La siciliana ribelle

ITALIA - 2008
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La siciliana ribelle
Una mattina di novembre del 1991, Rita, una ragazzina di 17 anni, si presenta al Procuratore di Palermo per vendicare l'assassinio del padre e del fratello, entrambi mafiosi. Da quel momento, rinnegata e minacciata dalla famiglia e dai compaesani, ma presa sotto la protezione del giudice che la sostiene e che diventa per lei una figura paterna, Rita è costretta ad abbandonare la Sicilia ed esiliare clandestinamente a Roma. La giustizia sembra cominciare a prendere il suo corso, ma poi, anche il suo protettore viene barbaramente ucciso dalla mafia. La ragazza, rifiutando di seguire la stessa sorte, convinta di essere la prossima sulla lista, conferma tutte le sue dichiarazioni inchiodando alla sbarra i mafiosi che accusa. E sceglie, infine, un'estrema soluzione.
  • Altri titoli:
    The Sicilian Girl
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: liberamente ispirato alla vita di Rita Atria
  • Produzione: TILDE CORSI, GIANNI ROMOLI, SIMONETTA AMENTA, MARCO AMENTA E RAPHAEL BERDUGO PER R&C PRODUZIONI, EUROFILM, ROISSY FILM (PARIGI) IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (2009)
  • Data uscita 27 Febbraio 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Un paesino della Sicilia, metà degli anni '80. Rita Mancuso (Veronica D'Agostino), figlia di un uomo d'onore del posto, assiste impotente all'uccisione del padre. Sei anni dopo la stessa sorte tocca al fratello di Rita, Carmelo (Carmelo Galati). Decisa a vendicarsi si presenterà al procuratore antimafia di Palermo con le prove necessarie per incriminare l'intera "piovra" locale. Dovrà però fare i conti con le minacce dei boss, il ripudio della madre (Lucia Sardo) e le difficoltà di adattamento alla vita da testimone protetto... Per l'esordio nel lungometraggio il palermitano Marco Amenta riprende il soggetto di un suo documentario, Diario di una siciliana ribelle (1998) - sulla tragica vicenda di Rita Atria, una ragazza di 17 anni che si dissociò dalla famiglia per diventare collaboratrice di giustizia di Borsellino e morire suicida una settimana dopo l'uccisione del giudice -, trasformandolo in un film di finzione, dove cambiano i nomi dei personaggi reali e alcune situazioni, ma rimane intatto l'obiettivo di fondo: ricostruire la memoria di un personaggio unico nella storiografia mafiosa e farne il testimone esemplare di un riscatto. Amenta si riallaccia alla doppia tradizione del cinema d'impegno civile e dei mafia movie italiani, respingendo però come Gomorra ogni fascinazione per i gangster e introducendo in un immaginario logoro una figura inedita, quella di un'affiliata (ma dalla fedina penale pulita) che decide di ribellarsi e passare dalla parte della giustizia. Sulla carta interessante, l'operazione non mantiene però tutte le promesse. Amenta non è riuscito a infondere al racconto una sua cifra personale, appiattendo immagini e sintassi su una discorsività di matrice televisiva. A dispetto poi degli elementi di novità della storia, il film procede per accumulo di cliché e situazioni tipo - la rappresentazione del côte criminale è banale e simile a tante altre, mentre la via crucis dei testimoni di mafia era stata restituita con maggiore efficacia dal Testimone a rischio di Pozzessere -, segnando un passo indietro rispetto all'evoluzione del genere portata avanti da altri registi italiani (Capuano, ad esempio). Ma a mancare più di ogni altra cosa alla Siciliana ribelle, è una definizione forte della protagonista. Se la Rita di Amenta "reagisce" più che agisce, non è per via di un destino ineluttabile al quale l'eroina si piega, ma per assecondare gli snodi di sceneggiatura. Il passaggio dalla sete di vendetta al senso di giustizia è repentino e immotivato, il fondamentale apporto della cognata Piera (la moglie del fratello di Rita, che fu la prima in famiglia a pentirsi) omesso del tutto, e il trattamento del personaggio avrebbe rischiesto maggiore adesione psicologica. Non a caso il regista, che fino ad allora aveva liberamente ricostruito e inventato, recupera nel finale i filmini in super 8 della vera Rita Atria e le immagini di repertorio della strage di via d'Amelio: un'ammissione, forse, di quanto inadeguata sia la finzione a risarcire la verità.

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI, IN COLLABORAZIONE CON LA REGIONE SICILIANA - DIPARTIMENTO REGIONALE DEI BENI CULTURALI, AMBIENTALI E DELLA EDUCAZIONE PERMANENTE - SICILIA FILM COMMISSION.

- PRESENTATO AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (III EDIZIONE, 2008) NELLA SEZIONE 'ALICE NELLA CITTA''.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2009 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE E DAVID GIOVANI.

- MARCO AMENTA E' STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2009 COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE.

- PRESENTATO ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009) NELLA SEZIONE 'LA FABBRICA DEI PROGETTI'.

CRITICA

"Amenta, che a questo storia ha già dedicato un documentario, ne 'La Sicilia ribelle' punta tutto sul fattore umano: lo spaesamento e la solitudine di una ragazzina che, cresciuta nella cultura della mafia, si ritrova alla fine a rigettarla pagando la sua scelta con la vita." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 30 ottobre 2008)

"Roberto Saviano non è il primo eroe civile di un'Italia maledetta che ha bisogno di prodi (solo con la minuscola?), Brecht insegna, che combattano battaglie che competerebbero alle istituzioni. Sono i nostri esempi, la nostra coscienza civile e per questo sacrificio - che spesso diventa martirio - mettono in gioco vita, giovinezza e libertà. Ecco perché lo scrittore va sostenuto e protetto, e non solo dalla criminalità organizzata. Perché non deve finire come tanti, come quella Rita Atria, ad esempio, giovane donna sulla cui storia Marco Amenta ha costruito 'La siciliana ribelle'. (...) Una storia bellissima a cui non serve metter vicino un film complesso: Amenta ha l'umiltà di costruire una struttura semplice, scegliere una protagonista con un viso atipico e potente (Veronica D'Agostino), tracciare un'opera didattica a cui si perdona qualche ingenuità di troppo. Il cinema civile sta riprendendo piede in Italia: implacabile come 'Gomorra', visionario come 'Il divo', classico come 'La siciliana ribelle', poco importa, la battaglia tra forma e contenuto si gioca comunque su un terreno nobile. Anche se, il modello del mafia-movie, in Italia, sembra ormai anacronistico, troppo piovresco. Un film per non dimenticare che la mafia non vince sempre. E' solo che si compra troppo spesso l'arbitro." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 31 ottobre 2008)

"Veronica ha un broncio e un'energia innata che in Francia la farebbero subito diventare una star: in Italia dovrà valutare bene le proposte che le arriveranno in futuro, perché il nostro cinema e soprattutto la nostra televisione sono pieni di trabocchetti per i giovani attori. Nessuno li protegge, nessuno investe su di loro, ed è un peccato perché l'Italia - come dimostrano a volte anche i film brutti: basta vedere 'Ex'... - è piena di gente che sa recitare. Veronica D'Agostino dimostra, ne 'La siciliana ribelle', di avere un talento, una grinta e una presenza da grande attrice. Speriamo non ce la rovinino " (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 febbraio 2009)

"L'interesse del tema è forte e evidente. La giovane protagonista Veronica D'Agostino è efficace. Il risultato complessivo risente delle reticenze: può indurre chi non sa a vederlo come un apologo generico, molto al di sotto della cronaca e delle immagini dei telegiornali." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 27 febbraio 2009)

"Veronica D'Agostino, già vista in 'Respiro' di Crialese e nel 'Borsellino' televisivo di Tavarelli dà alla sua Rita un affanno, una verità, un'innocenza, un senso di assoluto purissimi, quasi infantili: che un'attrice più esperta difficilmente avrebbe raggiunto. E' la prima carta vincente di un film un poco ibrido, sospeso tra la furia degli eventi e le necessità quasi didascaliche del racconto, la voglia di testimoniare, di calcare i contorni, cercando di evitare i cliché depositati sui tema da tanti anni di cinema e tv sulla mafia. L'altra è il linguaggio emotivo scelto da Amenta, che da fotoreporter e documentarista, mescola registri diversi. Come un pittore che prima fotografa una scena poi la ridipinge con altri colori, più cupi o squillanti, cercando nel contrasto cromatico una verità allucinata più forte del nudo fatto di cronaca. Fondamentale in questo senso la fotografia di Luca Bigazzi. Ma tutto il cast straordinario, va in questa direzione. Anzi si rimpiange che il film non sia ancora più radicale e si fermi un po' a metà strada, come se lo stile potesse sovrastare il racconto. Ma anche così, con i suoi scompensi, 'La siciliana' ribelle prende alla gola. E il fatto che nei panni di Borsellino ci sia un grande attore francese come Gérard Jugnot non è per una volta semplice calcolo di coproduzione, ma adesione intima, appropriazione, attonita scoperta di un mondo che non appartiene solo a noi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 febbraio 2009)
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