La pelle dell'orso

ITALIA - 2016
2,5/5
La pelle dell'orso
Anni Cinquanta. In un villaggio nel cuore delle Dolomiti vivono Domenico, un ragazzino sveglio ma introverso, e il padre Pietro, un uomo consumato dalla solitudine e dal vino, che per campare lavora alle dipendenze di Crepaz. Il rapporto tra padre e figlio è aspro e difficile, i lunghi silenzi li hanno trasformati in due estranei. Una notte la tranquillità della valle viene minacciata dal "diaol", il diavolo, un orso vecchio e feroce che ammazza una vacca dentro una stalla. La comunità è in preda a un terrore superstizioso e non ha la forza di reagire. Una sera all'osteria in uno scatto d'orgoglio, Pietro lancia una sfida a Crepaz: ammazzerà l'orso in cambio di denaro. La sfida viene raccolta tra le risate e lo scetticismo generale. È l'occasione che Pietro aspettava da tempo, il mattino dopo, senza dir nulla a nessuno parte per la caccia. Domenico lo viene a sapere e decide di seguirlo. A sua volta abbandonerà la sicurezza del paese per avventurarsi verso l'ignoto. Padre e figlio si immergono nei boschi, sempre più a fondo, fino ad esserne inevitabilmente trasformati. A poco a poco si riavvicinano, si riconoscono e il muro che li separava si sgretola nell'immensità della natura.
  • Durata: 92'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP (1:2.39)
  • Tratto da: romanzo "La pelle dell'orso" di Matteo Righetto (Ugo Guanda Editore)
  • Produzione: FRANCESCO BONSEMBIANTE PER JOLEFILM CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: PARTHÉNOS
  • Data uscita 3 Novembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Il cinema italiano, soprattutto quello di casa nel Nordest, sempre più spesso è tentato dalla strada del realismo fiabesco, come dimostrano i casi recenti de I tempi felici verranno presto di Comodin (nella sua variante autoriale) e di In fondo al bosco di Lodovichi (in quella più orientata al genere). Le caratteristiche di questo vero e proprio filone – che vanta lontane ascendenze con la lezione di Olmi e con quella del primo Avati – sono l’ambientazione in una piccola comunità alle pendici della montagna, la prossimità di un bosco, la presenza minacciosa di una qualche creatura (il lupo, il diavolo, l’orso), una cifra espressiva ambiguamente sospesa tra naturalismo e allegoria.
Tutte caratteristiche che ritroviamo ne La pelle dell’orso di Marco Segato, operazione che cerca di conciliare la singolarità di uno sguardo con un paradigma narrativo di genere, incardinato in questo caso nelle traiettorie del racconto di formazione.
Il risultato però rischia di penalizzare l’uno e l’altro: l’occhio sulla natura (vera e propria realtà epifanica) e sulla sfera più antropologica e arcaica, davvero interessante, si perde nell’inseguire una narrazione di genere senza ritmo e piuttosto prevedibile (sceneggiatura tratta peraltro da un romanzo).
Imperdonabile poi la mancanza di coraggio nell’utilizzo, in vece del dialetto, di un italiano da doppiaggio, freddo e falsissimo. Il ritorno di Marco Paolini sulla scena avrebbe meritato occasione migliore.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE CINEMA; REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE DEL VENETO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO E DELLA REGIONE LAZIO - FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO. REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON DE RIGO VISION SPA, CREDITO VALTELLINESE S.C., TASCI SRL, DESTRO FLAVIO, ORSONI DAVIDE AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT E CON GUIDO MARIA BRERA.

- MARCO SEGATO E' STATO CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2017 COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE.

- CANDIDATO AI GLOBI D'ORO 2017 PER: MIGLIOR OPERA PRIMA, FOTOGRAFIA, ATTRICE (SARA SERRAIOCCO), ATTORE (MICHELE RIONDINO).

CRITICA

"Ecco un esempio di esordiente, Marco Segato, capace di calibrare bene le sue forze: scegliendo un'ambientazione a lui congeniale; facendo buon uso della sua esperienza di documentarista; pescando un adolescente molto giusto per la parte protagonista, e affiancandogli un interprete di carisma e autorevolezza quale Marco Paolini. (...) Segato impagina la storia con limpidezza, seppur con un eccesso di diligenza, in una linea di cinema che guarda all'ispirata lezione di Ermanno Olmi." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 novembre 2016)

"Occasione di riscatto per l'uomo alla deriva, ingresso nella vita per Domenico. Prova che un piccolo film - in definitiva un western dolomitico - può essere un film bello." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 3 novembre 2016)

"Film di ascolto e meditazione nella suspense, con una bella sequenza fucile/animale in memoria del 'Cacciatore' di Cimino. Alla direzione di una fotografia di contrasti, oscurità e spazi, Daria D'Antonio." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 3 novembre 2016)

"Passabile dramma, ambientato negli anni Cinquanta, che si aggira, con eccessiva lentezza, tra le magnifiche Dolomiti venete. (...) Una storia amara, che lascia qualche ombra nella trama, non sul talento di Marco Paolini." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 3 novembre 2016)
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