La caduta dell'impero americano

La chaute de l'empire americain

CANADA - 2018
3/5
La caduta dell'impero americano
Pierre-Paul ha 36 anni e nonostante un dottorato in filosofia deve lavorare come fattorino per tirar su uno stipendio appena decente. Un giorno, durante una consegna, si ritrova suo malgrado sulla scena di una rapina finita male, che lascia sull'asfalto due morti e altrettanti borsoni pieni di soldi. Cosa fare? Restare a mani vuote o prenderli e scappare? Il dubbio dura una frazione di secondo, giusto il tempo di caricare il malloppo sul furgone. Ma i guai sono appena iniziati: sulle tracce del denaro scomparso, infatti, ci sono due agenti della polizia di Montreal ma soprattutto le gang più pericolose della città. Per uscire da un sogno che rischia di diventare un incubo, Pierre-Paul dovrà fare gioco di squadra con un team di improbabili complici: una escort che cita Racine, un ex galeotto appena uscito di prigione e un avvocato d'affari esperto di paradisi fiscali. Insieme, scopriranno che i soldi non danno la felicità... o forse sì?
  • Altri titoli:
    The Fall of the American Empire
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: DENISE ROBERT PER CINÉMAGINAIRE INC.
  • Distribuzione: PARTHENOS (2019)
  • Data uscita 24 Aprile 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Andrea Giovalè
Il regista canadese Premio Oscar torna su un tema a lui tanto caro, l’impero americano. “In declino” nel suo film del 1986 e oggi, più di trent’anni dopo, in caduta libera.

Dispiace tuttavia constatare che, proprio a confronto con il passato, Denys Arcand non conserva più la stessa ruvidità decadente e iconoclasta, quella evidente nei suoi primi lavori e nel celebre Le Invasioni Barbariche (2003).

La caduta dell’Impero americano, delicata parabola sul denaro e sul karma, vorrebbe essere un altro ritratto sulla società vuota, corrotta, malata terminale, e scagliarvisi contro con la forza di un giudizio razionale e inappellabile, ma non colpisce mai abbastanza a fondo.

Un fattorino con un dottorato in filosofia e una vita alienante si trova un giorno nella posizione di rubare un’enorme somma di denaro, a seguito di una rapina altrui, andata in fumo. La proverbiale occasione fa l’uomo ladro, sì, ma non per forza lo fa anche criminale.



Il protagonista, un fincheriano Alexandre Landry armato solo di valori propri e citazioni anacronistiche, tenta di realizzare l’utopia di Robin Hood, trionfo del crimine filantropico per eccellenza. Assembla così un team di comprimari mal assortiti (Maripier Morin, Remy Girard) per gestire insieme il bottino, contro due poliziotti (Louis Morissette, Maxim Roy), stereotipi del crime investigativo.

Il conflitto, puntellato in un ritmo geometrico, è gestito con rigore estremo, come il denaro sporco del film: si sente non poco la mancanza di un guizzo che buchi lo schermo e faccia esplodere il dramma.

La generosità dei nostri “eroi”, pur non privi di sfumature, sembra proteggerli e ricompensarli con incredibile fortuna nei momenti decisivi. La vicenda fiorisce, più che risolversi, nel migliore dei mondi possibili.

A scapito dello spettacolo, quindi, tutti vivono felici e contenti. La morale è che quando tutti collaborano, il piano riesce alla perfezione. Ma il film un po’ meno.

NOTE

- PRODUTTORE ESECUTIVO: CHRISTIAN MÉNARD.

CRITICA

"(...) Si conclude la trilogia sulla crisi dell'Occidente con un film, ben diretto e interpretato, che pone dubbi morali su cosa sia bene o male. Pure in Canada, comunque, hanno la fissa di Berlusconi." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 25 aprile 2019)

"(...) La critica sociale, politica e dell'alta finanza è però sin troppo esibita: non servono battute come «È questo che ha distrutto gli Stati uniti: i soldi», per raccontare lo sfacelo di un mondo, il nostro, sotto il sole splendente di un paradiso fiscale." (Giovanna Branca, 'Il Manifesto', 25 aprile 2019)

"Nei quindici anni successivi all'Oscar per 'Le invasioni barbariche', Denys Arcand ha fatto poco, come se non avesse più niente da dimostrare. 'La caduta dell'impero americano' non è a priori riconoscibile come un 'suo' film: ha l'aspetto di un noir di serie B e contiene spunti di critica sociale che gli appartengono; ma è più ottimistico e somiglia quasi a un film di Ken Loach, quando Loach è di buon umore. (...) Ogni cosa gira intorno ai soldi: corrompono, non danno la felicità ma tutti li vogliono. Un esempio di 'moralismo divertente', più unico che raro." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 25 aprile 2019)

"Peculiare figura di intellettuale prestato al cinema, il canadese Denys Arcand dopo il successo internazionale di 'Il declino dell'impero americano' (1987) e 'Jesus de Montreal' (1989) è praticamente scomparso di scena sino al 2003, l'anno dell' ottimo 'Le invasioni barbariche'. E ora, eccolo riapparire con una commedia a tinte noir che in realtà è un divertito apologo su come, in tempi di crisi, persino l' animo più puro possa essere tentato dalla ricchezza. (...) Condotto con leggiadria sul filo del suo paradosso, il film magari non agguanta ma senz' altro intrattiene per il calibrato gioco degli attori e per la sua fine ironia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 25 aprile 2019)
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