La memoria dell'acqua

El botón de nácar

CILE, FRANCIA, SPAGNA - 2015
4,5/5
La memoria dell'acqua
Un bottone di madreperla incrostato nella ruggine di una rotaia in fondo al mare: è una traccia dei desaparecidos di Villa Grimaldi a Santiago, il grande centro cileno di detenzione e tortura sotto la dittatura di Pinochet. Un fiume che scorre e il tintinnio delle cascate: è la canzone dell'acqua alla base della cultura dei Selknams, popolazione nativa sudamericana trucidata dai colonizzatori. Due massacri, e la memoria dell'acqua: sono le chiavi narrative per raccontare la storia di un Paese e delle sue ferite ancora aperte, per percorrere il Cile e la sua bellezza, il Cile e la sua violenza.
  • Altri titoli:
    The Pearl Button
    Der Perlmuttknopf
  • Durata: 82'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Specifiche tecniche: 2K, DCP
  • Produzione: RENATE SACHSE PER ATACAMA PRODUCTION, IN COPRODUZIONE CON VALDIVIA FILM, MEDIAPRO, FRANCE 3 CINEMA
  • Distribuzione: I WONDER PICTURES/UNIPOL BIOGRAFILM COLLECTION (2016)
  • Data uscita 28 Aprile 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

“Siamo tutti ruscelli di una stessa acqua”. Lo dice il poeta cileno Raúl Zurita, lo conferma questo straordinario lavoro di Patricio Guzmán, che dopo Nostalgia della luce (2010, grazie a I Wonder Pictures nelle sale congiuntamente), che partiva dal deserto di Atacama, prosegue in questo ideale dittico (il terzo capitolo potrebbe riguardare la catena montuosa delle Ande) un discorso documentaristico ed emozionale atto a fondere natura e storia, infinitezza del tempo e finitezza dell’uomo. Riprese aeree mozzafiato per sorvolare la Patagonia occidentale, il più grande arcipelago esistente al mondo, un bottone di madreperla incrostato nella ruggine di una rotaia in fondo al mare: è l’unica traccia rimasta dei desaparecidos di Villa Grimaldi a Santiago, il grande centro cileno di detenzione e tortura sotto la dittatura di Pinochet. Un fiume che scorre e il tintinnio delle cascate: è la canzone dell’acqua alla base della cultura dei Selknams, popolazione nativa sudamericana trucidata dai colonizzatori. Due massacri, e la memoria dell’acqua: sono le chiavi narrative per raccontare la storia di un Paese e delle sue ferite ancora aperte, per percorrere il Cile e la sua bellezza, il Cile e la sua violenza.

Un bottone, come quello con cui i colonizzatori inglesi pagarono “Jemmy Button”, nativo della tribù degli Yámana, delle isole della Terra del Fuoco vicino Capo Horn, prelevato e portato in Inghilterra insieme ad altri per essere “educato e cristianizzato”, per essere poi riportato nella sua tribù per “civilizzarla”. “Viaggiò mille anni nel futuro e poi mille anni indietro, nel passato”, come dice la voce narrante del film: esule tra la sua stessa gente, “Jemmy Button” non tornò mai più ad essere quello che era prima.
Forse, ci suggerisce Guzmán (regista che dopo il Golpe che ha rovesciato il governo di Salvador Allende è stato tenuto prigioniero allo Stadio Nazionale di Santiago, è stato minacciato di morte e ha abbandonato il Cile nel novembre ’73) , l’acqua che circonda quelle terre custodisce in sé anche il ricordo di uomini (e donne) forzatamente cambiati dal tempo. E scomparsi. L’acqua nasconde (come anni più tardi fece con i corpi dei desaparecidos, impacchettati e appesantiti dai 30 chili dei pezzi di rotaia con cui venivano gettati a mare), contribuisce a trasformare, logora ma, prima o poi, riconsegna alla storia la memoria del tempo. E degli uomini. Un mistero eterno, ciclico, poetico e doloroso. Incredibile. Come questo film. Da non perdere.

NOTE

- CONSULENTE ARTISTICO: RENATE SACHSE.

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA E PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015).

CRITICA

"Odissea nello spazio infinito dell'acqua che è musica, vive e conserva la memoria. Lo stupendo film del cileno Patricio Guzmán (...). Guzmán si fa trovare dalla poesia con la cinepresa in mano, non la chiama, ma ci porta con le sue immagini lontanissimi e vicinissimi nel tempo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2016)

"C'è un regista capace di collegare nei suoi film l'acqua e le stelle, l'uomo e il cosmo, un bottone di madreperla e il genocidio di un popolo, il mistero dell'esistenza umana e gli onori di un passato non ancora elaborato, le esperienze personali e la storia di una nazione, il particolare e l'universale. Suggestioni apparentemente assai distanti ma unite in realtà da legami misteriosi e segreti. Si chiama Patricio Guzmán (...) e riesce a coniugare documentario e poesia come nessun altro. (...) Il regista ci racconta la storia vera di Jemmy Button, un indigeno portato in Inghilterra nell'Ottocento per essere 'civilizzato'. L'uomo viaggiò mille anni nel futuro per poi tomare indietro. Dopo un anno infatti fu riportato in Patagonia, si spogliò dei suoi abiti, ma non tornò mai più a essere quello di prima, esule tra la sua stessa gente. Aveva accettato di seguire gli inglesi in cambio di un bottone di madreperla (da qui il suo nome, Button), un piccolo oggetto che ci riporta a un altro massacro, quello perpetuato da Pinochet (...). La memoria è dunque per Guzmán, arrestato e rinchiuso nello stadio di Santiago nel 1973, l'unico strumento per affrontare finalmente il passato e guardare al futuro in un paese dove solo uno dei suoi quattordici documenta ha trovato spazio in tv, di notte." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 26 aprile 2016)

"Il cielo terso del Cile, frugato da telescopi potentissimi, e le acque ancora più trasparenti di quelle isole alla fine del mondo. E poi voci, volti, storie, rimorsi. Non solo dell'800 ma di fine '900, quando il Cile democratico di Allende diventò la dittatura feroce di Pinochet. Una piaga sempre aperta che il regista rievoca frugando tra i ricordi o cercando sopravvissuti e testimonianze, ma fuori da ogni codice del cinema di inchiesta. Perché 'La memoria dell'acqua' (...), non è solo un documentario lirico e travolgente. È un poema cosmico per immagini e parole (...) film semplicemente unico." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 aprile 2016)

"Il percorso che il cineasta 74enne avvia a partire da detto bottone è a dir poco sorprendente, perché coincide con la storia stessa del Cile, raccontata dalle sue fasi primigenie. (...) Film di straordinaria potenza audio-visiva, da gustare e mantenere nel cuore e nella mente come un dono prezioso (...)." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 28 aprile 2016)

"Luogo di memoria, il cinema diviene luogo di responsabilità e di ripensamento dei casi seri e spesso drammatici, come è il cinema di Patricio Guzmán (...) che si è dedicato al racconto delle violenze sulla popolazione in Cile durante gli anni della dittatura di Augusto Pinochet. Dopo 'Nostalgia della luce' (...) Guzmán torna con un potente e poetico racconto alla memoria del genocidio durante la dittatura cilena." (Dario Edoardo Viganò, 'Credere', 1 maggio 2016)
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