La foresta dei sogni

The Sea of Trees

USA - 2015
2,5/5
La foresta dei sogni
L'americano Arthur Brennan raggiunge Aokigahara, un bosco folto e misterioso conosciuto come "la foresta dei sogni" e situato alla base del Monte Fuji, dove la gente si reca per contemplare la vita e la morte. Arthur è convinto che questo sia il posto perfetto per morire, ma dopo l'incontro con Takumi Nakamura, un altro uomo perso come lui, inizierà un percorso di riflessione e sopravvivenza che lo porterà a riaffermare la propria voglia di vivere e riscoprire l'amore per la moglie Joan.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: GIL NETTER, KEN KAO, KEVIN HALLORAN, F. GARY GRAY, BRIAN DOBBINS, CHRIS SPARLING PER BLOOM, WAYPOINT ENTERTAINMENT, NETTER PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Data uscita 28 Aprile 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Non è la prima volta che Gus Van Sant guarda da vicino al lutto e alla morte, temi già adombrati nel romanzo d’esordio, Pink, e in uno dei suoi ultimi film davvero convincenti, Restless. Mai però in chiave apertamente escatologica, quasi malickiana, come in The Sea of Trees, opera con cui si è ripresentato in gara allo scorso Festival di Cannes otto anni dopo Paranoid Park. Va detto, con più ombre che luci.

Le stesse che attanagliano l’animo di Arthur Brennan (Matthew McConaughey), uno scienziato americano che ha appena acquistato un biglietto di sola andata per il Giappone dove, ha deciso, porrà fine alla sua vita. Sceglie almeno di morire in un posto congruo, nella famigerata Aokigahara, la Foresta dei Suicidi ai piedi del Monte Fuji. I suoi “buoni” propositi verranno però congelati dall’incontro con un altro aspirante – e imbranato – passeggero per l’aldilà, Takumi Nakamura (Ken Watanabe).

Scenario decisamente inedito per un Van Sant meno ispirato e coraggioso del solito: fuori dal terreno urbano, il regista americano finisce per perdere padronanza dei propri mezzi e smarrirsi anche lui nella foresta, schiacciandosi ogni volta sulla soluzione più comoda e scontata. Ma non basta muovere nervosamente la camera, alzare il volume del suono ambientale o disseminare questo verde labirinto di cadaveri, per evocare il mistero di un luogo “tra” mondi, sospeso e spettrale. Ci sarebbe voluto invece un vero regista/medium, una Kawase o un Kiyoshi Kurosawa, portatori di quella sensibilità mesmerica tipicamente nipponica che Van Sant, obiettivamente, non ha.

Non aiuta nemmeno la sceneggiatura, costretta a sdoppiare il film per farne uno solo. L’incontro tra i due aspiranti suicidi non è tutto, anche perché non ci sono i presupposti né per aprire una dotta discussione sul fine vita, né un appassionante e umanissimo dialogo tra disperati. Tra ruzzoloni, capitomboli e franate che nemmeno Willy il Cojote potrebbe sfangarla, non c’è tempo per sedersi attorno a un fuoco e scambiare due chiacchiere. La sensazione è che lo sceneggiatore Chris Sparling non saprebbe bene che cosa far dire a quei due, così inventa l’acqua calda del flashback, in cui ci vengono mostrati i passi che hanno portato il personaggio di McConaughey dove lo troviamo ora. Praticamente un altro film di crisi matrimoniali, mogli alcolizzate e diagnosi di mali incurabili. Non diciamo di più, tranne che la consorte è interpretata da una lodevole Naomi Watts.

Sia ben chiaro, la prova degli attori è una delle poche note liete del film, insieme alle musiche di Mason Bates. Per il resto questo The See of Trees è un Mare di banalità deterministiche, incongruenze narrative, coincidenze posticce e tirate sull'immanentismo degne di un polpettone new age.

NOTE

- IN CONCORSO AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"Negli Usa sarebbe il prologo di un horror. Ma quella che per i cristiani è l'anticamera dell'inferno, come gli dice il misterioso giapponese sopravvissuto a un suicidio che lo yankee incontra quasi subito (Ken Watanabe), lì è un luogo spirituale e forse magico. Un punto di passaggio, in cui più che dire addio a questa vita possiamo scoprire le sue dimensioni nascoste... Peccato che il resto si perda tra flashback, banalità e sentimentalismi che somigliano poco al regista di 'Elephant'. Misteri della fede o semplice film alimentare?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 aprile 2016)

"Senza dire di più, poco a poco emerge che il film racconta l'elaborazione di un lutto, giocando su un piano in bilico fra naturalismo e dimensione spiritualistico-fantastica (...). Malattia, morte, sensi di colpa, smarrimento, sogno, magia, fragilità: sono temi e stati d'animo ricorrenti nel cinema di Van Sant, che li suggerisce con sensibilità, ritagliando nelle aree boschive del Massachusetts lo scenario di Aokigahara e instaurando un legame arcano fra uomo e mondo vegetale. Tuttavia, ecco il piede sbagliato, la sceneggiatura dell'inadeguato Chris Sparling avvia presto la storia sullo scivolo di un banale melò, senza riuscire a conferire sviluppo e spessore ai personaggi; e penalizzando i bravi interpreti, che pure erano partiti con il piede giusto." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 28 aprile 2016)

"'La foresta dei sogni' (...) condivide con un altro film recente di Gus Van Sant, 'L'amore che resta' (...), il genere - melodramma (espresso attraverso due protagonisti uniti da un'affinità con la morte) - e una struttura drammatica più tradizionale di quella di 'Elephant', 'Paranoid Park' e 'Last Days', che rimane il suo film più bello e originale da parecchi anni a questa parte. La libertà narrativa e formale, la sensualità dolorosa, la profonda affezione e fascinazione erotica per i personaggi di quei film manca pesantemente in questo nuovo lavoro (...). Tra un flash back e l'altro il film evolve in un episodio di 'Survivor' colorato di buddismo, con i due ex-aspiranti suicidi, sempre più smarriti, alle prese con il buio, il freddo e la tempesta. Autore d'istinto impeccabile, elegante, quando alle prese con materiali che gli sono affini, qui Van Sant non sembra nemmeno lui: il tutto è non solo prevedibile, troppo letterale e mal girato, ma anche poco interessato ai suoi personaggi e incapace di usare il luogo, sia filmicamente che emotivamente a suo vantaggio. Le anime inquiete di Aokigahara dovranno aspettare un altro film perché venga resa loro giustizia. Almeno non sono state disturbate: 'La foresta dei sogni' è stato girato in Massachusetts." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 28 aprile 2016)

"Piacerà agli ammiratori di Van Sant che ritroveranno vari temi preferiti dal Gus. Come la corsa verso la morte ('Last Days'). E la sottile linea divisoria fra amore omo e etero. E per chi è ammiratore a corrente alternata? Il bosco dei suicidi ha un fosco fascino. E Watanabe compensa gli istrionismi di Matthew." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 aprile 2016)

"Pretenzioso, noiosissimo dramma esistenziale (...). Il pentito Matthew McCounaghey lotta come un pazzo per trovare l'uscita. Fortunatamente più accessibile allo spettatore, pur se intontito." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 aprile 2016)

"Film di grande fascino finché rimane all'interno della foresta, appesantito da flashback sulla vita di Brennan non sempre azzeccati. A Cannes 2015 fu fischiato. Per chi ama Van Sant è invece un film da vedere." ('L'Unità', 28 aprile 2016)

"Un film, questo di Van Sant insieme con Sparling, molto complesso se non addirittura complicato con risvolti ora esistenziali ora filosofici e forse anche vagamente spirituali. (...) Un percorso nel cuore stesso dei personaggi, con precisi ricordi del passato di Arthur con Joan, sempre però in termini asciutti cui Van Sant ha inteso indirizzare la sua regia, attenta a non cedere mai né al sentimentalismo né alla retorica. L'asseconda il protagonista, Matthew McConaughey (...)." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 26 aprile 2016)

"(...) l'atteso film di Gus Van Sant (...) delude praticamente tutti. (...) una serie di flashback fanno conoscere il passato dell'americano (...). Ma queste scene finiscono per togliere tensione all'odissea notturna dei due aspiranti suicidi, e sembrano inserti gratuiti messi lì soprattutto per giustificare la presenza di una star femminile nel cast. Così alla fine si intuisce il «messaggio» - la spiritualità orientale e la comunione con la Natura possono controbilanciare la pulsione di morte dell'Occidente (Arthur sembra incarnare tutti i limiti di una cultura razionalista schiacciata dai sensi di colpa) - ma la regia non riesce mai a fondere il presente della foresta e il passato dei flashback. E tutto risulta senz'anima né cuore". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 17 maggio 2015)

"Alzi la mano chi ha mai sentito parlare di Aokigahara. Se sapete di cosa si tratta le spiegazioni sono due. O siete coltissimi, con un'attenzione particolare per il Giappone. O avete passato un brutto momento e avete scoperto che ogni anno un gran numero di persone sceglie questa foresta impenetrabile sotto la vetta maestosa del Fujiyama, anche detta 'Il mare d'alberi', per mettere fine ai propri giorni... Proprio così, anche gli aspiranti suicidi hanno le loro mète preferite. (...) Ma le foreste non sono le stesse dappertutto. Quella che per noi cristiani è l'anticamera dell'inferno, o meglio il Purgatorio, come gli dice il misterioso giapponese sopravvissuto a un tentato suicidio che McConaughey incontra quasi subito (Ken Watanabe), nell'impero del Sol Levante è un luogo spirituale e forse magico. Un punto di passaggio, in cui più che dire addio a questa vita terrena possiamo scoprire le sue dimensioni nascoste... Programma che Gus Van Sant, purtroppo, prende molto alla lettera. Illustrando in un gioco molto scolastico di flashback la vita precedente del professor McConaughey (...) un film già fragilissimo e sorprendentemente convenzionale, che non rivela mai la mano del suo regista se non per la cura generale della fattura. E soprattutto non aggiunge nulla al suo cinema. Tutti possono sbagliare un film o fare lavori elementari. Ma perché metterli in concorso?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 maggio 2015)

"Narrato come un survival, il film conferma il bipolarismo di Van Sant: a volte essenziale fino alla severità ('Elephant', Palma d'Oro 2003), altre volte ('Scoprendo Forrester') incline a scivolare nel sentimentalismo fin quasi alla sdolcinatura". (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 17 maggio 2015)

"D'accordo, non è certo l'opera migliore di Gus Van Sant (...). Nel film ci sono due anime che stridono, un eccesso di retorica e qualche colpo basso di troppo. (...) il film racconta il bisogno disperato di trascendenza e la necessità di credere in un angelo, o uno spirito guida che ci aiuti a trovare il senso perduto dell'esistenza." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 maggio 2015)
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