LA MIA GENERAZIONE

ITALIA - 1996
LA MIA GENERAZIONE
In Sicilia nel 1983 in un carcere speciale, Braccio, detenuto politico, viene prelevato con un furgone per essere tradotto a Milano, per ottenere alcuni colloqui con l'ex fidanzata, Giulia. Il Capitano dei Carabinieri, responsabile del trasferimento, con sagace psicologia, riesce a superare l'istintiva diffidenza del detenuto trattandolo da uomo e riconoscendo l'eccessiva durezza della condanna da lui subita. Il furgone ha un guasto e deve inoltre deviare verso S. Alba, dove una manifestazione di lavoratori in sciopero ha bloccato un treno su cui è trasferito un detenuto comune, Concilio, il quale viene ferito dalla folla che lo scambia per un terrorista. Una provvidenziale processione (alla tomba del morto in un recente scontro a fuoco tra militi e banditi locali) depista i facinorosi e consente al furgone di riprendere la strada per Bologna, portando a bordo Concilio che si è procurato un'arma e vuole evadere con l'aiuto di amici. Ma una rivolta nel carcere e l'inevitabile notte in caserma lo costringono a consegnare l'arma a Braccio. Frattanto Giulia, dopo aver letto le ultime lettere dell'amico, incontra un vecchio compagno di lotta, che il silenzio di Braccio ha salvato dal carcere, invitandolo invano ad incontrarlo. Il detenuto ottiene il permesso di telefonare a Giulia; ma prima il Capitano gli svela che se parlerà con un superiore otterrà il mese di colloqui ambito, altrimenti tornerà in Sicilia. Approfittando dell'arrivo di una prostituta Braccio ottiene di appartarsi con lei in una toilette. Qui estrae la pistola di Concilio ma se ne disfa frettolosamente convincendosi che l'unica scelta è di continuare a tacere.
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Produzione: COMPACT - IN COLLABORAZIONE CON RAI E DANIA FILM
  • Distribuzione: WARNER BROS ITALIA - RCS FILMS & TV

NOTE

REVISIONE MINISTERO SETTEMBRE 1996.
COSTUMI: METELLA RABONI.
SUONO IN PRESA DIRETTA: BRUNO PUPPARO.

CRITICA

"Non s'è detto abbastanza quanto il film segni per Wilma Labate una crescita, un progresso rispetto ad 'Ambrogio' con cui esordì nel 1992. Quanto sia funzionale ed espressiva nell'uso del chiaroscuro la fotografia del giovane Alessandro Pesci in un film che si svolge in buona parte all'interno di un furgone. In che misura la regista abbia assimilato la lezione del miglior cinema americano nel dirigere i suoi due bravi attori (senza trascurare il brio un po' manieristico di Peluso come camorrista e la dolente presenza della Neri) raccontandone l'interiorità non soltanto attraverso le parole, ma col comportamento, i gesti, i volti. Per Claudio Amendola questo personaggio è un esame di laurea. Superato col massimo dei voti". (Morando Morandini, 'Il Giorno', 14 settembre 1996)

"Poca azione un intreccio di caratteri, invece, che Wilma Labate, abbastanza apprezzata nel '92 per la sua opera prima 'Ambrogio', cerca di condurre avanti con un certo ordine, non nascondendo, date le sue origini, la sua simpatia per l'ex brigatista, ma sforzandosi anche, sia pure con difficoltà, scoperta, di ascoltare o, meglio, di farci ascoltare, anche qualche ragione dell'altro. Con risultati, però, piuttosto dubbi. I personaggi, infatti, anche se sono disegnati con piglio sicuro, finiscono per farsi coinvolgere da situazioni quasi sempre esteriori e non di rado didascaliche che sembrano create solo per dimostrare tesi con dialoghi che o incespicano nel luogo comune o tentano facili polemiche sul dopo terrorismo e, pur senza allusioni esplicite, anche sull'argomento dell'indulto oggi dibattutto in varie sedi. Certo qua e là un clima teso si fa avanti, il gioco quasi di gatto con il topo che l'ufficiale instaura con il detenuto ha momenti sospesi e perfino sottili e i modi di rappresentazione, grazie anche a una fotografia molto scura di Alessandro Pesci sorretta, in filigrana, dalle musiche intense di Nicola Piovani, hanno a tratti una loro vitalità plausibile, ma nel suo insieme l'impresa stenta a convincere, specie se si pensa al rigore e all'asciuttezza con cui Calopresti e Moretti, nella 'Seconda volta', avevano affrontato un tema analogo. Molto seri, comunque, gli interpreti, soprattutto Silvio Orlando che, nei panni dell'ufficiale, affronta un ruolo a doppia faccia per lui del tutto insolito". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 24 settembre 1996)

"La coerenza personale come ultima difesa di fronte alla sconfitta politica ma anche all'ambiguità delle istituzioni è il tema di questo film. circoscritto tra le pareti di un cellulare in viaggio tra la Sicilia e San Vittore. C è pochissima 'politica' nei dialoghi dei due protagonisti - un detenuto e un capitano piuttosto c'è la loro 'diversità', fatta risaltare per contrapposizione rispetto agli altri, detenuti o carabinieri che siano. Certo, a volte gli accadimenti danno l'impressione di essere un po' forzati. Non tutto e non tutti sono raccontati con altrettanta intensità ma quel che conta è l'occhio rispettoso e rigoroso con cui Wilma Labate si avvicina a un soggetto tanto spinoso, senza barare sulle carte in tavola. Onesto". (Paolo Mereghetti, 'Sette')
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