La casa di Jack

The House That Jack Built

DANIMARCA, GERMANIA, FRANCIA, SVEZIA - 2018
5/5
La casa di Jack
Stati Uniti, 1970. Jack è un ingegnere psicopatico con tendenze ossessivo-compulsive. Dopo aver ammazzato una donna che gli aveva chiesto soccorso per strada, si convince di dover continuare a uccidere per raggiungere la perfezione. Ogni suo omicidio deve essere un'opera d'arte, sempre più complessa e ingegnosa. Inizia così una partita a scacchi con la polizia, lunga dodici anni, condotta dal più astuto e spietato omicida seriale.
  • Durata: 155'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, HORROR, THRILLER
  • Produzione: LOUISE VESTH PER ZENTROPA ENTERTAINMENTS, CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE, CONCORDE FILMVERLEIH, COPENHAGEN FILM FUND, DANISH FILM INSTITUTE, EURIMAGES, FILM I VÄST. IN COLLABORAZIONE CON DANMARKS RADIO (DR).
  • Distribuzione: VIDEA (2019)
  • Vietato 18
  • Data uscita 28 Febbraio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Nella pervasiva mania di controllo, nella compulsione totale, nell’ossessività omnicomprensiva, Lars von Trier fa anche autocritica: è un ingegnere che si pretende architetto. The House that Jack Built accompagna a questa spinta aspirazionale una uguale e contraria verso il basso: parlando di Lars von Trier e di un protagonista serial killer, non può che essere discesa agli inferi, con cappa dantesca e cartapesta CGI.

E’ un grande film, che riconferma la facilità e felicità registica del nostro e, insieme, la dannazione, insieme fatta arte e artefatta, della sua poetica: The House that Jack Built (THTJB) è sadico, macabro, misogino, perfino immorale, ma con sentimento, con convinzione, con una direzione.

In fondo, per rimanere al cartellone di Cannes 71, dove purtroppo THTJB è fuori competizione, c’è più consapevolezza di un’istanza spettatoriale, di un dialogo costruibile qui che nel Livre d’image di Jean-Luc Godard, cui si avvicina, anzi, di cui può essere considerato un prequel o, meglio, un tutorial: JLG riflette sull’immagine, Trier riflette su sé stesso, ovvero su chi lavora sull’immagine.

Entrambi sono critofilm, ma saranno gli inferi, sarà che qui una storia c’è, e pure degli attori (vilipesi ed elisi da JLG), la mise en abyme di Trier è più plastica, cinetica e anche teoricamente riuscita: quali rischi vanno, si devono correre per fare cinema? E per fare come e quale cinema?

The House that Jack Built è la quercia di Goethe attorno a cui si costruì il campo di Buchenwald, è la tiger tiger burning bright in the forest of the night di Blake, pervertita da troppi agnelli, è il Glenn Gould “raggricciato” – suonava dal basso verso l’alto, come nessun altro – al piano, e quest’attributo geniale gli viene appioppato da un libro che torna assai utile per accostare THTJB, Il soccombente di Thomas Bernhard.

Come sempre, in Bernhard c’è tutto, e più, quel che ci serve: anche Trier soccombe davanti a un genio quale Gould, ma anziché votarsi al suicidio o all’oscurità sceglie di mettersi allo specchio, ovvero recidere seni, mutilare e riassemblare bambini, torturare e congelare corpi e immagini, prima del montaggio finale, che non può che essere cadaverico.

Il cinema morente e mortifero insieme, la strada verso l’inferno (arriva dopo il montaggio, che Lars pensi ancora alla conferenza stampa di Melancholia?) proverbialmente costellata di buone intenzioni, che per Trier sono guilty pleasure: il “prediletto” Hitler e il suo architetto Albert Speer, l’uva disidratata, ammuffita e congelata per farne vino, le cattedrali gotiche, i suoi stessi film.

Mai un serial killer, cui Matt Dillon dà fissità e humour à la Buster Keaton, s’è avvicinato tanto a Pinocchio, mai il Grillo parlante (Verge, ossia Limite, ovvero Bruno Ganz) s’è astenuto dalla morale per (contro)battere sul narcisismo, mai Trier è andato così a fondo, con una disperazione ostinata e contraria.

Che succede ai registi quando il film è finito? E qual è il loro girone? Canta Bowie, “Fame, it's not your brain, it's just the flame That burns your change to keep you insane”.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018).

CRITICA

"Presentato con l'abituale aura di provocazione, l'ultimo Von Trier uscirà addirittura in doppia versione nel nostro paese: una censurata doppiata, e una integrale con sottotitoli. Il brivido della violenza come ingrediente in più per i cinefili, come la lingua originale? In realtà, rispetto a molto horror contemporaneo (specie il filone torture porn) il regista danese non osa poi tanto. Il punto è che lo fa da "autore", dichiarandosi arte e parlando anzi d' arte." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 28 febbraio 2019)

"Nato senza tagliare il cordone ombelicale del disturbo obbligatorio (ma tanti registi mostrano la violenza), 'La casa di Jack' è il definitivo approdo di Lars von Trier alle sue note nevrosi esplicitate in cinque premeditati assassinii senza ragione, per capire se c'è una logica, una filosofia, un'architettura da qualche parte. Sèguito dell''Elemento del crimine', il noir finisce con Virgilio (l'ultima volta di Ganz) nell' inferno rosso fiamma da cui il sadicamente bravo Matt Dillon cerca di fuggire. Paradossalmente il film è da trangugiare astratto come apologo sulla non banalità del Male. Nonostante insista su sangue e cadaveri, meglio tenere un giusto distacco nell'osservare gli incidenti di mr. Sophistication che non riuscirà a coprire il suo universale senso di colpa." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera", 28 febbraio 2019)
"È più un semi-serial killer quel Jack (Matt Dillon) che si aggira per l'America dei 70 e 80. Il protagonista dell'ultimo film di Von Trier racconta le sue gesta a un signore di nome Virgilio (Bruno Ganz, in una delle sue ultime prove). Goffo, ossessivo-compulsivo, disturbato dalle vittime (sembra che lo provochino a farlo), trombone come pochi (parla in continuazione di arte e icone del 900) e per di più idiota visto che alla celebrità della prigione ('Fame' di Bowie e Lennon continuamente in colonna sonora) preferisce inspiegabilmente l'oblio della fine. Più lungo che complesso, piuttosto scherzoso (Dillon lo fa quasi comico), metaforicamente elementare." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 febbraio 2019)
"Un racconto in cinque «incidenti», casuali tappe di un percorso omicida sull'arco di 12 anni. Il serial killer è Jack (l'eccellente Matt Dillon), un architetto la cui carriera assassina inizia con un colpo di cric inferto a una rompiscatole (Uma Thurman), il cui volto stravolto gli ispira un paragone con un capolavoro del cubismo. È la prima delle molte provocazioni del film di Lars Von Trier, ma resterebbe una semplice battuta non fosse per la presenza di un invisibile interlocutore. Si chiama Virgi, ed è il poeta Virgilio nel ruolo dantesco di guida dell' oltretomba. Già magistrale interprete del Faust, Bruno Ganz (recitando di sola voce) ne fa una sorta di Mefistofele in grado di controbattere con fine dialettica le teorie di Jack: un narcisista anaffettivo con sindrome ossessivocompulsiva che pensa ci sia un' intrinseca connessione fra Male e Arte. Chiaro che Jack è l' alias di Lars, cineasta/architetto di una pellicola di ispirazione settecentesca, vedi l' opera di De Sade che George Bataille definì «apologia del crimine». (...) Compiaciuto e autocritico, ironico e visionario «la casa di Lars» qualifica questo autore tanto insopportabile quanto grande come l'ultimo dei romantici." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 28 febbraio 2019)

"(...) Qualche cinephile senza speranze di redenzione ha parlato di «ultimo capolavoro di Von Trier». Piacerà in parte, a bocconi, specie se non sarete fuggiti prima delle scene giuste, se vi metterete nell' ordine di idee che è nostro da qualche tempo. Da Lars non ci aspettiamo più il colpo di genio, semmai la genialata (che capita sia pure a intermittenza nelle quasi tre ore di Jack). Lars da tempo non è più regista rispettabile. Non vuole evidentemente esserlo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 febbraio 2019)
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