La scelta di Barbara

Barbara

GERMANIA - 2012
3/5
La scelta di Barbara
Germania dell'Est, estate 1980. Barbara, è una dottoressa trasferita per motivi disciplinari in un piccolo ospedale lontano da tutto, in una piccola città di provincia. Nel frattempo il suo compagno Jörg, impiegato per il commercio con l'estero presso la Mannesmann, sta organizzando la loro fuga nella Germania occidentale. A Barbara non importa nulla di ciò che la circonda, né dei pazienti o dei colleghi, il suo lavoro e la sua vita attuale non hanno alcun senso. Niente la tiene più in quel posto. Niente a parte Andre, il suo capo, che porterà scompiglio nell'esistenza di Barbara facendole perdere il controllo di se stessa, dell'amore e della sua vita...
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP, 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: SCHRAMM FILM KOERNER & WEBER, ZDF
  • Distribuzione: BIM (2013)
  • Data uscita 14 Marzo 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Simone Porrovecchio
La scelta di Barbara è la storia di una dottoressa nella Germania Est punita e mandata in uno sperduto ospedale di provincia, per il solo fatto di aver inoltrato la richiesta di un permesso per un breve soggiorno all'estero. L'attrice Nina Hoss convince completamnete grazie a un'interpretazione scarna e magistrale. Il volto di una Germania socialista all'alba della fine e esausta. Le atmosfere e la luce sono quelle del capolavoro Le vite degli altri, la pellicola Oscar del 2006 sulla follia di uno Stato votato all'annientamento delle sue menti migliori. Anche Christian Petzold il suo film lo ambienta negli ultimi anni di RDT, nel 1980. Scelta che se possibile rende il tableaux ancora più vicino ai colori dell'elegia. Come sia arrivato a questa storia, il regista lo spiega cosí: “Parlando con amici medici del Meclemburgo – Pomerania, lo Stato dove ho ambientato il mio film, mi sono reso conto delle innumerevoli variazioni sul tema della punizione nella ex Germania Est. La semplice richiesta di un viaggio fuori dalla Germania era punito con il trasferimento immediato in posti impensabili. E questo succedeva fino a poco piu di vent'anni fa”. Petzold non è un cineasta delle grandi emozioni. Ma delle zone grigie, degli spazi di mezzo, quelli dove è il vuoto a riempire. Gli basta uno sguardo per illuminare la felicità, o il suo contrario. Orso d'Argento a Berlino 2012.

NOTE

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA AL 62. FESTIVAL DI BERLINO (2012).

CRITICA

"Christian Petzold appartiene alla nuova generazione di registi cresciuta in Germania negli anni Novanta (il suo primo film è targato 2000) con in comune alcune ossessioni e una temperatura emotiva glaciale, ma soprattutto il racconto di una quotidianità soffocante e il confronto con l'eredità storica della Germania del XX secolo. Tra loro Petzold, allievo di Haroun Farocki, cineasta, artista, teorico del nostro tempo attraverso le immagini del controllo, è sicuramente il più brillante, e anche per questo era ora che la sua opera, molto premiata ai festival di tutto il mondo, arrivasse finalmente in Italia - tra l'altro insieme a Farocki Petzold ha scritto tutte le sceneggiature dei suoi film. 'La scelta di Barbara' - Orso d'argento alla scorsa Berlinale - rispetto a tutti i film precedenti è forse il film in cui il regista tedesco ('Jerichow', 'Yella') più concede alla narratività, e in qualche modo al pubblico, ammorbidendo la struttura gelida dei suoi mélo contemporanei in una regia misurata sugli spazi, le sfumature cromatiche, gli sguardi, i gesti spesso trattenuti o millimetrati nel loro relazionarsi all'ambiente. In questa tensione prende vita la Storia, e soprattutto l'idea di un cinema di resistenza che è quella del personaggio alla brutalità della situazione, dell'attrice (una sorprendente Nina Hoss, icona del regista) a un racconto che può in ogni istante trasformarsi in un oggetto banale, di una memoria storica liberata dal «grigiore» cromatico dello stereotipo sull'est per declinare l'immagine totalitaria diversamente. La sua Ddr somiglia più alle atmosfere di un film di spionaggio, o a un thriller in cui non ci sono assassini o misteri da svelare, ma progressivamente si viene catturati dal clima di oppressione, di ambiguità e di reciproco sospetto (Petzold cita Hawks di 'Acque del sud') nel quale l'individuo perde i limiti della sua singolarità. Dove anche fare l'amore sembra impossibile, se non clandestinamente, appartati in un bosco o negli hotel di lusso in cui tutto è concesso perché si trasforma in economia. Ma il suo non è un film sulla Ddr nello stile di 'Le vite degli altri', Petzold non traccia il ritratto di una nazione oppressa a cui contrapporre la libertà dall'altra parte del muro. Al contrario la proiezione di libertà ritorna dentro il Muro, è sempre parte di quella dichiarazione di resistenza, del corpo a corpo di chi resta e nel fuoricampo continua la sua battaglia senza vendere i propri sogni e se stesso alle chimere dell'ovest, a quel richiamo che una decina di anni dopo ingloberà l'est spazzando via ogni sua memoria. Petzold conduce con sapienza le tensioni, il suo movimento di regia sublime dispiega ogni possibile controcanto, rende narrazione i suoni, i rumori, i bagliori di luce, impossibile sfuggire a questa trama. La logica del controllo diviene visibile anche nella alterità dei sentimenti, dell'amore. Siamo in un'estate tedesca, potremmo essere ovunque oggi, in un segmento del controllo globale, nella lotta tra chi governa e chi resiste inventando ogni giorno ineffabili forme di opposizione." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 14 marzo 2013)

"Non è passato molto tempo da quando si parlò di rinascita del cinema tedesco, grazie a film come 'Goodbye Lenin!' e 'Le vite degli altri'. Le promesse sono state mantenute solo in parte. Come in questo film di Petzold, Orso d'argento a Berlino, dove torna il clima di oppressione e sospetto reciproco che inquinavano la Germania dell'Est. Petzold costruisce accuratamente le situazioni, studia le inquadrature, si permette la citazione colta (la pittura di Rembrandt) e, nel complesso, realizza un'opera apprezzabile. Tutta 'per sottrazione', è stato detto. Che, però, i dialoghi scarni e la penuria di eventi non rendono mai appassionante." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 14 marzo 2013)

"(...) prosciugato ed ellittico è lo stile di racconto di Christian Petzold che, senza calcare la mano, sceglie di suggerire l'orrore mortuario della dittatura attraverso i suoi riflessi nella vita quotidiana, restando incollato all'eroina - un'interiorizzata Nina Hoss premiata con l'Orso d'argento - sia durante gli snervati vagabondaggi campestri, sia quando il viso immoto ne tradisce i segreti turbamenti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 marzo 2013)

"Orso d'Argento a Berlino 2012, il bravo Christian Petzold ('Jerichow') torna alla Ddr, ma ne cambia i connotati cinematografici recenti: non più la simulazione di 'Goodbye, Lenin!', non più il grigiore de 'Le vite degli altri', ma l'intimo eppur condivisibile dramma di una donna sospesa tra diffidenza e fiducia, verità e bugie, controllori e controllati. Regia misurata ed empatica, focus sulla dialettica relazionale e le geometrie politiche, 'La scelta di Barbara' è un piccolo film dalla grande missione: archeologia psicosociale, per disseppellire il particolare storico (la Ddr) e trovare l'universale umano. Un thriller dell'anima: da vedere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 14 marzo 2013)

"Grigio e nebuloso dramma tedesco, dalle parti dell'irraggiungibile 'Le vite degli altri'. (...) L'antipatica Nina Hoss non riesce a dare palpiti al suo personaggio, e lo spettatore nulla capisce di ciò che fa e ancora meno di ciò che pensa." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 14 marzo 2013)

"Piacerà per l'interpretazione veramente super di Nina Hoss. E per la regia di Petzold, calibrata come in un film di Hitchcock, e gelida (anzi raggelante) come quella di un Bresson." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 marzo 2013)
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