La conquête

FRANCIA - 2011
3/5
La conquête
Cronistoria dell'ascesa politica di Nicolas Sarkozy, dal 2002, anno in cui fu ministro dell'interno, al 2007 quando è diventato presidente.
  • Altri titoli:
    The Conquest
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO
  • Produzione: GAUMONT, MANDARIN FILMS

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
“Sapete, Dominique, dove me la metto la vostra amicizia?”. Siamo a pranzo, quello di lavoro e indigesto di due politici: Nicolas Sarkozy e Dominique de Villepin. E ad apparecchiare la tavola è La conquete, il biopic dedicato all'attuale Monsieur le President dal connazionale Xavier Durringer. Selezionato a Cannes fuori concorso, inquadra la presa del potere del “nano” (definizione di Villepin) per focalizzare le dinamiche darwiniane dell'agone politico: non solo francese, ma globale. Con le debite differenze (anche di valore, a nostro favore), il terreno è lo stesso del Caimano e del Divo, e Durringer non dissente, entrando nello specifico: “Ho l'impressione che Sarkò e Berlusconi condividano l'essere star”.
Da ieri nelle sale francesi, segue l'ascesa di questo “gesticolatore precoce” (definizione di Jacques Chirac) fino all'Eliseo nel 2007. Ma non sono solo allori: Sarkò la pagherà cara, perdendo la moglie che rifiuta la trasformazione della vita coniugale in reality pubblico. E Il presidente e marito ne soffre, rabbiosamente e sinceramente: nel mare magnum di cinismo, assenza di valori e spregiudicatezza, una umana parentesi, che finisce per salvarlo o, almeno, differenziarlo sensibilmente da Chirac e de Villepin, due squali volgari e senza cuore che Sarkò pure batterà.
A interpretare il terzetto tre eccellenti sosia, Denis Podalydes (Sarkozy), Bernard Le Coq (Chirac) e Samuel Labarthe (Villepin), che regalano visioni dal buco della serratura gustose quanto triviali: la politica è nuda, la stanza del potere violata. Con quale formula? “Gran parte delle scene è inventata così come i dialoghi, ma la finzione è un modo di dire la verità usando il falso”, dice lo sceneggiatore Patrick Roman.  Il focus – per citare il biopic di Richard Loncraine su Bush e Blair- è sulla speciale relazione tra il Sarkozy di pubblico successo e quello di privata sofferenza. La stessa persona, appunto, ma qui sta il titolo da affiancare a La conquete: la debacle, con Cecilia che fa i bagagli. Al netto del cerone dei protagonisti – davvero da museo delle cere – e della sostanziale indulgenza per Sarkozy, un film appassionante, godibile nelle bettute triviali e le schermaglie statali, che se nulla aggiunge – almeno per i francesi – su Monsieur le President mette qualche formidabile nota al piè di pagina di ogni agenda politica. Quella politica che, dice il Sarkò di Polydales, è “un lavoro stupido fatto da persone intelligenti”. C'è da credergli?

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

CRITICA

"Fa veramente impressione vedere l'attore (ex Comédie-Françcaise) Denis Podalydès nei panni del presidente francese. Più di un sosia, quasi un clone. Ci sono mesi di studio dietro questa interpretazione e si vedono tutti. Nei tic, nei gesti, nella parlata. L'idea di costruire un film sulla scalata al potere di questo avvocato, inizialmente periferico nella geografia del potere ma determinato a cambiare il volto della Francia, sebbene temeraria, è risultata vincente. La pellicola si chiama 'La conquête' ed è stata diretta da Xavier Durringer. (...) 'La conquête' non entra in merito delle idee e dei programmi (si ferma agli slogan) ma scandaglia a fondo nei corridoi del potere, ricreando per esempio il conflitto con Chirac che, come si sa, non ha mai accettato quell'aura da anti-politica che Sarkò ha sempre sbandierato. Colpi bassi, qualche trama, e molto ego, sufficiente a tenersi lontano dalle insidie e a scalare l'Eliseo. Avvincente e sicuramente fedele nella ricostruzione di alcuni passaggi delicati, come quelli familiari, il film di Durringer è distante, ma non troppo, dalla tradizione americana che con i presidenti non ha mai scherzato. Anzi ha spesso svolto il ruolo di un tribunale d'accusa. Da Nixon (soggetto di ben tre film) in poi tutte le presidenze sono state ricostruite da Hollywood senza troppi riguardi. E vedere sullo schermo i presidenti talvolta anche dileggiati non ha mai scosso nessuno. Forse per la serietà e l'equilibrio della ricostruzione politica. Non resta che il nostro paese dove l'unico tono con cui il cinema affronta i personaggi politici, in primis Berlusconi, sembra essere solo quello della farsa. Anche per questo non siamo un paese normale." (Andrea Martini, 'Giorno-Carlino-Nazione', 19 maggio 2011)

"Era stato annunciato come un film al vetriolo, capace di far male. Ma in confronto ai film italiani su Berlusconi, o anche al 'Divo' di Sorrentino su Andreotti, o ai documentari sull'Aquila, questo è una spolveratina di cipria. La cosa singolare, semmai, è che per la prima volta viene fatto un film, in Francia, su un capo di Stato che sta esercitando il suo mandato. Il protagonista, Denis Podalydès, ha una grande somiglianza con Sarkozy e recita molto bene: e attorno a lui, c'è una collezione di figurine molto precisa, dal personaggio di Villepin a quello di Chirac. Ma non ci sono grandi verità nel film diretto da Xavier Durringer, presentato fuori concorso. Non ci sono scandali che vengono fuori, non ci sono attacchi frontali. C'è la ricostruzione della rapida ascesa di Sarkozy: viene fuori la sua determinazione, e viene fuori anche il suo 'lato umano', con il rapporto con la moglie Cécilia, che - impersonata da Florence Pernel - non lo ama più ma accetta di farsi vedere in campagna elettorale, per non rovinargli l'immagine, e limitandosi a stropicciargli il cuore. Nessun accenno, invece, a Carla Bruni. II risultato? Un film prudente, che illustra ma non illumina, che descrive ma non accende." (Luca Vinci, 'Libero', 19 maggio 2011)
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