L'uomo nero

ITALIA - 2009
3/5
L'uomo nero
Gabriele Rossetti torna in Puglia per dare l'estremo saluto a suo padre Ernesto, ex capostazione della ferrovia locale con qualche frustrato talento per la pittura. Sarà in quell'occasione che Gabriele rievocherà la sua infanzia trascorsa tra le incomprensioni con il padre, la dolcezza severa della madre Franca, insegnante di lettere, e la fascinazione dello zio Pinuccio, arrivando finalmente a comprendere Ernesto.
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: DONATELLA BOTTI PER BIANCA FILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION - DVD: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2010)
  • Data uscita 4 Dicembre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Puglia anni '60: capostazione con qualche frustrato talento per la pittura, Ernesto Rossetti (Sergio Rubini) vive con la moglie Franca (Valeria Golino), il figlio Gabriele (l'ottimo esordiente Guido Giaquinto) e - suo malgrado - il cognato Pinuccio (Riccardo Scamarcio): tra le incomprensioni con un padre poco padrone, la dolcezza onirica e severa della madre e la fascinazione per lo zio dongiovanni, solo da adulto (Fabrizio Gifuni) Gabriele riguadagnerà la giusta prospettiva sul genitore.
Prodotto da Bianca Film e Rai Cinema con budget di 5 milioni di euro, distribuito da 01, scritto con Carla Cavalluzzi ("Per me è un Pinocchio moderno") e Domenico Starnone, L'uomo nero è la decima regia di Rubini: "Se uno non torna a sé, che racconta?", dice il regista, che sul filo dell'autobiografia (suo papà è ferroviere e artista) costruisce una piccola storia formato famiglia per intercettare la Storia d'Italia, quella delle origini e della nostalgia per le origini.
Se altrove (Baaria) si hanno budget kolossali ma “braccia troppo corte” per farla propria, Rubini si mette al servizio della Storia con dichiarato e sincero minimalismo, mettendo alla gogna l'immobilismo del Meridione e il pregiudizio dello Stivale tutto, puntando sulla propria vita e la propria arte: L'uomo nero è un film autobiografico e d'attori. Ottimamente diretti: Scamarcio è in parte, la Golino osa con misura, Gifuni è corrucciato quanto serve, Vito Signorile e Maurizio Micheli non fanno rimpiangere il Gatto e la Volpe collodiani. Uomo nero, ok, ma non si può averne paura. 

NOTE

- REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON APULIA FILM COMMISSION, CON IL SOSTEGNO DELL'UNIONE EUROPEA, DELLA REGIONE PUGLIA ASSESSORATO AL TURISMO E INDUSTRIA ALBERGHIERA-ASSESSORATO AL MEDITERRANEO.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (VALERIA GOLINO) E MIGLIORI COSTUMI.

CRITICA

"In filigrana, 'L'uomo nero' è una riflessione sulla creatività popolare e diffusa e sul disprezzo che per essa hanno gli intellettuali. Ce n'è anche per noi critici, in un certo senso, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione: Rubini vuole ricordarci che dietro ogni sforzo creativo ci sono amore e sudore (come diceva quel tale? Al 10% ispirazione, al 90% traspirazione) e che molti esperti faticherebbero a distinguere un Cezanne vero da uno finto. E il secondo livello di lettura, per un film che in primis è una commedia umana azzeccatissima, con ottimi attori, bella fotografia (Fabio Cianchetti), brillantissimo montaggio (Esmeralda Calabria). Stona un po' solo la musica di Nicola Piovani, che ricorda veramente troppo 'La vita è bella'." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 04 dicembre 2009)

"L'evocazione presenta apparizioni del passato nelle memorie della madre; Sergio Rubini è il padre, Valeria Golino è fuori parte come insegnante e moglie piccolo borghese." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 04 dicembre 2009)

"Rubini fa dire con fare sprezzante al critico che giudica la sua copia di Cezanne: 'tra il quadro originale e chi guarda c'è 'l'aria', sensazione che Ernesto coi suo quadri non sa dare'. 'Aria' intesa come genialità, magia, sospensione del piacere del vedere. Solo che Rubini maneggia il concetto come una delle tante battute comiche del film, scambiando filosoficamente l'aria per sincerità. Nel senso che 'L'uomo nero', come parecchi film di Rubini dall'estetica 'vorrei ma non posso', sono film sinceri, personali, intimi, ma non per questo geniali. Una moratoria, infine, per obbligare Nicola Piovani a prendersi una pausa. Da 'La vita è bella' in avanti sta depositando sui poveri film che incrocia le stesse identiche variazioni melodiche. Ne 'L'uomo nero' il suo improvviso apparire è insostenibile." (Davide Turrini, 'Liberazione', 04 dicembre 2009)

"Dire che 'L'uomo nero' è il 'Baarìa' di Rubini è davvero sbagliato. Lui a differenza di Tornatore non ha la prosopopea di volerci parlare della Storia con la esse maiuscola di cui le vicende familiari sono specchio. No, la storia di Rubini è tutta personale, non si scomodano per opportunismo le grandi trami e l'immaginario, cosa che gli permette la libertà della commedia, i primi amori, la farsa con sorpresa finale (da non svelare) quasi gogoliana. Il gioco del cinema sono i sogni visionari del ragazzino Gabriele Rubini, gli arlecchini nascosti negli armadi, i fantasmi dei nonni vestiti da sposi, l' uomo nero che è il carbonaio del treno e con la mano sporca getta caramelle scintillanti ai bimbi dell'orfanotrofio, omaggio affettuosamente esplicito e personalissimo a Federico Fellini. Ci piace pensare allora che quel padre di Rubini sia anche lui, l'altro padre che lo ha reso famoso con 'L'intervista' (le musiche sono di Piovani), che nell'ultimo periodo della sua vita venne non trattato male dalla critica ma messo fuori dal cinema e attaccato da Berlusconi quando si schierò contro la pubblicità nei film in tv. Un padre grande e difficile di cui non si rivendica l'eredità ma il ricordo col sapore dolce di un sentimento quasi infantile." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 04 dicembre 2009)

"Per raccontarlo un'ora basterebbe. Rubini ne prende due. Interpreti (la Golino in testa) e montaggio salvano lo spettatore e la cassiera." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 04 dicembre 2009)

"Rubini, che debuttò ne 'La stazione', viene da un babbo pittore/ferroviere (i quadri in scena sono i suoi), da un film dov'era un cinico critico d'arte e da molti altri in cui ha dipinto la sua Terra con rabbioso odio/amore sudista. Luoghi dove l'immobilismo uccide e la vita non è sempre bella, anche se qui Nicola Piovani ripropone musiche benigne. Rubini cerca la sua 'Baarìa', il suo 'Amarcord': colori e caramelle dal treno della memoria. Trova un autoritratto di Cézanne, gradevoli bozzetti, lampi horror e ovvio tono didascalico. Fin quando, alla fine, (ci) ribalta lo sguardo." (Alessio Guzzano, 'City', 04 dicembre 2009)
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