LA CATENA DELL'ODIO

ITALIA - 1955
Braschi direttore di una cava di marmo, approfitta dell'assenza del padrone Santelia ch'è ammalato, per condurre gli affari nel proprio esclusivo interesse, in modo da compromettere gl'interessi degli operai. Licenziati in blocco, questi occupano la cava: essi trovano un difensore nell'ingegner Ferri, costruttore di una teleferica, il quale decide di perorare la loro causa presso il padrone. Recatosi alla dimora del Santelia, non lo trova, ma può parlare con Elena, la di lui figliola. Elena no sa nulla della questione, ma, attratta dai modi energici del giovane ingegnere, promette d'interessarsene e si reca al paese dei cavapietre. La ragazza vorrebbe licenziare Braschi, ma costui resiste ed ingaggia lavoratori disoccupati. Ma i maneggi di Braschi non hanno successo, ed altrettanto vano è un tentativo di sabotaggio alla teleferica, il cui unico difetto è di mettere in pericolo l'incolumità dell'ingegnere Ferri, facendo palpitare il cuore di Elena, più che mai solidale col giovanotto. Il loro accordo è messo a dura prora quando giunge in paese una procace biondina che afferma di essere la moglie di Ferri. Elena, delusa, rinuncia all'azione comune e dà carta bianca a Braschi, che gongola. Ma si tratta soltanto di un equivoco: la biondina è un'ex amante di Ferri, venuta a congedarsi definitivamente da lui. Per impedire agli operai di scendere in paese, Braschi ricorre ad un atto di sabotaggio alla diga, poi tenta inutilmente di fuggire coi, danari della cassa. Il guardiano della diga, succube di Braschi, muore nel tentativo di salvare dalle acque la propria figliola e così si redime. Elena e l'ingegnere sono più che mai uniti da reciproco affetto ed anche gli operai vedranno alla fine accolte le loro giuste richieste.

CAST

CRITICA

"Film di carattere prettamente popolare, ha nei suoi limiti, qualche cosa di buono, specialmente per il particolare pubblico al quale è destinato. L'azione ha luogo sullo sfondo delle Alpi Apuane di cui sfrutta piuttosto bene il valore scenografico". (A. Albertazzi, "Intermezzo", 12/13, luglio 1955).
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