La principessa e il ranocchio

The Princess and the Frog

USA - 2009
5/5
La principessa e il ranocchio
New Orleans, anni '30. Il principe Naveen è arrivato in città con la speranza di entrare nel fantastico mondo del Jazz, ma il Dottor Facilier, uno stregone vodoo, lo ha trasformato in un ranocchio. Come vuole la tradizione delle fiabe, l'unica sua salvezza è quella di trovare una principessa disposta a baciare un anfibio. La scelta cade su Tiana, una ragazza afroamericana che vive nell'elegante quartiere francese della città e che, dopo l'iniziale rifiuto, acconsente ad aiutare il ranocchio dandogli il bacio che romperà l'incantesimo. Il risultato, però, sarà tutt'altro che quello sperato poiché il ranocchio rimane ranocchio e la principessa viene trasformata a sua volta in una rana. I due si troveranno costretti a vivere loro malgrado un'avventura nelle paludi della Louisiana, alla ricerca di chi potrà effettivamente sciogliere entrambi dall'incantesimo, ridonando loro le sembianze originali. Dalla tragicomica esperienza, però, Tiana e Naveen conosceranno il valore dell'amicizia e l'incanto di una storia d'amore.
  • Altri titoli:
    La principessa e la rana
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: ANIMAZIONE
  • Specifiche tecniche: (1:1.85) - DE LUXE
  • Produzione: WALT DISNEY ANIMATION STUDIOS
  • Distribuzione: WALT DISNEY STUDIOS MOTION PICTURES, ITALIA
  • Data uscita 18 Dicembre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Siamo sicuri che se da lassù Walt Disney potesse vedere La principessa e il ranocchio ne sarebbe onorato. Perchè l’ultima creatura degli Animation Studios – fondati quasi novant’anni fa dal padre di Topolino – più che un “ritorno all’animazione tradizionale” (alla matita e al 2D, per capirci), come va dicendo da mesi John Lasseter, è un “ritorno a casa”, l’omaggio perfetto alle intuizioni del grande cartoonist americano e ai suoi sogni di adulto-bambino. Il merito più grande da ascrivere ai realizzatori di questo capolavoro (in regia Ron Clements e John Musker, già al timone tra gli altri de La sirenetta e di Aladdin) è l’esser riusciti a catturare lo spirito del vecchio cartoon Disney, l’anima stessa dell’animazione (che è a sua volta ricerca dell’essenza delle cose fuori dal realismo: anim-a-zione).
E’ un film-parco questo che, come la Disneyland immaginata da Walt, contiene le storie, le qualità, la musica, le magie, i colori e la forza stessa dei mondi creati dagli Studios lungo tutto l’arco del Novecento. La libera rielaborazione della fiaba dei Grimm (Il principe ranocchio) è poco più di una traccia che si sfilaccia quasi subito, si attorciglia, si perde, rifrange in caleidoscopiche visioni. Che non vuol dire anarchia narrativa, ma libera, appassionata, libertà immaginativa. E’ la capacità dei classici: saper circoscrivere il caos dell’invenzione, dare una misura all’allegro disordine.
Il canone qui è la musica, meglio il musical, che apre il tableaux animato a vere e proprie feritoie magnificamente coreografate, fughe nella fantasia dirompente, lembi e volute impazzite di un tessuto che d’improvviso si allarga, si scompone, per poi tornare a sè, composto, lineare, chiaro. Era la vecchia scommessa di Disney: deviare le correnti di arte pura (le immagini ritmiche di Oskar Fischinger) nel mare calmo dell’immaginario popolare. E non c’è niente di meglio del jazz (il film è ambientato nella New Orleans degli anni ’20, in piena esplosione socio-musicale, tra jazz, blues e soul), l’improvvisazione in note, per incidere nel suono, accanto e oltre le immagini, la con-fusione di istinto e controllo, irrazionale e reale, impossibile e plausibile.
Lo score di Randy Newman (ottimo) meriterebbe una recensione a parte, così come il lavoro di traduzione – soprattutto canora – realizzato dal doppiaggio italiano, buono ma sempre carente, perché certi film andrebbero visti solo in lingua originale. Soffermiamoci sulla storia invece, arcinota – l’ascesa di una serva grazie all’amore di un principe caduto in disgrazia e trasformato in ranocchio – e insieme brulicante di novità: dalla scelta del “colore” dei protagonisti – complice Obama, è forse l’aspetto più vistoso dell’ultimo film Disney, ma anche il più marginale – al riuscito mix di realismo sociale (a cavallo tra il cliché e il documentario quando contrappone bassifondi neri e regge bianche della Louisiana che fu), ricostruzione d’epoca e immersioni nell’imponderabile: che è insieme l’altro mondo animale – qui la palude e i suoi abitatori – e l’oltremondo spirituale – richiamato dai fantasmagorici rituali voodoo del mostruoso dottor Facilier e della buona Mama Odie.
Come sempre, la Disney riesce a trasformare pianeti paralleli in sfere concentriche, giocando sulle zone di tangenza, sull’amalgama di percezioni altre e caratteristiche umane. Regala personaggi indimenticabili – vedi l’alligatore trombettista Louis (doppiato da Pino Insegno) e la lucciola innamorata Ray (nella versione italiana ha la voce di Luca Laurenti). Passa con disinvoltura da un genere all’altro – dalla commedia all’avventura, dal musical al drama. Evoca l’intera storia emozionale del cinema, ricordandone volti e titoli senza mai citarli direttamente. Riafferma il primato della pittura (certi quadri sembrano disegnati da Toulouse Lautrec) sulla fotografia.
Ridefinisce infine il suo profilo di grande narrazione morale, organica all’America e distinta dal versante maggiormente slapstick e tecnologico dei suoi competitor (Warner prima, Dreamworks oggi). Contro i quali piazza un’altra vittoria senza appello: perché non tutte le magie diventano miracoli. E non sempre i venditori di sogni – come ci ammonisce Facilier – mantengono quel che promettono.

NOTE

- VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: ANIKA NONI ROSE (PRINCIPESSA TIANA), TERRENCE HOWARD (JAMES), JOHN GOODMAN (ELI 'BIG DADDY' LABOUFF), OPRAH WINFREY (EUDORA).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 COME MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2010 PER: MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE E CANZONE ORIGINALE ("ALMOST THERE" E "DOWN IN NEW ORLEANS" ENTRAMBE DI RANDY NEWMAN).

CRITICA

"La premiata Disney torna in pista con un classico film a due dimensioni, mentre attorno il 3-D impera (...). E naturalmente cavalca la ristrettezza di mezzi ricavandone qualcosa in più. (...) Buon doppiaggio italiano (a parte la metrica delle canzonette) con un applauso a Luca Laurenti per la voce di Raymond, lucciola sdentata e innamorata della stella Evangeline." ('Il Foglio', 12-12-2009)

"Siamo nel solco dei più classici film di papà Walt: i 'cartoni animati' disegnati, a due sole dimensioni, dove il divertimento si mischia con il romanticismo, un pizzico di brivido (gli spettri del woodoo evocano la caverna della strega Grimilde in Biancaneve e i sette nani) e non manca neppure l'occasione per spremere una lacrima. Lo stile, insomma, è quello caratteristico dei suoi due registi - Ron Clements e John Musker - ai quali si devono cartoon amatissimi da generazioni come 'La sirenetta' o 'Aladdin'. Come sempre avviene nei prodotti del celebre studio , abbondano due elementi di contorno fondamentali. Da una parte il supporting cast di personaggi buffi, che qui sono il calmano Louis (qualsiasi allusione ad Armstrong non sarà casuale), rettile virtuoso della tromba, e la coraggiosa lucciola Raymond, più Mama Odie, regina del bayou dalla bella età di 197 anni. Dall'altra i numerosi, coloratissimi numeri musicali cantati e ballati, che ricordano quelli dei tempi d'oro della Disney, già ispirati ai classici musical di Vincente Minnelli, Stanley Donen e Gene Kelly." (Roberto Nepoti, 'Repubblica', 16 dicembre 2009)

"Un felice ritorno al disegno a mano. Era da 'Mucche alla riscossa' (1994) che lo studio di Zio Walt non recuperava il lavoro manuale. E poi ci sono i numeri musicali, il ritmo più dolce, meno eccentricità a tutti i costi, zero stress da citazionismo cinefilo, niente rutti e peti (uno solo: piccolino) e più guerra dei sessi. Le giovani donne andranno in solluchero anche perché siamo in una frizzante New Orleans al femminile, poco prima e dopo la Grande Guerra, e la protagonista è una ragazza di colore che canta: 'Io ce la farò! Il lavoro è duro ma prima o poi avrai quello che vuoi!' (ricorda qualche afroamericano di successo?). Ecco una storia coi fiocchi, piena di colpi di scena e senza vuoti di sceneggiatura. (...) Primo cartoon della casa di Topolino che presenta una principessa di colore. Perché Lasseter è un genio? Perché il padre della Pixar sa che siamo tutti figli di Walt Disney. Questo è il suo omaggio al maestro. Con un pizzico di Obama." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 18 dicembre 2009)

"Il ritorno al disegno manuale della Disney, voluto da John Lasseter, non discosta molto il film da quelli nati al computer. La matita si ritrova subito, la mano no." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 19 dicembre 2009)

"La premiata Disney torna in pista con un classico film a due dimensioni, mentre attorno il 3-D impera. Ai tempi di 'Cenerentola', di 'Bambi' o di 'Biancaneve' non c'era alternativa: personaggi piatti su fondo piatto, suppliva la bravura dei disegnatori. Qui la piattezza viene sfruttata ambientando una coreografia dentro un ristorante di inizio Novecento (...). Nelle scene vudù gli spiriti sono meravigliose silhouettes agli ordini di uno stregone. Buon doppiaggio e applauso a Luca Laurenti per la voce di Raymond." ('Il Foglio', 19 dicembre 2009).

"E' una strana operazione, quella della Disney Pixar: creare un cartoon natalizio con un'eroina nera facendo finta che il colore della sua pelle non importi. Peccato che la storia sia ambientata negli anni 20 nel sud degli Stati Uniti, dove il colore importava eccome, e penalizzava non poco gli afroamericani con pretese di avanzamento sociale (...). Peccato anche che 'La principessa e il ranocchio' sia ambientato in quella New Orleans che pochi anni fa è stata teatro di un devastante uragano che ha spazzato la città (...). Ciò premesso, 'La principessa e il ranocchio' è un film riuscito e piacevole, con una colonna sonora che flirta con il jazz e il dixieland e una tesi di fondo che sfiora lo spirituale e il filosofico: che esiste una differenza, spesso abissale, tra ciò che vogliamo (o meglio, che ci convinciamo di volere) e ciò di cui abbiamo veramente bisogno per stare bene al mondo. E che se da un lato vale la pena rimboccarsi le maniche e inseguire con il duro lavoro e il risparmio i propri sogni materiali (un messaggio che sembra fatto apposta per l'America della recessione), dall'altro la realizzazione dei nostri progetti concreti non necessariamente equivale alla soddisfazione dei nostri desideri profondi, che hanno quasi sempre a che vedere con quel bene intangibile che è l'amore dato e ricevuto." (Paola Casella, 'Europa', 19 dicembre 2009)
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