La lunga notte del '43

ITALIA - 1960
Nell'autunno del 1943 i fascisti di Ferrara hanno riorganizzato il partito. L'ufficio di federale è tenuto dal console Bolognesi, uomo di idee moderate, cui è veramente avverso Carlo Aretusi, fautore dell'azione violenta. Un altro fascista della prima ora, il farmacista Pino Barilari, che ha le gambe paralizzate, vive isolato in casa sua. La farmacia è gestita dalla moglie Anna, che avendo ritrovato Franco Villani, l'uomo da lei amato in passato, ne diviene l'amante. Intanto Aretusi, per liberarsi del suo rivale Bolognesi, lo fa assassinare da un sicario. L'assassinio viene attribuito agli antifascisti: calano a Ferrara le brigate nere, che sotto la guida di Aretusi fucilano undici persone. La strage avviene innanzi alla casa di Pino Barilari, che vi assiste dalla sua finestra. Anche Anna è stata testimone dell'eccidio: il padre di Franco è tra le vittime. Franco abbandona l'amante e fugge in Svizzera; Anna lascia per sempre la città; Pino muore dopo qualche tempo. Nell'estate del 1960 Franco torna a Ferrara dalla Svizzera, dove ha fatto fortuna e s'è sposato: egli incontra Aretusi che si congratula con lui. I due si stringono cordialmente la mano.

CAST

NOTE

- GIRATO IN ESTERNI A FERRARA.

- PREMIO OPERA PRIMA AL XXI FESTIVAL DI VENEZIA. NASTRO D'ARGENTO A ENRICO MARIA SALERNO COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA.

CRITICA

"Il film che nella prima parte rievoca l'atmosfera opprimente dell'inverno del '43, scade nella seconda, in cui prende il sopravvento il dramma sentimentale della protagonista. Così il tema più importante del film - cioè l'insanabile contrasto tra libertà e oppressione e il valore insostituibile della prima - diventa un accessorio. Ne risulta uno squilibrio che va a danno dell'attendibilità e della sincerità del lavoro. Formalmente il film ha tratti efficaci specialmente nella descrizione ambientale; buona l'interpretazione." (Segnalazioni cinematografiche, vol. 48, 1960)

"Esordienti così preparati non possono che fare del bene al nostro cinema (...) La materia qui è rovente, ma il tratto asciutto e calcolatissimo (...) Quando non avese altro, il film costituirebbe una salutare lezione di memoria per quanti (...) non vogliono darsi il disturbo di ricordare. Un finlae amaro suggella bene il forte film." (Luigi Pestelli, "Stampa Sera", 29 settembre 1960)

"Da un racconto del ferrarese Giorgio Bassani, un ambizioso dramma psicologico del dotato, raffinato debuttante Florestano Vancini, che presto però abbandona le ambiziose tentazioni social-ideologiche, ripiegando sui più facili sentieri del romanzone sentimentale. Nell'eccellente cast spicca il diabolico Gino Cervi, irriconoscibile Peppone di pochi anni prima". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 1 giugno 2001)
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