori, le curiosità, i piccoli gesti e le contorte attrazioni che i singoli personaggi sperimentano al di là di pregiudizi e convenzioni. Per di più vecchi e giovani attori color mattone non sembrano improvvisati e reggono benissimo il confronto con i professionisti venuti dall'Europa, tra cui faticano a farsi valere il perplesso guardiano Claudio Santamaria e la distratta fazendeira Chiara Caselli. Peccato che il fluido percorso narrativo sia disturbato da una musica invadente e fuori posto e che l'ultima parte si areni sulle secche di una prevedibile retorica: in luogo dell'atteso 'colpo di genio' stilistico si concreta, così, un buon film di sensibilità antropologica in cui i silenzi contano assai di più delle parole". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 settembre 2008)

"Con 'Birdwatchers, la terra degli uomini rossi' Marco Bechis non inventa nulla, piuttosto trasforma in finzione una cronaca iniziata cinquecento anni fa, quando ebbe avvio il più grande genocidio della storia umana con la conquista dell'America. (...) Bechis, al contrario di quanto avvenuto in filmoni alla 'Mission', utilizza i guarany non come comparse di un film bianco, ma da veri protagonisti. Sono loro gli attori di 'Birdwatchers', loro che ci raccontano la storia di questo piccolo gruppo di indios che scappa dalla riserva e decide di tornare a vivere lì dove anni prima sono stati seppelliti i loro antenati. (...) 'Birdwatchers' non vincerà probabilmente nessun premio. Troppo rigoroso - come è sempre nello stile del regista italo-cileno di 'Garage Olimpo' e 'Hijos' - e rigido per soddisfare pienamente i palati di pubblico e critici, compreso il nostro. Ma è comunque un film bello e pieno di meriti. Il suo premio lo ha già vinto portando qui, nella terra della dimenticanza e del menefreghismo, l'altra faccia del pianeta. Questa manciata di indios che con tolleranza ci guardano in faccia e ci dicono che quello che noi consumiamo con somma indifferenza, lo abbiamo rubato anche a loro". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 2 settembre 2008)

"Bechis è in tutto e per tutto un regista politico, in questo agli antipodi del visionario Herzog. E
quando vediamo lo sciamano novizio Osvaldo alle prese con lo spirito maligno Angué, quando
sentiamo il suo grido finale di disperazione e di battaglia, intuiamo che qui l'azione magica non è l'accesso a un altro mondo o a quella che Herzog chiamerebbe 'verità estatica', ma un derisorio surrogato della rivalsa politica, in fin dei conti un segno d'impotenza". (Guido Vitiello, 'Il Riformista', 02 settembre 2008)

"L'unico film recente al quale si può paragonare quello di Bechis è 'La foresta di smeraldo' di
John Boorman. Ma Boorman aveva tenuto conto delle esigenze spettacolari, ponendo un europeo al centro e gli indios sullo sfondo. Bechis no, tenta la via di mezzo tra il film a soggetto e il documentario antropologico, dove i bianchi (fra i quali Chiara Caselli e Claudio Santamaria, doppiati) sono intrusi, più che persecutori, mentre i personaggi indios vivono un dramma più interiore che esteriore e talora s'impiccano per disagio esistenziale. Bechis non vuole far spettacolo di loro: l'ha già fatto Ruggero Deodato ('Cannibal Holocaust'). Però non si dirige bene un film negando che è spettacolo. A chi interesserà questa pur dignitosa compilazione d'attriti equatoriali, salvo alla giuria?". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 2 settembre 2008)

"Marco Bechis ha strutturato questa materia in un lavoro di fiction ben fatto, completo, intorno a un tentativo di rivolta e di occupazione delle terre: gli attori indios non sono sempre convincenti, ma è proprio l'ultima cosa". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 2 settembre 2008)

"Uno stile che può non di ricordare quello immediato del nostro Neorealismo, soprattutto se firmato da Rossellini, con sentimenti forti, da un parte e l'altra dei contendenti, espressi sempre però in modo piano, con accenti contenuti molto più vicini alla cronaca che non al dramma: dramma, disperato, è nei fatti. Sollecitato soltanto, nella colonna sonora, da corale secentesco del gesuita toscano Domenico Zipoli, ispirato alla sacralità quasi funebre di una lamentazione. Fra i bianchi, due noti attori italiani, Chiara Caselli e Claudio Santamaria. Plausibili". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 settembre 2008)

"'La terra degli uomini rossi - Birdwatchers' è un viaggio di formazione e di informazione all'interno della tragedia degli indios Guarani-Kaiowi del Mato Grosso, in Brasile. Un'ondata permanente di suicidi distrugge, fisicamente e moralmente, questa comunità ormai costretta in riserve-lager". (Boris Sollazzo, 'Il Sole 24 ore', 2 settembre 2008)

"Il film, in se, ha momenti zoppicanti: ma a Bechis non interessano le trame nel senso tradizionale del termine. La narrazione va a strappi, ma ciò che conta è l'esperienza: gli indios l'hanno vissuta, a noi spettatori il compito (arduo) di tentare di riviverla". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 settembre 2008)
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