La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler

Der Untergang

ITALIA, AUSTRIA, GERMANIA - 2004
La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler
Berlino, aprile 1945. Gli ultimi giorni della vita di Adolf Hitler raccontati da Traudl Junge, la segretaria che gli fu accanto nel bunker sotto la Cancelleria, dove il dittatore si era rifugiato insieme agli altri capi del regime nazista mentre l'esercito russo si accingeva a conquistare la città di Berlino...
  • Altri titoli:
    Downfall
    The Downfall
    The Downfall: Hitler and the End of the Third Reich
    Der Untergang - Hitler und das Ende des 3. Reichs
  • Durata: 150'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: libro "Bis zur letzten Stunde" di Traudl Junge e Melissa Müller; libro di Joachim Fest
  • Produzione: CONSTANTIN FILM PRODUKTION, DEGETO FILM, NDR, WDR, EOS PRODUCTIONS, CON IL CONTRIBUTO DI RAI CINEMAFICTION E ORF
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2005)
  • Data uscita 29 Aprile 2005

RECENSIONE

di Mario Mari
Era già un "caso" prima ancora di arrivare nelle sale italiane, La caduta di Olivier Hirschbiegel, storia degli ultimi dodici giorni della dittatura di Hitler. Dalle accuse di essere un ritratto eccessivamente "buonista" del Führer venute proprio dalla Germania dopo la proiezione a Berlino, fino alle critiche di Wim Wenders che ha stigmatizzato la mancanza di una presa di posizione della pellicola nei confronti della Storia. Il taglio scelto dal regista per la riproposizione dell' "incubo" nazista è dunque quello dello sgretolamento del folle sogno hitleriano dell'impero tedesco dominatore del mondo. Un affresco claustrofobico, maniacale nella cura del dettaglio, cupo, asciutto, alla maniera dei KammerspielFilm della Germania cinematografica degli anni '20, quella che maturò la nascita di Paul Leni, Lupu-Pick e del geniale Pabst che firmò nel '56 il primo film sul Führer, Der Letste Akt con Albin Skida nel ruolo di Hitler e Oskar Wermer in quello del narratore, un soldato tedesco sul fronte. E non è un caso che Hirschbiegel per la sua Caduta, due ore e mezza di grande cinema che solo in coda si edulcora in una sorta di fiction tv mollando la presa, usi lo stesso procedimento, affidando però il racconto in terza persona non a un soldato ma a Traudi Junge, la segretaria del Führer, deceduta tre anni fa, testimone oculare, nel bunker della Berlino assediata dall'esercito russo, degli ultimi giorni del dittatore. Il bunker stesso diventa un altro personaggio della pellicola; tra i suoi corridoi angusti e i saloni decadenti Eva Braun (Juliane Kohler) prepara i festeggiamenti per il cinquantaseiesimo compleanno del Fuhrer, Himmler (Ulrich Noethen) cerca di dissuadere Hitler a rimanere in una Berlino ormai sotto assedio e Goebbels (Ulrich Matthes) spera ancora nella vittoria finale. Bruno Ganz, superbo nel ruolo del Fuhrer, consegna alla storia del cinema un Hitler doppiamente scolpito tra ripiegamento intimista e pazzia sanguinaria, così come viene descritto nel libro dello storico Joachim Fest, Gli ultimi giorni del Terzo Reich, che ha ispirato il film.

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2005 COME MIGLIOR FILM STRANIERO

- BRUNO GANZ PER PREPARARSI AL RUOLO DI HITLER HA STUDIATO I COMPORTAMENTI DEI MALATI DI PARKINSON IN UN OSPEDALE SVIZZERO.

CRITICA

"In fondo l'immensa montagna di problemi storici, estetici, sociologici posti da 'La caduta', si riduce a una piccola, gigantesca domanda: si possono rappresentare gli ultimi giorni di Hitler nei modi standard di un qualsiasi film commerciale, anzi di una fiction tv? Si può sdoganare l'orrore normalizzandolo al punto di non poterlo distinguere, sullo schermo, da uno dei tanti 'Gli ultimi giorni di...' girati in cent'anni di cinema. Come se le ferite non fossero ancora aperte, come se Hitler riassumesse da solo il fenomeno nazista, e bastasse rappresentarlo comechessia per esorcizzarlo e liberarsi del famoso 'passato che non passa'? No che non si può, naturalmente. Anzi, il tutto puzza di banalizzazione lontano un miglio. Perché al cinema è tutta questione di sguardo dunque di distanza, la distanza fra il racconto e chi racconta. E con una materia simile non trovare la distanza, il tono, l'idea di regia adeguata, equivale a bruciarsi. 'La caduta' non è un film mancato o mal fatto. E' un non-film. E' la celebrazione dell'idea, perniciosa, che basta trovare un soggetto e qui, accidenti che soggetto! perché il film venga per così dire da sé. Così, alla mancanza di un punto di vista che non sia quello fintamente neutro dello storico, corrisponde l'assenza di un punto di vista interno al racconto. Sembra che a guidarci in quest'orgia di morte sia Traudl Junge, la segretaria dell'inizio. Ma è un trucco. Mostrare solo quanto la Junge poté vedere e capire sarebbe stata un'idea. Il film invece ha mille occhi e mille orecchie. Entra ed esce dal bunker. Registra gli intrighi dei fedelissimi; il suicidio dei Goebbels con i loro bambini; la follia del Führer, indiscutibile star del film; lo sgomento di Speer, l'unico a fare qualcosa per la Germania, in quel momento. Ma anche l'agonia di Berlino, insinuando l'equazione tedeschi = vittime del Terzo Reich. Insomma è la Storia spiata dal buco della serratura, punto di vista domestico che appartiene per definizione alla (cattiva) tv, non al cinema. Eppure così vanno le cose oggi. Per questo 'La caduta' non è solo il sintomo di un'idea distorta della divulgazione storica, ma di una malattia che affligge l'intera costellazione dei media." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 aprile 2005)

"Quando si affrontano operazioni che mirano a rileggere la Storia, c'è sempre il rischio di puntare sulla somiglianza fisica dell'attore. Se, poi, il personaggio in questione si chiama Hitler, tradimento e mistificazione sono in agguato. Solo un attore straordinario come Bruno Ganz poteva garantire la giusta adesione psicofisica al Fuhrer e risolvere il problema di renderlo credibile ma al tempo stesso di comunicare brechtianamente la distanza politica da lui. (...) Attraverso lo sguardo e la voce narrante della segretaria (morta nel 2002) che ha raccolto le sue memorie, Hirschbiegel, autore della serie televisiva di successo, si concentra con un impianto teatrale e claustrofobico sugli ultimi giorni di Hitler per indagare nel privato, per rendere tangibile la sua lucida follia mentre si dissolve il Terzo Reich. E l'Hitler di Ganz con i suoi baffetti ispidi e curati, il suo portamento fiero, i suoi modi gentili, cordiali e premurosi, il tono della voce mellifluo, entra di diritto nella storia delle grandi reinterpretazioni creative." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 30 aprile 2005)

"Passato dalla stirpe canina del 'Commissario Rex' a quella assassina di Hitler, il regista Hirschbiegel ne inscena gli ultimi claustrofobici giorni nel bunker, come fece anni fa De Concini con 'Guinness'. Niente paura, Wenders: il grande dittatore non ha trattamenti di privilegio morale, solo si evita di mostrarlo cadavere. Certo, con il crollo, diventa uomo, e Bruno Ganz, il jolly del film, gli regala ottimi soprassalti, scatti di nevrosi, suoni aguzzi di voce, diabolico cartoon assassino: un finale elisabettiano con omicidi d'infanti. Tutto sottoterra: sopra, Berlino brucia. Un utile sceneggiato espanso di cui il pubblico tedesco non dovrebbe aver paura, ispirato a mezzo servizio ai diari di una segretaria e a uno storico stimato come Joachim Fest." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2005)
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