La donna che canta - Incendies

Incendies

CANADA, FRANCIA - 2010
4/5
La donna che canta - Incendies
Alla morte della madre Nawal, i gemelli Jeanne e Simon Marwan vengono convocati dal notaio Lebel per la lettura del testamento. Lebel, oltre a comunicare loro le ultime volontà di Nawal, consegna ai fratelli anche due lettere, una indirizzata a un padre che credevano morto e l'altra a un fratello di cui ignoravano l'esistenza. Dopo lo shock iniziale Jeanne e Simon partiranno alla volta del Medio Oriente per scoprire il passato della loro famiglia, di cui in realtà non sanno quasi nulla...
  • Altri titoli:
    Scorched
  • Durata: 130'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: tratto dall'opera teatrale omonima di Wajdi Mouawad
  • Produzione: MICRO_SCOPE, TS PRODUCTIONS
  • Distribuzione: LUCKY RED (2011)
  • Data uscita 21 Gennaio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Valeria Francardi

Ad un anno da Polytechnique, il canadese Denis Villeneuve torna a intrecciare la storia individuale a quella collettiva, traendo ispirazione dall’omonima pièce di Wajdi Mouawad. Alla morte della madre, i gemelli Marwan ricevono un insolito testamento e due lettere da consegnare ai destinatari. Una per il padre che credevano morto, l’altra per un fratello che non hanno mai conosciuto. Dal Canada in cui è vissuta fin da bambina, Jeanne parte subito per il Medio Oriente delle sue origini – diretta ad un paese non meglio precisato – alla ricerca di quei segreti seppelliti per anni. Prima da sola, poi insieme al fratello Simon, la ragazza percorrerà a ritroso le tappe di una vicenda che ha dell’incredibile. In cui la figura della madre assume i contorni mitici di una donna coraggiosa e fuori dagli schemi. Una donna vittima e, al tempo stesso, carnefice del conflitto arabo-israeliano: giornalista prima, attivista poi e infine prigioniera politica per quindici anni. In un doloroso pellegrinaggio – costellato di luoghi e volti eredi delle atrocità della guerra – i due gemelli porteranno a galla un passato di violenza e di vendetta, che si ripercuoterà, inevitabilmente, sulle loro esistenze. Un passato che li costringerà a fare i conti con un odio genetico, trovando sollievo solo nel perdono.
Come pezzi di un puzzle, gli eventi si intersecano in un montaggio parallelo incalzante. Dove i sentimenti contrastanti dei personaggi si riflettono nelle immagini, alternando momenti crudi ed impietosi ad altri delicati e consolatori. E a fare da raccordo tra le inquadrature, gli sguardi dei protagonisti – che spiegano e risolvono – e quelli della macchina da presa, che indaga e spia, soprattutto quando nega allo spettatore. Fino all’epilogo catartico: in cui la memoria diviene ricostruzione di senso e l’accettazione di un dolore atavico, una rinascita.
Incendies colpisce dritto al cuore, lasciando senza fiato, fino al bagliore di luce finale. Che restituisce dignità all’umanità e alla vita.

NOTE

- MENZIONE SPECIALE ALLE 'GIORNATE DEGLI AUTORI' (VENEZIA 2010).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Ancora i Radiohead in un film al Lido dopo la colonna sonora del loro bassista Johnny Greenwood per 'Norvegian Wood'. Ancora la guerra in Medio Oriente vista dal punto di vista di una donna come in 'Miral'di Schnabel. Eppure 'Incendies' di Danis Villeneuve (Giornata degli Autori) è superiore rispetto ai titoli citati. (...) Finale con devastante colpo di scena che rimane nella testa, per sempre. Che ci fa un filmone così fuori dal Concorso?" (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 4 settembre 2010)

"Violenza, orrore e drammatiche scoperte si susseguono in una storia tratta dalla pièce teatrale di Wajidi Mouawad, ma a vincere sono il perdono e la speranza." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 3 settembre 2010)

"'Incendies', tratto dall'omonima pièce teatrale di Wajidi Mouawad, ha invece una sceneggiatura di ferro che, attraverso una struttura da tragedia classica, riesce a catturare lo spettatore dal primo momento." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 12 settembre 2010)

"Indefinibile il cotesto (genericamente mediorientale) per volontà dell'autore che non vuole parlare di una guerra, ma della guerra. La visione ci costringe a passare - con una forza straordinaria da risultare spesso insostenibile - per l'inferno dell'odio che in modo lapidario in una frase che la stessa Nawal pronuncia durante ai suoi patimenti: 'Voglio insegnare al mio nemico quello che ho imparato dalla vita'." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 9 settembre 2010)

"Un film molto duro e bello, ma fin troppo scritto." (Dario Zonta, 'L'Unità', 21 gennaio 2011)

"La morte può essere un inizio, dice il notaio: infatti è di lì a poco che parte la storia. (...) 'La donna che canta' di Denis Villeneuve è intessuto come un affascinante viaggio avanti e indietro nel tempo e nello spazio, strutturato in capitoli ognuno dei quali svela un sorprendente pezzo del puzzle. Considerato che il racconto si affida alla suggestione dei luoghi, dei paesaggi, dei volti più che alla parole, non viene da pensare, come invece è, che il film si ispira a una pièce teatrale. (...) I temi sono dunque quelli dell'esilio e della guerra, ma ad emergere è il cosmico orrore di una violenza fratricida che ne ingenera altra in un crescendo che incide pesantemente sui destini individuali: con le colpe che ricadono di padre in figlio fino alla catarsi finale, come nella tragedia greca. C'è un senso di sacralità nel film di Villeneuve, per il modo in cui restituisce importanza alta alla responsabilità morale. Un risultato al quale contribuiscono interpreti di grande intensità, da Lubna Azabal a Rema Girard." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 gennaio 2011)

"L'ammirevole film di Denis Villeneuve, altro nome da segnarsi, evita però le trappole del genere per trascinarci con sguardo fermo in un gorgo di orrori e rivelazioni che lasciano senza fiato personaggi e spettatori. Svelarli sarebbe un delitto; basti dire (...) che la chiave di questa vicenda familiare contorta come una tragedia greca sta nella spirale inarrestabile di odii e rappresaglie che insanguina il Libano (ma il discorso vale per qualsiasi guerra). Villeneuve non ci risparmia nulla ma non calca la mano, non specula su violenza e atrocità, anzi trova sempre la giusta distanza. Insistendo sui segni che il tempo ha lasciato sul paese e sui personaggi. E su una cornice intellettuale - Jeanne è una matematica di talento - che rende ancora più crudele quel caos ingovernabile. Altro che 'trucchi da cinema d'azione' dunque, come ha sentenziato qualche facilone! Siamo su un terreno altissimo, capace di unire sangue e astrazione, il tumulto dei corpi e il lavorio incessante dell'intelligenza e della pietà. Un film da non perdere, oltre che un modello per il cinema di oggi, 'politico' proprio perché capace di trascendere la sua materia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 gennaio 2011)

"Non fatevi depistare né dal titolo poco eccitante, anche se sarebbe stato più giusto 'La donna che canta da cani', né dalla lentezza della prima parte. (...) Non uscite dunque a metà, perché quando tutti i tasselli del complicato mosaico vanno al loro posto, il film prende quota con un'intensità davvero rara. E tenete a mente la protagonista, Lubna Azabal: magnifica." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 21 gennaio 2011)

"Scordatevi il melenso 'Miral' di Julian Schnabel, dimenticate l'illustrativo 'I fiori di Kirkuk', anche qui il Medio Oriente - non meglio precisato, si cerca il paradigma - è donna, ma non ci sono carezze poetiche né buffetti estetici: la donna che canta piange pure, la violenza regna, l'orrore trova il formato famiglia. (...) Picchia duro, anche a effetto, 'Incendies', ma brucia davvero. (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 21 gennaio 2011)

"Uno più uno fa uno. Non è un teorema matematico. È il paradosso che segna inconsapevolmente le vite dei protagonisti del bellissimo 'La donna che canta', quarto lungometraggio del regista canadese Denis Villeneuve, premiato alle giornate degli autori di Venezia 2010 e in corsa per l'Oscar come miglior film straniero. Un paradosso, svelato dolorosamente solo alla fine del racconto, che racchiude non solo l'intimo dramma di quattro persone, ma la tragedia di un popolo, quello libanese, negli anni più terribili del conflitto tra cristiani maroniti e gruppi musulmani. (...) Adattamento dell'opera teatrale di Wajdi Mouawad 'Incendies', 'La donna che canta' è una sorta di pellegrinaggio alle origini, oltre che il riavvolgersi del nastro della storia. Anzi, ripercorrere la vita di Nawal è il pretesto per raccontare una guerra civile segnata da orrori - emblematiche le scene dei miliziani che sparano a persone inermi con mitra su cui sono attaccate immaginette della Madonna e di Gesù - e fondata su una ineluttabile ereditarietà dell'odio; una catena di violenze che si autoalimenta e che distrugge tutto, affetti, parentele, amicizie. Grazie a una regia non invadente, che sa mantenere la giusta distanza, e a un montaggio che gioca sapientemente sui tempi lunghi, nonché su un continuo ed equilibrato alternarsi di presente e passato, il film ricalca i canoni del teatro tragico classico. Il personaggio principale appare come la vittima di una sorte ingiusta. La sua colpa si ripercuote involontariamente sui figli. Ma la sua caduta è essenziale alla catarsi finale. Una liberazione che qui si concretizza nella presa di coscienza che dal male può nascere solo altro male e che è quindi necessario rompere la spirale del feroce risentimento per potersi non solo riconciliare con il proprio passato, per quanto terribile e doloroso, ma anche per affrontare il presente con animo purificato, riconciliato. Il fatto che per portare a compimento questo percorso la protagonista (interpretata con notevole intensità da Lubna Azabal) si serva dei figli, fino ad allora ignari ed estranei a quel passato, è l'originale trovata del racconto. Che così facendo diventa anche romanzo d'appendice, senza tuttavia scadere nel melodramma. Del resto il conflitto che fa da sfondo alle vicende personali - con le quali si interseca peraltro in maniera non marginale - reclama dallo spettatore un'attenzione particolare e sta lì a ricordare gli eventi violenti e insensati che agitano da decenni quella martoriata regione. L'indicibile sofferenza di una madre diventa, dunque, riflesso universale del tormento di una terra e di un popolo. Villeneuve - che mostra tutto senza sconti ma anche senza indulgere a inutili eccessi - confeziona il film come fosse lo svolgimento di un'equazione matematica con molte incognite e un risultato sorprendente. Certo, a qualcuno quell''uno più uno fa uno' potrà apparire inverosimile, anche se plausibile nel contesto. E comunque non è questo il punto. Il valore dell'opera non sta nella credibilità o meno del finale, ma nell'efficace rappresentazione del dramma sottostante. Così come di quella rabbia che incendia, come recita il titolo originale ('Incendies') nell'intimo quella donna, spingendola a scelte estreme. Una rabbia che però non le impedirà, alla fine, di fare i conti con la propria coscienza e di riscoprire, sia pure per poco, la forza salvifica dell'amore. In ultima analisi 'La donna che canta' altro non è se non un accorato grido di pace. Un grido che vorrebbe cancellare quel lampo di odio che si coglie nello sguardo già fiero del bambino - a lungo mostrato nella prima scena del film - che viene rasato da un miliziano prima di essere addestrato a combattere e a uccidere. Perché l'infanzia nel Vicino Oriente non sia più, come dice Nawal, «un coltello piantato alla gola»."(Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 2 febbraio 2011)
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