L'uomo d'acciaio

Man of Steel

USA - 2013
Clark Kent è giunto sulla Terra da piccolo perché i suoi genitori lo hanno messo in salvo da un pianeta morente. Adottato da Jonathan e Martha Kent, Clark è cresciuto come un ragazzo apparentemente normale, ma che in realtà è dotato di incredibili superpoteri. A risvegliarli sarà una forza malefica che sta minacciando la sua nuova casa. Infatti, dietro i panni dell'uomo che ha abbandonato tutto ciò che conosce e che ama, vagando in un deserto metaforico di lavori bizzarri e solitudine emotiva, alla ricerca del vero se stesso, Clark nasconde un'altra identità: quella di Superman, l''uomo d'acciaio'...

CAST

CRITICA

"Anche la versione cinematografica del 1978, quella con lo sfortunato Christopher Reeve, cominciava su Krypton. (...) Dove il film tradisce il fumetto, in ogni caso, non è tanto nella storia che racconta: è piuttosto nel tono con cui lo fa, cupo e lugubre quanto quello della vecchia saga era leggero e un po' ingenuo. Qui Superman soffre fino dalla prima giovinezza a Smalville perla sua 'diversità'; poi non c'è scena dove non patisca pene fisiche o morali. Perfino il vecchio costume azzurro, un po' da uomo forzuto del circo, diventa una specie di cotta medievale dal colore assai più scuro. Intorno al (non entusiasmante) neo-eroe Henry Cavill si affollano, in ruoli genitoriali, star della generazione precedente." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 20 giugno 2013)

"Qualcuno lo interpretò come un Mosè intergalattico, messo in salvo dalla catastrofe dentro una culla/capsula approdata sulla Terra; altri, in considerazione della matrice ebraica dei suoi creatori Siegel e Schuster, lo hanno visto come la figura dell'outsider che ambisce a integrarsi nella cultura d'accoglienza. (...) Ma, detto questo, è inutile mettersi a disquisire se il novello 'Uomo d'acciaio', protagonista del reboot prodotto e co-sceneggiato da Christopher Nolan - il potente autore della trilogia del 'Dark Knight Batman' - è l'adamantino difensore di una democrazia minacciata da una dittatura; o se, piuttosto, è da leggersi nella funzione cristologica di salvatore dell'umanità, ipotesi che lo sguardo limpido e innocente dell'attore inglese Henry Cavill sembra avvalorare. Il fatto è che il nostro mondo, purtroppo, ha un terribile bisogno di eroi; e i fumetti sono l'unica fonte mitologica che ci rimane, nonché una festa per il cinema degli effetti speciali. II nuovo superman Henry Cavill si stringe alla fidanzata storica Lois Lane, qui interpretata da Amy Adams." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 20 giugno 2013)

"A ogni nuova generazione gli stessi supereroi, ma riveduti e corretti alla luce della contemporaneità. Così l'ultimo Superman, ovvero 'L'uomo d'acciaio' diretto da Zack Snyder, assomiglia più al cupo 'Batman' che al colorato eroe nascosto dagli anni Cinquanta dietro gli occhiali di Clark Kent, in linea con l'ultimo 'Spider-man', anche lui tutto preso a interrogarsi sul senso della propria missione. Un po' guerrigliero arrivato sulla Terra per riscattare un popolo, quello di Krypton, schiacciato dall'autoritarismo, un po' figura messianica extraterrestre destinata a salvare il mondo, 'Superman' si pone domande sul proprio destino. Ma l'inerte interpretazione di Henry Cavill, alcuni dialoghi di sconcertante schematicità e una sceneggiatura che rinuncia a qualunque approfondimento, fanno sì che queste domande cadano nel vuoto e appassionarsi ai dilemmi del povero Clark è davvero ardua impresa." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 20 giugno 2013)

"Kal-El su Krypton, Clark Kent sulla Terra, ma Superman chi è? Creato con un occhio a Mosè e l'altro a Cristo dai fumettisti Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1938, il supereroe con la S sul petto è tornato al cinema: reboot (rilancio) firmato Zack Snyder, 'L'uomo d'acciaio' ha un tocco da Re Mida, con oltre 215 milioni di dollari incassati in cinque giorni a fronte di un budget di 225. Numeri record, che per un blockbuster equivalgono a mission accomplished, ma la soddisfazione dello spettatore è compiuta? (...) Già incline ai comics con qualche successo ('300', 'Watchmen'), altrove trash-fallimentare ('Sucker Punch'), Snyder è stato scelto dopo lungo casting e messo sotto tutela: a produrre e co-firmare il soggetto Chris Nolan, il regista della trilogia di 'The Dark Knight', alias Batman. Qualcuno, come 'Empire', ha fatto il passo critico più lungo della gamba, e ha esultato d'analogia: 'The Clark Knight'. Magari fosse così. Viceversa, Snyder si conferma regista caciarone, illustratore muscolare, culturista della computer graphic e degli effetti speciali: la seconda parte martella su macchine terraformanti e botte dell'altro mondo, dando la sensazione che il topolino - le premesse intime e 'ideologiche' - abbia partorito una montagna action senza alcun appiglio drammaturgico. Se conta solo menare le mani, il CGI e il 3D posticcio, perché tirarla per le lunghe sul doppio passaporto di Kal-El/Clark Kent, perché 'suggerire' con pletoriche didascalie il bivio tra 'nature' (paternità biologica) e 'nurture' (paternità delegata)? E perché discettare di scontro di civiltà? Se Krypton impugna totalitariamente falce e martello (negli incubi di Kent entrano perfino cumuli di teschi alla Pol-Pot...), Snyder brandisce la 'Stars and Stripes', fa volare Superman in assetto messianico-imperialista e sventola dialoghi 'for dummies'. Lois: 'Cosa significa la S?' Kal-El: 'Non è una S. Nel mio mondo significa speranza'. Lois: 'Qui è una S'. E, purtroppo, significa anche Snyder." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 20 giugno 2013)

"Piacerà a un pubblico più numeroso di quello che trent'anni fa tributò un deciso successo ai 'Superman' con Christopher Reeve. Il quale tutto sommato era solo un gradevole giocattolone per ragazzi (che difatti scadde, come regalo al terzo Natale, cioè al terzo episodio). 'L'uomo d'acciaio' (il fatto di non aver messo Superman nei titoli, testimonia un'evidente volontà di staccarsi dalle tradizionali rappresentazioni del personaggio) tende invece al super spettacolo fruibile a più livelli. Il prologo a Krypton e il finale colla guerra tra i pianeti, tirano chiaramente al pubblico del filone «spada e stregoneria» con eroi alla Conan e un cattivo (Zod) di possanza scespiriana. La parte centrale, invece, è immersa nelle atmosfere cupe e notturne dei 'Batman' di Nolan. Clark-Superman è un eroe solo, amato fin troppo da babbo e mamma e troppo poco da chi vorrebbe (quella cretina di Lois Lane). Gli atti di eroismo, sono un peso, un fardello, è sparita l'euforia gioconda e birichina che accompagnava il Super in ogni svolazzata tra i grattacieli. Conta, questo cotè nevrotico del personaggio? Certo che conta. L'impatto emotivo della battaglia finale è triplicato, se l'eroe all'eroismo ci arriva non per benedizione del signore, ma dopo aver scavalcato una bella montagna di problemi esistenziali (chi sono, che ci faccio qui, val la pena che rischi la pelle per questi terragni?)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 20 giugno 2013)

"Superman si adegua al ventunesimo secolo e non solo per il cambio del look (via i mutandoni rossi) del costume. Ora è diventato più introspettivo e tormentato, come un eroe shakesperiano. Mostrarsi ai terrestri, nella sua vera natura, dopo che il generale Zod ne ha richiesto la testa o lasciarli nel loro brodo? Naturalmente combatterà al nostro fianco in un tripudio di CG da far invidia a un videogame. E' tutto troppo esagerato, tranne un cast col freno a mano tirato." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 20 giugno 2013)
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