L'uomo dell'anno

Man of the Year

USA - 2006
L'uomo dell'anno
Tom Dobbs, celebre comico di satira politica, decide di presentarsi alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti e contro ogni aspettativa, vince. Tuttavia, la sua vittoria è frutto di un guasto nel sistema informatico per la votazione che è stato realizzato dalla Delacroy, una società privata le cui azioni in borsa stanno avendo ottimi risultati. Per evitare il crollo finanziario, l'azienda decide di tenere nascosto il guasto, ma una zelante programmatrice, Eleanor Green, è fermamente decisa a far conoscere la verità al neo-Presidente.
  • Durata: 115'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: UNIVERSAL PICTURES, MORGAN CREEK PRODUCTIONS
  • Distribuzione: MEDUSA (2007)
  • Data uscita 11 Maggio 2007

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Nel migliore dei mondi possibili un popolare comico televisivo potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti. Nel mondo di Barry Levinson, che torna a dirigere Robin Williams dopo Good Morning, Vietnam e Toys, è possibile ma solo in parte. Partenza promettente e un Robin Williams da antologia, ma L’uomo dell’anno non si mantiene saldo sulla linea della satira e dell’irriverenza contro il potere costituito, e sciupa l’occasione di farsi ricordare: il problema, nonostante la cura dei dialoghi e l’attenzione per la coralità, è aver scomodato il registro thrilling, non nuovo a Levinson ma stavolta fuori luogo, oltre che mal costruito. Tutto il discorso sulla società che fornisce il servizio dei voti elettronici, e dell’analista di software (Laura Linney) che scopre il malfunzionamento del sistema informatico, con tanto di accennata liaison tra lei e il neopresidente, dirotta l’attenzione del pubblico, e sembra debitore delle stesse armi di “distrazione di massa” tanto bistrattate dal protagonista nel film. Un po’ d’originalità, e qualche rischio (anche politico) in più, e questo presidente che in diretta tv rimette il proprio mandato (perché “un buffone non può governare il regno, ma deve prendere in giro il re”) l’avremmo votato anche noi.

CRITICA

"Williams affonda i denti nel ruolo con la solita verve istrionica, e la metafora del film si attaglia agli elettori di mezzo mondo, esasperati dalle chiacchiere di leader (...) che invece della cosa pubblica hanno in mente solo la propria poltrona." (Paola Casella, 'Europa', 6 aprile 2007)

"Il percorso narrativo non impedisce a Levinson di sottolineare nei dialoghi alcune delle più evidenti aporie della cultura sociale americana, dal discorso dell'avvocato della Delacroy (Jeff Goldblum) sull'illusione della legittimità che diventa più importante della legittimità stessa, alla battuta del produttore televisivo Jack Menken (Walken, il 'narratore' del film) sulla necessità della fantasia di essere credibile per diventare più importante della realtà, alla lucidissima lezione dell'autore dei dialoghi di Dobbs (Lewk Black) sulla capacità della televisione di rendere vere tutte le tesi e quindi di non rendere realmente vero più niente. Senza contare le battute di Dobbs, che davvero si sprecano. Ma che non riescono a toglierci i dubbi che questo film avrebbe potuto essere molto più 'cattivo' e 'utile' se avesse lasciato perdere la svolta complottistico - tecnologica (perché dar sempre la colpa alle macchine o agli errori delle macchine delle scelte politiche degli americani?) e si fosse concentrato sulla domanda: perché un comico sembra il candidato ideale alla Casa Bianca?." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 11 maggio 2007)

"Barry Levinson ci riprova. Dieci anni dopo il tempestivo 'Sesso & potere - Wag the Dog', il regista di 'Good Morning Vietnam' richiama il fido Robin Williams e va alla carica contro la politica-spettacolo. Nel frattempo però molte cose sono cambiate, non sempre in meglio. Nel mondo reale sono arrivati Bush, l'11 settembre, una guerra di cui non si vede la fine, eccetera. Nel mondo dei media invece dilaga l'infotainment, ovvero la tendenza a mescolare informazione e intrattenimento, ed è contro questa accoppiata pericolosa che Levinson punta le sue frecce. Dimenticando che un certo Michael Moore ha cambiato per sempre le regole del gioco in materia, e che una storiellina come 'L'uomo dell'anno' più che di vetriolo oggi sa di acqua di rose. (...) Qui Levinson ancora una volta tira il sasso e nasconde la mano mostrandoci come anche gli uomini di Dobbs, ormai assatanati di potere, prendono per buona la campagna montata contro quella scocciatrice pur di togliersela dai piedi. Ma è solo un accenno, senza conseguenze. Così anche l'ultima occasione di mostrare un po' di sana cattiveria annega nella melassa di un film che finisce per salvare tutti, politici compresi. 'Sesso & potere' era davvero un'altra cosa. Forse perché tra le firme del copione figurava anche David Mamet." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 maggio 2007)

"Non è difficile immaginare l'attualità di 'L'uomo dell'anno' e la sua evidente credibilità. Due sono, infatti, i pilastri narrativi: un comico (uomo di spettacolo) alla presidenza e i brogli elettorali. Di attori diventati presidente degli Stati Uniti già c'è stato Ronald Keagan (e oggi Arnold Schwarzenegger è governatore della California) e di brogli, errori, pasticci del sistema elettorale anche (Bush e la Florida). Anzi verrebbe da pensare che Levinson avesse voluto fare un film serio su quell'evento, ma che abbia preferito la metafora e la morale, financo la commedia. Un altro elemento di riflessione e attualità (lo strapotere della televisione nell'immaginario delle persone... e noi italiani ne sappiamo qualcosa!) ruota intorno al problema dell'assenza di leadership; meglio, il non sentirsi rappresentati dai leader né dell'uno né dell'altro dei fronti politici. E allora, il terzo ruba il mazzo. L'incomodo s'accomoda nella poltrona più prestigiosa: che sia pure comico, purché parli diversamente dall'alfabeto irrigidito del politicante affermato." (Dario Zonta, 'L'Unità, 11 maggio 2007)

"'L'uomo dell'anno' di Barry Levinson è un film strano, in parte divertente, in parte tediosamente provocatorio, in parte aspramente critico verso l'Amministrazione americana, in parte coraggioso. (...) La parte politica è qualunquista: i parlamentari fannulloni se ne fregano della gente, pensano soltanto ai loro interessi personali, non rappresentano il popolo in alcuna maniera, la democrazia rappresentativa è diventata un inganno, e via Celentanando. Il regista Bany Levinson (65 anni) e Robin Wiiliams (55) sono invecchiati, il film non è riuscito: il che non significa che, almeno in parte, non sia significativo, interessante." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 11 maggio 2007)

"Levinson sa intrattenere con una satira matura e feroce, in cui non si insulta qualunquisticamente la politica, ma i politici. Bella intuizione che si perde nella parte centrale con una deriva thriller che vede protagonista Laura Linney. Impiegata della fantomatica Delacroy, multinazionale a cui è affidato il sistema di voto computerizzato, scoprirà una falla e che Dobbs è presidente per errore. Verrà screditata e minacciata. Qui il film cade, per tensione e sceneggiatura, pur ricordandoci il potere economico delle corporation e gli scandali elettorali del 2000 e del 2004 (come già fatto da Michael Moore, come farà Sidney Pollack). Ottimi Christhopher Walken, manager cinicamente romantico, Jeff Goldblum cattivo troppo poco utilizzato e il caratterista di razza Lewis Black, autore tv e ghostwriter. Impossibile non divertirsi. Impossibile non farsi domande." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 11 maggio 2007)

"All'inizio il giochino è divertente, anche perché consente a Barry Levinson di indagare, questa volta in cifra di satira, tra i meandri del potere americano, poi, quando si scivola nel 'giallo', con i cinici da una parte e i 'cattivi' dall'altra che vogliono bloccare quella rivelazione sgradita, il racconto, anziché procedere spedito, si sfilaccia, prima di arrivare alla soluzione del pasticcio esita fra i vari toni ed anche un po' tra i generi, dimenticando quasi le iniziali intenzioni comiche. Così, se si segue, lo si deve soprattutto all'interpretazione di Robin Williams specialmente quando, con barzellette e giochi di parole, riesce a suscitare risate allegre. Gli fanno da spalla Laura Linney, la donna decisa a far trionfare la verità, Christopher Walker, il suo agente, Jeff Goldblum, alla testa dei 'cattivi'. Tutti efficaci." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 11 maggio 2007)

"Barry Levinson non riesce più un film. Se 'L'uomo dell'anno' non è brutto come 'Rivelazioni', 'Sfera' e 'Bandits', ci manca poco. Eppure il regista e sceneggiatore cercava di collegarsi al suo film migliore, l'acre 'Sesso & potere'. Ma s'è affidato ancora (come per 'Good Morning Vietnam', ecc.) a Robin Williams e ciò significa goderselo per il meglio e per il peggio, prevalente. Da un decennio Williams è, nella commedia, quel che da tre decenni Jack Nicholson è nel dramma: un istrione. E Williams induce a recitare sopra le righe anche Christopher Walken e Laura Linney. (...) I dialoghi de 'L'Uomo dell'anno' offrono solo battute più o meno spiritose: mai che il personaggio di Williams assuma connotazioni antisistema; anzi, quando viene eletto, si presenta in Senato mascherato - senza ridere - da Jefferson, l'ideologo di quella che Whitman avrebbe chiamato un secolo dopo 'l'atletica democrazia'. E, quando capisce che il voto popolare è stato frainteso, torna nei ranghi, come un Cincinnato, perché illimitata è l'ipocrisia del rappresentare la politica, il più sporco dei mestieri." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 maggio 2007)

"Incapace di tenere a freno Robin, il regista Bany Levinson, solitamente serio (un titolo per tutti,
'Rain Man') ha rinunciato a ogni serietà dando alla storia una dimensione quasi da 'cornice' (i cattivi dello staff di Dobbs sembrano i cortigiani di 'Topolino sosia di re Sorcio'). Serio purtroppo Levinson lo ridiventa al momento del rush. Che non è più un rush, ma una chiusa edificante. Quindi noiosa. Quindi difficilmente digeribile." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 maggio 2007)

"Una commedia, nonostante il sotto thriller aziendale, che infatti si risolve in una serata al Saturday Night Live dove il mistero elettorale viene chiarito. Negli Usa il film non è stato un gran successo e in molti si sono divertiti a rilevare gli svarioni rispetto alle regole che sovrintendono le vere elezioni presidenziali. Ovviamente non era questo l'intento di Levinson , forse però le critiche trovano qualche fondamento in un dato: il racconto si sviluppa come fosse se non proprio realistico, almeno plausibile, mentre la chiave più adatta per una storia del genere avrebbe dovuto essere il grottesco. I.'iperbole, l'esagerazione, lo stravolgimento avrebbero forse potuto dare un salutare sgrullone al conformismo che così, pur criticato, rimane tranquillamente sul trono, anzi, nella camera ovale. Quella di 'L'uomo dell'anno' non sarà una risata in grado di seppellirli." (Antonello Catacchio, 'Liberazione', 11 maggio 2007)
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