La ragazza con l'orecchino di perla

Girl with a Pearl Earring

GRAN BRETAGNA, LUSSEMBURGO - 2003
La ragazza con l'orecchino di perla
Olanda, 1665. La diciassettenne Griet è costretta a lasciare la famiglia, in gravi ristrettezze economiche, per andare a servizio presso la casa del pittore Johannes Vermeer. Intelligente e con una spiccata sensibilità per la luce e il colore, Griet a poco a poco conquista la fiducia del famoso pittore che lentamente comincia a utilizzarla come sua aiutante, per cui tra i due si stabilisce un forte legame. La suocera di Vermeer, Maria Thins, accortasi della benevola influenza della ragazza nella pittura del maestro, incoraggia la rischiosa collaborazione nonostante le gelosie di Catharina, moglie del pittore, e soprattutto della figlia dodicenne Cornelia, pronta a tutto pur di fare dispetti e screditare l'onore di Griet. Sola e senza la protezione di nessuno, Griet subisce le attenzioni di Pieter, un giovane macellaio, e quelle di van Ruijven, il ricco e lascivo mecenate di Vermeer...
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo omonimo di Tracy Chevalier
  • Produzione: LIONS GATE INC., ARCHER STREET PRODUCTIONS, PATHE'
  • Distribuzione: MIKADO (2004)
  • Data uscita 20 Febbraio 2004

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Cinema e sensi: può il grande schermo raccontare la pittura? Saliamo al primo piano del Mauritshuis, il Museo reale di Pittura dell'Aia: un gioiello architettonico scrigno per innumerevoli gioielli. Si è avvolti dal fascino perenne della pittura, da una serie di raffinati capolavori fiamminghi. Vermeer abita nella sala numero nove: e lì lo sguardo turbato e perplesso di una ragazza con turbante turchese ed un impareggiabile, luminoso orecchino di perla cattura la tua attenzione. Sei costretto a guardarla. Si ha la sensazione di rivivere gli istanti di vita di quella giovane sconosciuta, gli istanti della pittura, gli istanti della creazione. Non poteva Tracy Chevalier rimanere insensibile a questo sguardo femminile ed indifferente a quelle labbra umide e socchiuse: scrive un romanzo di fantasia, La ragazza con l'orecchino di perla, dall'enorme successo editoriale. Poi arriva il cinema, affamato di buona letteratura, ed incarica Olivia Hertreed di ricavarne una sceneggiatura: da un libro visivo al film - opera prima di Peter Webber - che racconta, con ricca fantasia ma altrettanta plausibilità, la storia di un quadro famosissimo e del suo artefice, Vermeer, che ha depositato per sempre il suo genio in sole, inestimabili trentacinque tele. Siamo nel 1665, a Delft, e Griet entra a servizio della famiglia Vermeer, cattolica. Una suocera autoritaria, una moglie capricciosa, figlioletti dispettosi e gelosi in continuo arrivo, ed un pittore scorbutico; poi, a livello cucina e cantine, la servitù. Nella precarietà della sua condizione, Griet scopre la medesima fonte di energia ed ispirazione del suo padrone: la luce, nella quale entrambi scorgono l'eternità. Ed in questo scontro tra il trambusto e la violenza domestica e la quiete del pittore rinchiuso nell'Eden creativo, tra i due nasce una spirituale, precaria finalità: per lei dare il volto acerbo ed intenso dell'adolescenza che scopre amore, vita e, forse, libertà; per lui la possibilità di consegnare per sempre ai posteri quel volto, oltre che assicurarsi il pane quotidiano dal committente, il ricco e lascivo van Ruijven (Tom Wilkinson). Film di atmosfere borghesi come le tele di Vermeer, che è un piacere scoprire tra gli squarci di luce, quella pura del nord, che investe gli angoli angusti della casa; film di scene, costumi e curiosità colte (anche una serie di citazioni della storia dell'arte, perché si scorge, ad esempio, Il cardellino di Fabritius appeso in un salotto della magione), al quale la recitazioneolin Firth e di Scarlett Johansson (dalla stupefacente somiglianza) donano un tocco di classe. Senza però trasformare in coinvolgente passione il freddo mistero olandese di un quadro e di un orecchino.

CRITICA

"Riuscito nei momenti in cui si sofferma sulla cultura materiale e la quotidianità della vita nella provincia olandese del '600, il film di Webber non sa evitare la più ovvia delle ingenuità alle quali era, a priori, esposto: cercare di trasformare ogni inquadratura in 'un Vermeer'. Brava Scarlett Johansson, ormai abbonata agli amori impossibili con uomini più grandi ('Lost in Translation'); incolore Colin Firth nella parte del pittore." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 febbraio 2004)

"Tratto dal best-seller di Tracy Chevalier, 'La ragazza con l'orecchino di perla' ha molti meriti. E' un film su un pittore che parla di pittura. E' un ritratto dettagliato e verosimile, anche se largamente congetturale, del mondo di Vermeer. Purtroppo però l'esordiente Peter Webber viene dalla tv e non imprime la minima tensione al rapporto fra le sue immagini e quelle di Vermeer, limitandosi a illustrare la storia con la massima cura, e ci mancherebbe, per scene, foto e costumi. Tre categorie per cui il film è candidato all'Oscar, mentre la vibrante Scarlett Johansson, vergogna, è stata ignorata dai maneggioni dell'Academy." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 febbraio 2004)

"Nell'interessante studio biografico su Vermeer intitolato 'Il maestro di Delft' Anthony Bailey scrive che Henry James visitando l'Olanda trovò il paesaggio noiosamente simile ai quadri dei pittori locali. Messo di fronte alle immagini di 'La ragazza con l'orecchino di perla', oggi il romanziere americano non mancherebbe di rilevare che si rifanno in modo ossessivo ai circa 35 quadri vermeeriani rimasti. Il che spiega le tre nomination all'Oscar ricevute dal film dell'esordiente Peter Webber per l'art director, il costumista e il fotografo. Diligentissimi, per carità, ma stucchevoli al punto da far pensare mentre i personaggi si trasferiscono da un Vermeer all'altro che il pittore di cui si parla fosse soltanto bravo a copiare ciò che vedeva intorno. Il peggio è che tanto accanimento illustrativo finisce per togliere ogni senso di magica trasfigurazione quando si arriva alla citazione dei quadri veri. In realtà c'è forse qualcosa di incompatibile fra la pittura di Vermeer, trionfo dell'immobilità, e il cinema in quanto arte fondata sul movimento." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 21 febbraio 2004)
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