La fiera della vanità

Vanity Fair

GRAN BRETAGNA, USA - 2004
La fiera della vanità
Nata povera, Becky Sharp può contare solo sulla sua astuzia e la sua sensualità per superare gli ostacoli che la società le impone e per iniziare una scalata sociale. Il suo piano avrà però drammatiche conseguenze in campo affettivo.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: ISPIRATO AL ROMANZO "LA FIERA DELLA VANITA' " DI WILLIAM MAKEPEACE THACKERAY
  • Produzione: GRANADA FILM PRODUCTIONS, TEMPESTA FILMS, USA FILMS
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES (2005)
  • Data uscita 11 Marzo 2005

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Che sia famoso il detto o almeno ciò che rappresenta nell'immaginario e nel linguaggio corrente, lo dimostra il fatto che uno dei periodici più conosciuti e letti al mondo si chiama proprio come il nuovo film di Mira Nair (Leone d'Oro nel 2001 con Monsoon Wedding): eccoci, dunque, nella Vanity Fair, la fiera delle vanità, quella appassionante corsa ove ogni mezzo è permesso (e sono preferiti, solitamente, gli illeciti) ed alla quale nessun controllo antidoping può chiedere immunità, dare regole e tanto meno sospendere dalla gara. E' una eccitazione irrefrenabile che nessuno lascia immuni, ieri come oggi, quando tutto è più generalizzato, facile, 'democratico'. Il traguardo? L'accettazione nel ventre grasso e potente della buona società, in quelle sfere ove, vanitas vanitatum, tutto si può, tutto si dispone e decide e tutto anche si perde, da un giorno all'altro, quasi che la vita fosse un gioco. William Makepeace Thackeray aveva visto giusto scrivendo, nel 1848, il suo romanzo, punteggiato di satira, ambientando soltanto qualche decennio prima l'arrampicata divertente e dolorosa, imprevedibile e coraggiosa di Becky nella Londra capitale dell'impero e della democrazia, Londra, alle prese, come altre città, col lusso e Napoleone, l'India e i militari, le guerre e le ghinee (ricordare Barry Lyndon, per favore). Ed ecco un film sontuoso e appassionante che la regista indiana, con la sua classe ed il suo delicato, personalissimo tocco femminile, conduce con piacevole senso del racconto, seguendo davvero con curiosità muliebre ciò che si nasconde dietro lo sguardo furbesco e sibillino della brava Reese Witherspoon nel ruolo della protagonista, dalla sua ascesa, alla sua caduta e rinascita. Alcuni dialoghi sono straordinari, la ricchezza di scene e costumi appariscente, la corona di attori e attrici (cinquantanove se ne contano sul press book), tra grandi e piccoli ruoli, di gran pregio. Potrebbe essere identificato come un lavoro convenzionale, ma nel grigio panorama del Concorso veneziano brilla, e fa piacere.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004)

CRITICA

"Piuttosto deludente l'attesissima trasposizione del superclassico 'La fiera delle vanità' firmata Mira Nair. Sarà perché gli spettatori italiani di una certa età ricordano lo splendido sceneggiato tv con Adriana Asti e Ilaria Occhini, ma certo i personaggi di straordinario spessore creati da William Makepeace Thackeray - a cominciare dall'immortale Becky Sharp affidata a Reese Witherspoon - ci sono sembrati come immiseriti, sterilizzati dallo sguardo 'cinematograficamente corretto' della regista già vincitrice tre anni fa a Venezia col sopravvalutato 'Monsoon Wedding'. Intendiamoci, le vicende che ruotano attorno alla povera orfana decisa a conquistare l'alta società inglese del primo ottocento ricorrendo a tutta la sua intelligenza, astuzia e sensualità sono diligentemente sciorinate e confortate da una confezione luxury. Ma manca del tutto l'approfondimento psicologico." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 settembre 2004)

"Non mi riesce neanche di contare le tante volte in cui, prima al cinema e poi anche in televisione, ci si è imbattuti in trasposizioni del grande romanzo ottocentesco di William Thackeray, 'Vanity Flair', e cioè 'La Fiera della Vanità'. (...) Pensando a questo patrimonio, ed esaltandolo, tocca adesso alla regista indiana Mira Nair, salutata, finché ha operato in India, da consensi senza riserve, tal segno che con uno dei suoi film, 'Monsoon Wedding' si vide assegnare proprio qui a Venezia un Leone d'oro. Dopo, stabilitasi da anni negli Stati Uniti, è sembrata costringere spesso la propria ispirazione fra le spire dei prepotenti schemi di Hollywood. Oggi, però, aveva a che fare con un monumento della letteratura inglese, così, pur non dimenticando Hollywood, si è trasferita negli studi di Londra, si è rivolta quasi soltanto ad attori inglesi e si è fortemente impegnata a darci un film in cui si potesse respirare quell'atmosfera imperiale britannica suggerita a suo tempo dall'autore letterario. Naturalmente la storia è sempre quella dell'arrampicatrice sociale, Becky Sharp, appunto, che dalla strada arriva fino ai salotti più mondani dell'Inghilterra pre-vittoriana, finendo per inciamparvi avendo voluto salire troppo in alto. Ma il clima rispecchia l'epoca, i costumi, le mentalità: con colorita precisione. E le molte pompe attorno non sono quasi mai a danno dei caratteri né dei loro problemi. Un merito non da poco." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 6 settembre 2004)

"Per più della metà il film coinvolge e diverte, facendo mostra di un ampio respiro narrativo e di caratteri ben stagliati. (...) Anche l'americana Reese Witherspoon, in un ruolo diversissimo dai suoi abituali, se la cava egregiamente, offrendo a Becky un profilo determinato e volitivo. Però il film della Nair finisce per scontare il peccato comune a tante trasposizioni dei grandi romanzi: la parte finale è una lista di avvenimenti messi l'uno in fila all'altro col fiatone, come nel timore di non riuscire a farceli stare tutti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 settembre 2004)

"La regista indiana Mira Nair illustra con passione e intelligenza il più bel romanzo dell' 800 (colonialista) inglese, il capolavoro scritto da Thackeray nel 1846. (...) Dopo una prima parte fastosa e illustrativa, ne segue una seconda che deve riassumere la vasta materia del libro, sacrificando le umiliazioni finali e Amelia, essenziale alter ego femminile, nuocendo così all' impianto etico del concerto sociale di un' epoca. Ma resta un filmone ancien régime di buona fattura con Reese Witherspoon nel ruolo di star a Bollywood in un cast con alcune voci soliste di gran classe." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 marzo 2005)


"Nel Giardino delle fontane luminose dell'Excelsior, agosto 1935, l'elegante pubblico della Terza Mostra applaudì Becky Sharp con Miriam Hopkins, dal romanzo 'La fiera delle vanità' (1847) di W.M. Thackeray; e il futuro regista Alberto Lattuada, scrivendone su 'Libro e moschetto', elogiò i virtuosismi cromatici di Rouben Mamoulian in questa primissima pellicola della Technicolor. Sessantanove anni dopo torna al Lido 'Vanity Fair' in un nuovo adattamento firmato dall'indiana Mira Nair. Proprio la durata costituisce il problema di 'Vanity Fair', che dopo una partenza folgorante e prima di approdare a un finale a sorpresa, indugia a mezza strada nelle lungaggini tipiche di questi condensati. (...) L'americana Reese Witherspoon esprime bene il pragmatismo di un personaggio in lotta con tutti gli altri, fra i quali spiccano deliziosi commedianti del calibro di Eileen Atkins, Jim Broadbent, Gabriel Byrne e via elencando. Abbiamo citato Lattuada, il cui apprezzamento per questo tipo di cinema anticipò la sua bravura nel farlo; e proprio al suo stile fa pensare l'impegno di Mira Nair nell'evocare atmosfere e puntualizzare caratteri e situazioni. In particolare la regista sottolinea le connessioni del libro con l'India, legittime in quanto Thackeray era un inglese nato a Calcutta." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2004)

"Lungo due ore e un quarto, 'La fiera delle vanità' è fastoso e mai noioso; anche se soffre della malattia endemica di tante trasposizioni: l'affastellarsi degli eventi nella seconda parte, col rischio di telefonarli. Già vincitrice a Venezia 2001 per 'Monsoon Wedding', la Nair sa coordinare una quantità di personaggi senza perderne le fila e servendosi degli attori giusti al posto giusto: a cominciare da Reese Witherspoon, che passa benissimo dalla commedia giovanilistica ('La rivincita delle bionde') a un character di alto profilo come Becky. Nel contempo, Ira torna in India ogni volta che può, ammannendoci balletti indiani, picnic tematici, trasferte di ufficiali e gran finale vagamente hollywoodiano. Contrappone l'Inghilterra grigia, piovosa e classista, alle immagini mitizzanti di un'India solare, coloratissima e gioiosa; assai più vicina agli stereotipi del colonialismo romantico che alla realtà. Ma l'innesto non funziona e gli inserti esotici restano come corpi estranei, piantati in un solido kolossal vecchio stile." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 11 marzo 2005)

"Chi di noi è veramente felice avendo ottenuto ciò che desiderava? Se lo chiedeva Thackeray nell'ultima pagina del suo romanzo, 'Vanity Fair', e se lo chiede Mira Nair, che ha portato 'La Fiera della Vanità' sul grande schermo e in concorso alla Mostra di Venezia. Novecento pagine e milioni di personaggi, ridotti a poco più di due ore e incentrati sulla protagonista femminile: Becky Sharp, un'arrivista. Ed è questo che rende la storia moderna, perché dai tempi del libro (1847) molte cose sono cambiate ma, se la nostalgia non è più quella di una volta, le arriviste, invece, sì. Mira Nair si concentra proprio su questo punto (...) Becky non è un personaggio piacevole, è pretenziosa, manipolatrice, calcolatrice e decisamente priva di uno straccio di ideale. Ma Reese Witherspoon si rende amabile anche in questo ruolo e quando, dopo averla seguita nell'ascesa, assistiamo alla sua caduta, quasi quasi ci dispiace. Purtroppo, però, appassionarsi all'intera storia, riesce difficile." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 11 marzo 2005)
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