LA CARROZZA D'ORO

LE CARROSSE D'OR

ITALIA - 1952
Nel secolo XVIII, una compagnia di comici italiani si trasferisce in una lontana colonia spagnola, dove riesce a conquistare il favore del pubblico. La notizia dei successi riportati dai commedianti, giunta all'orecchio del Vicerè, l'induce ad invitare a palazzo tutta la compagnia. Mentre qui per tutti si rinnova il successo, il Vicerè si sente particolarmente attratto dalla prima attrice, Camilla, la quale si mostra sensibile alle proteste del nobile e ricco signore e ne diviene l'amica. I privilegi, di cui ella gode in tale qualità, eccitano l'invidia e le ire dei nobili: il Vicerè ne è tanto impressionato che sta per cedere alle imposizioni dei suoi consiglieri. Quando Camilla gli lancia in viso il suo disprezzo, il Vicerè si riprende e tenta inutilmente di riconquistarla. L'attrice presta nuovamente ascolto alle proteste amorose di un cavaliere e di un torero, che per lei si battono a duello. Ma Camilla ha compreso che la sua vera ed esclusiva vocazione è il teatro: essa, che aveva ricevuto dal Vicerè l'ambitissimo dono di una carrozza d'oro, la regala a sua volta al Vescovo, perchè se ne serva per portare il SS. Sacramento ai moribondi. Questo gesto d'umiltà e di fede frutta a Camilla la benedizione del Vescovo, che suggella i suoi buoni propositi.
  • Durata: 101'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Tratto da: LIBERAMENTE ISPIRATO A "LE CARROSSE DU SAINT-SACRAMENT" DI PROSPER MERIMEE
  • Produzione: PANARIA FILM, HOCHE PRODUCTION - DELPHINUS (ROMA)
  • Distribuzione: DCN - FONIT CETRA VIDEO

NOTE

NASTRO D'ARGENTO A MARIA DE MATTEIS (MIGLIOR COSTUMISTA)
DIRETTORE DI PRODUZIONE: GIUSEPPE BORDOGNI E VALENTINO BROSIO
AIUTO REGISTA: GIULIO MACCHI E MARC MAURETTE.

CRITICA

."(...) E' un fatto che raramente il technicolor è stato trattato con tanta consapevolezza pittorica, con tanta castigata discrezione (...). Ma è pur vero che i risultati di una tale esperienza, in se stimolante, rimangono fini a se stessi tali da non assumere un valore che vada al di là di quello decorativo e di quello sperimentale (...). Ancora una volta un grande regista straniero, trasferendosi in Italia, non è riuscito a far vivere un mondo suo proprio, nè ad inserirsi compiutamente in un mondo per lui nuovo(...)". (G.C. Castello, "Cinema", n. 98 del dicembre 1952).
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