L'uomo che verrà

ITALIA - 2009
4/5
L'uomo che verrà
1943/1944. Martina ha 8 anni ed è l'unica figlia di una coppia di poveri contadini. La sua famiglia vive in un paesino alle pendici di Monte Sole e la bambina ha smesso di parlare qualche anno prima quando il suo fratellino è morto dopo pochi giorni di vita. La sua mamma è di nuovo incinta e Martina trascorre le sue giornate aspettando e sognando il suo 'nuovo' fratellino. Nel frattempo la vita diventa ogni giorno più difficile: il paesino dove vivono è stretto tra le brigate partigiane del comandante Lupo e i nazisti che avanzano e diventa sempre più impossibile non fare i conti con la realtà della guerra. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre del 1944 finalmente nasce il bambino e poche ore dopo le SS iniziano un rallestramento senza precedenti. E' l'inizio di quella che verrà ricordata come la strage di Marzabotto in cui persero la vita 780 civili, in maggioranza donne e bambini.
  • Altri titoli:
    The Man Who Will Come
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: CINEMASCOPE, 35 MM
  • Produzione: SIMONE BACHINI E GIORGIO DIRITTI PER ARANCIAFILM, RAI CINEMA
  • Distribuzione: MIKADO (2010) - DVD: DOLMEN HOME VIDEO (2010)
  • Data uscita 22 Gennaio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Non era facile raccontare l'immonda carneficina di Marzabotto senza scivolare nel sentimentalismo e nella retorica, nel manicheismo e nell'effetto. Giorgio Diritti vi è riuscito realizzando con L'uomo che verrà un'opera densa, profondamente morale, di cordoglio e insieme di testimonianza, commovente senza mai essere ricattatoria. Un corpo estraneo non solo in questo concorso romano - al pari di Up in the Air e di pochissimi altri - ma nel modesto panorama italiano (incredibile che Venezia non l'abbia voluto in gara), da cui si differenzia per il coraggio nelle proprie scelte e per la fiducia nel cinema. Armato ancora di digitale - che la bella fotografia di Cimatti trasforma in "pellicola" - il regista bolognese si accosta con pudore - quasi con distacco - a una famiglia di contadini che vive alle pendici di Monte Sole (una frazione di Marzabotto), pedinandone i giorni e gli stati d'animo, la quotidianeità in tempo di guerra. Il film inizia nell'inverno del 1943. L'Italia è spaccata in due. Sud con gli alleati, Centro-Nord sotto i tedeschi. Le campagne emiliane sono terra di nessuno, tra incursioni SS e scorribande partigiane. I contadini continuano la loro vita fuori dal tempo e soggetta alla Storia, ai suoi capricci. La prima parte de L'uomo che verrà è pura lezione olmiana, un Albero degli zoccoli in tempo di guerra. Una pagina di antroplogia rurale e di naturalismo cinematografico, spezzata dalla poesia e dalle "visioni" di una bambina di otto anni - alla quale il film affida progressivamente il punto di vista - sbigottita di fronte alle vigliaccate degli uomini, i piccoli orrori (ed è un accenno premonitore l'incontro con un pedofilo, maschera dell'abisso umano), l'incanto delle stagioni (bella la sequenza con le lucciole d'estate), il miracolo di una vita che cresce nella pancia della madre, un fratello in attesa e un altro che muore ammazzato chissà come, da chi e perché. Diritti ci lega alla bambina a doppia mandata: la sua è l'innocenza della terra, estranea alle guerre degli uomini; ma è anche l'ingenuita delle nuove generazioni, digiuni di storia e di sofferenze: il pubblico. L'uso dei campi lunghi in questa lunga parte introduttiva è correlato al grado di consapevolezza, nostro e dei protagonisti: più si avvicina la tragedia, più si restringe il campo (fino ai primi piani), e meno riusciamo a vedere, a capire l'orrore. Operazione linguistica e sinestetica: la bambina perde la voce, il padre le parole, l'orrore non si può dire né ascoltare. La nascita del bambino coincide con la morte dell'umanità: simbolica - quella dei tedeschi - e reale - i 770 abitanti di Monte Sole mandati a morte dai nazisti. La narrazione si fa convulsa, crudele ma non cruda. Diritti satura il quadro ma lascia sangue e oltraggio fuoricampo, non perde mai il controllo, supportato dai suoi bravi attori (tra la Rohrwacher e la Sansa la reginetta è però la bambina, Greta Zuccheri Montanari). E non smarrisce la bussola morale: il male non è il frutto di un'astratta corruzione dell'uomo ma delle responsabilità di ogni cultura: "Siamo la nostra educazione", ribatte un ufficiale tedesco a un prete. Ed è qui l'unico forte ammonimento politico di un film che si sottrae per altri versi a ogni misera querelle nostrana. L'uomo che verra è il figlio di ogni paese, dell'Italia di allora e di oggi, di destra e di sinistra, in o senza guerra.

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC, IN COLLABORAZIONE CON CINETECA DI BOLOGNA.

- GRAN PREMIO DELLA GIURIA MARC'AURELIO D'ARGENTO, MARC'AURELIO D'ORO DEL PUBBLICO COME MIGLIOR FILM-BNL E PREMIO "LA MEGLIO GIOVENTÙ" ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009).

- DAVID DI DONATELLO 2010 PER: MIGLIOR FILM, PRODUTTORE E FONICO DI PRESA DIRETTA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGISTA, SCENEGGIATURA, ATTRICE PROTAGONISTA (GRETA ZUCCHERI MONTANARI), ATTRICE NON PROTAGONISTA (ALBA ROHRWACHER), DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA, MUSICISTA, SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (AMEL BEN SOLTANE), ACCONCIATORE (DANIELA TARTARI), MONTATORE, EFFETTI SPECIALI VISIVI E DAVID GIOVANI.

- NASTRO D'ARGENTO 2010 PER: MIGLIOR PRODUTTORE, SCENOGRAFIA E SONORO IN PRESA DIRETTA (CARLO MISSIDENTI, EX AEQUO CON BRUNO PUPPARO PER LA NOSTRA VITA). ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR REGIA, FOTOGRAFIA, COSTUMI E MONTAGGIO.

CRITICA

"Su tutto questo Giorgio Diritti, autore del piccolo capolavoro 'Il vento fa il suo giro', ha costruito il suo secondo film 'L'uomo che verrà'. Confermando il suo personalizzato abbeverarsi alla scuola olmiana." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 22 ottobre 2009)

"Dove il film di Diritti si rende la vita difficile e dal lato spettacolo. E' vero che la vita di campagna è scandita dalle stagioni, non dai minuti, come la vita di città. Mai è qui che vive chi dovrebbe vedere il film. Difficile mostrare la monotonia, prima del dramma, senza annoiare? Basterebbe sfrondare il film, che è di due ore. Meno di un'ora e mezzo bastava a John Ford e Raoul Walsh per storie a sfondo rurale dove alla fine tanta gente veniva ammazzata." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 22 ottobre 2009)

"Volendo risalire a dei modelli estetici si potrebbe citare il cinema di Ermanno Olmi o Mario Brenta. Ma in realtà Diritti persegue una sua propria poetica nel restituire, utilizzando attori professionisti e gente presa sul posto, la dura vita di quelle contrade rurali, le arcaiche dinamiche familiari, la fatica del lavorare la terra. I mezzadria, il passaggio delle stagioni. (...) Colpisce, vedendo il film severo e toccante, al quale però non giova l'eccesso di musica, una certa pietas cristiana, che probabilmente deriva dal libro 'Le querce di Monte Sole' scritto da monsignor Luciano Gherardi e scelto come spunto. 'L'uomo che verrà' evocato dal titolo è certo il fratellino di Martina, ma anche, si direbbe, un novello Gesù bambino da sottrarre ai nuovi Erode. Un segno di speranza sui destini dell'umanità." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 22 ottobre 2009)

"La sobrietà rispettosa e realistica, perfino nella tragedia disumana della strage, la grandezza morale dei protagonisti, la bravura degli interpreti (Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Claudio Casadio), la bellezza indifferente della campagna e delle nebbie e dei diluvi rendono il film ammirevole." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 22 ottobre 2009)

"Ma oltre a una esauriente spiegazione di come andarono i fatti il film di Giorgio Diritti ci offre una attendibile interpretazione dei riti della civiltà contadina, la sua 'immersione' in una natura sospesa tra il selvatico e il 'coltivato', nutrita da un dialetto dalle cadenze aspre: una visione frutto di cultura (anche cinematografica) commossa e commovente." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 22 ottobre 2009)

"'L'uomo che verrà', interamente recitato in antico dialetto bolognese, di quel vile atto ne è il ricordo arcaico, sguardo terzo, naturale, geograficamente promiscuo, ma cinematograficamente sottratto dalla disputa politica nero contro rosso, cattivo contro buono. Il senso diffuso della comunità, della polis, su cui si costruisce il film, sta nella vita contadina che odora di stalla, di fame ancestrale, di amore viscerale, di arcaica sacralità religiosa, di neve vera messa in scena senza l'ausilio di ridicoli macchinari del cinematografo hollywoodiano. Realismo antropologico, più che realismo storico, basato sulla rappresentazione materica di una di quelle antiche e numerose famiglie contadine piene di figli, nipoti, letti sovrappopolati non per miseria ma per riscaldarsi corporeamente dal clima freddo. Attimi di assoluta purezza morale, di delicato e sincero umanesimo che Diritti, autore del soggetto del film, nonché della sceneggiatura con i giovani Giovanni Galavotti e Tania Pedroni, riproduce visivamente in sequenze che mancavano al cinema italiano da parecchi lustri." (Davide Turrini, 'Liberazione', 22 ottobre 2009)

"'L'uomo che verrà' è un film senza eroi, un film che fa della coralità la sua poesia in cui begli attori - oltre a Sansa c'è anche Alba Rohrwacher - si mescolano a non professionisti, a volti più giovani (da tenere d'occhio la brava Laura Pizzirani) in una trama umana e emozionale che esclude le singolarità, i gesti gesti intimi pure quando ci sono - la ribellione di Beniamina che se ne va in città stanca delle angherie della madre, le carezze sulla pancia alla moglie incinta di Armando. La loro è un'esistenza collettiva come obbliga il quotidiano incerto della guerra, ove la morte fa parte della vita e così la paura, la fatica, la fame. La sola a uscire fuori è la ragazzina che conosce tutto, che guarda tedeschi e partigiani uccidersi gli uni con gli altri, assiste ai momenti di dolcezza e alle grida di dolore. Che tace e scivola via quando il mercante le regala caramelle e le mette le mani sulle cosce, vede i paracadutisti scendere giù dal cielo e la mamma morire. E combatte per salvarsi, per salvare il fratellino e portarlo via. Diritti ha girato in dialetto emiliano - il film uscirà a gennaio sottotitolato - come fece per il suo esordio, 'Il vento fa il suo giro', parlato in occitano. Anche stavolta predilige una comunità, con al centro la famiglia protagonista che concentra molte storie ascoltate, e è senz'altro una dimensione che gli corrisponde ( l'immagine è un po' quella dei film dei fratelli Taviani. E gli permette di diluire l'eccesso di artificio rischioso nel film «in costume» in atmosfere reali (ma perché quella musica e certi effetti sonori che sottolineano in modo fastidioso il dramma?), nell'elemento fiabesco orrorifico e nell'assurdità di quella violenza." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 22 ottobre 2009)

"Ogni tanto un regista allergico alle convenzioni soffia via la polvere del tempo da pagine che credevamo di sapere a memoria. Quanti film abbiamo visto sul nazismo e i suoi orrori? Quante stragi, quanti rastrellamenti, quanti tedeschi in divisa che sbraitano ordini incomprensibili? 'L'uomo che verrà', di Giorgio Diritti, è il contrario di tutto questo. Non la ricostruzione a posteriori di una pagina di Storia, con tutti i rischi di manipolazioni e di kitsch pseudostorico che la cosa comporta, ma il prodursi di un evento che sembra accadere sotto i nostri occhi per la prima volta. È ciò che il cinema cerca di fare quasi sempre non riuscendoci quasi mai. Non c'è trucco. Basta spogliarsi di tutto ciò che sappiamo - oggi - su quell'evento. Per viverlo con gli occhi di chi lo visse allora, accogliendolo come un fatto enorme e incomprensibile perché del tutto estraneo al proprio sapere e alla propria scala di valori. Facile a dirsi, un po' meno a farsi. Giorgio Diritti, già regista di un altro film di grande rigore, 'Il vento fa il suo giro', ci riesce costringendoci a sposare dall'inizio alla fine lo sguardo dei contadini di Monte Sole e delle loro famiglie. In mani meno abili tutto questo può diventare retorico. In quelle di Diritti e dei suoi eccellenti interpreti, scelti mescolando non professionisti ad attori veri come Alba Rohrwacher, Maya Sansa o Claudio Casadio, straordinario interprete di teatro per ragazzi qui al suo primo film, diventa un esercizio di straniamento poetico che ripaga lo spettatore con un'emozione e una comprensione delle cose fuori dal comune." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2009)

"Film così aiutano ad allontanarsi dall'estetica di plastica delle fiction per tornare a misurarsi con la vera forza delle immagini e con la grande scommessa del cinema. Che è quella di emozionare e insieme far riflettere. Ritmato dal passare delle stagioni, il film racconta dieci mesi, dal dicembre '43 ai primi di ottobre del '44, di una famiglia di contadini nei pressi di Marzabotto (...). Recuperando una moralità troppe volte dimenticata, evitando qualsiasi gratuita spettacolarizzazione, Diritti non ci racconta uno dei tanti eccidi dell' ultimo conflitto ma il destino di vittime che la guerra fa cadere sulle persone: evita le trappole della revisione storiografica, dimostra un pudore coraggioso di fronte alla messa in scena della morte e riesce a fare un film che è soprattutto un inno alla vita, aiutato in questo da un cast perfetto dove professionisti (Maya Sansa e Alba Rohrwacher, ottime; Claudio Casadio, sorprendente) e non (la piccola Greta Zuccheri Montanari nel ruolo di Martina; le comparse del luogo) sanno trasmettere un' immagine indimenticabile di verità e di dolore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 ottobre 2009)

"Diritti voleva girare un film che lasciasse qualcosa alle giovani generazioni, offrendo un contributo a mantenere vigili le coscienze affinché simili immani tragedie non abbiano a ripetersi (...). E voleva anche fosse un'occasione per ribadire la necessità del dialogo e della comprensione su una pagina (...). Diritti ha scelto di raccontare i fatti dalla parte delle vittime, dal punto di vista di chi subisce la Storia con la s maiuscola e ne rimane suo malgrado impigliato. Non solo. Il regista ha deciso di filtrare gli accadimenti attraverso lo sguardo innocente e spaurito di una bambina di otto anni che, pur non parlando - è muta da quando, anni prima, il fratellino più piccolo le è morto tra le braccia - racconta quanto è costretta a vedere. I suoi occhi innocenti assistono all'indicibile e restituiscono l'orrore da un'angolatura che non lo rende certo meno insopportabile. (...) Reso intenso da una riuscita fotografia e sorretto da una sceneggiatura che solo nell'ultima parte, quella non semplice che documenta le fasi dell'eccidio, accusa qualche cedimento, "L'uomo che verrà" fa emergere come protagonista una comunità sulla quale si abbatte inatteso l'orrore e che aveva opposto agli occupanti nazisti una dignitosa resistenza non violenta. Una opposizione che era soprattutto rivolta interiore contro ogni sopruso e prevaricazione, un atteggiamento morale che gli attori - su tutti Alba Rohrwacher, Maya Sansa e Claudio Casadio - riescono a rendere visibile. Così come quella religiosità popolare fatta di una fede antica e di un affidamento totale che si avverte nel precipitare degli eventi, mentre le chiese diventano l'unico rifugio ritenuto inviolabile eppure violato. Diritti - autore dell'apprezzata opera prima "Il vento fa il suo giro" - non prende posizione, non si chiede che cosa abbia scatenato quella furia omicida che non ha risparmiato nessuno; se si sia trattato di una rappresaglia o se sia stato parte di una strategia pianificata, oppure se i partigiani abbiano avuto responsabilità su quanto accaduto. Si limita a raccontare i fatti; una parte, per la verità. Il che però dà il senso dell'immane tragedia consumata in quei borghi montani. (...) "L'uomo che verrà" è un film rigoroso, con una lunga ricerca alle spalle, che evita i pericolosi stereotipi del genere, che non sembra una fiction, e che emoziona grazie anche ai volti di molti attori non professionisti che di quei fatti portano ancora un'eco di memoria. Un film che, senza retorica ma con pudore, racconta la naturalezza agghiacciante e inumana con la quale uomini uccidono altri uomini. Solo alla fine, forse, in quella scena conclusiva si nota un piccolo cedimento. Ma, dopo l'orrore, in qualche modo è liberatoria. (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 23 ottobre 2009)

"Dedicato ad una delle pagine più nere della nostra storia recente, sepolta colpevolmente, come tante altre stragi compiute dai nazisti nel nostro paese, per troppi anni. Nascosta in quell'«armadio della vergogna», frutto delle logiche politiche sottese alle strategie della «guerra fredda» che per oltre Sessantanni hanno impedito il corso della giustizia. 'L'uomo che verrà' ridà voce a questa memoria, la fa rivivere nel dettaglio attraverso la descrizione minuziosa della dura vita di una famiglia contadina della zona di Monte Sole, presa tra le «maglie della storia». I nove mesi prima della strage, raccontati attraverso gli occhi di una bambina in attesa, appunto, della nascita del fratellino, 'l'uomo che verrà'." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 20 gennaio 2010)

"Un mosaico di storie incrociate sullo sfondo, una bambina che lotta per la sopravvivenza, nella neve e nel sangue, portandosi dietro la culla con un neonato, lasciando lo spettatore inchiodato alla poltrona, a chiedersi se ce la farà o meno a salvarsi dal macello (la risposta arriva solo nell'ultima scena). Paesaggi di sogno catturati in fotogrammi che sembrano dei quadri, la vita degli anni della guerra ricostruita con filologia poetica, oggetti dimenticati (come la macchina di legno per le tabelline in una scuola poverissima) lingue che si incrociano come in una babele, senza comprendersi. Emozioni pennellate con fotogrammi, piccole grandi invenzioni. 'L'uomo che verrà' è quasi un film muto, senza bisogno di traduzioni o sottotitoli, in cui gli sguardi raccontano più delle parole, e le musiche irrompono con la forza di un coro di voci bianche struggente, ma in cui tutto è asciutto, come se la sceneggiatura fosse stata rifinita con il bisturi. Giorgio Diritti ha composto un affresco sorprendente. Provate a dimenticarvi, prima di andare al cinema, che il film parla della strage di Marzabotto. Dimenticate per un attimo anche che è un film girato in dialetto, con sottotitoli in italiano. Andate a vederlo non come se fosse una storia sulla guerra di Liberazione del '43-'45 (ovviamente è anche questo) ma come se fosse un film su tutte le guerre e su tutte le speranze, un film sull'amore e sull'odio. 'L'uomo che non verrà' sembra un apologo chapliniano, un 'Monello' ambientato nell'Italia dell'Appennino emiliano, dove i tedeschi sono come le cavallette, come il terremoto, come una catastrofe, che passa dai sorrisi fraterni allo sterminio in un battito d'ali." (Luca Telese, 'Il Fatto quotidiano', 22 gennaio 2010)

"Come ci tiene a sottolineare l'autore, il film non è però su quella che è passata alla storia come la «strage di Marzabotto» (definita così dal nome del centro più importante della zona, costò la vita a 770 persone), ma sulla gente, contadini, donne, bambini, che subì quegli avvenimenti. (...) Anche 'L'uomo che verrà' è interpretato da (pochi) attori professionisti (Maya Sansa e Alba Rohrwacher) e (tanti) attori dilettanti ed è parlato in dialetto bolognese (ha quindi i sottotitoli), ma questo non ha impedito al critico del 'Corriere Della Sera', Paolo Mereghetti, quasi mai incline all'uso dell'iperbole, di definire L'uomo che verrà «un capolavoro»." (Andrea Frambrosi, 'L'Eco di Bergamo', 22 gennaio 2010)

"La ricostruzione della vita contadina nelle campagne emiliane, comprensiva di strettissimo dialetto sottotitolato, è ammirevole. Anche abbastanza lontana dai compiacimenti che affliggevano 'L'albero degli zoccoli'. Fu il sommo Beniamino Placido a domandarsi senza ricevere risposta, più che altro commenti stizziti per leso maestro, perché mai il buon contadino Batistì dovesse sacrificare un albero per fabbricare gli zoccoli al figlio (abituato alle scarpe che mamma gli fece ) quando nel cortile di casa c'erano tanti ciocchi di legna, meno poetici ma ugualmente adatti alla bisogna. Fu sempre Beniamino Placido a far notare che i paesani conducevano una vita grama, diversa dalla pittoresca rappresentazione che Olmi ne fa nel suo film. Solo qualche dettaglio: le vacche erano sempre magre, i polli si ammalavano, la gente moriva di stenti, di malattie, di maternità. Testuale: «i denti si corrompevano in bocca, inesorabilmente. E con i denti i sentimenti: non è vero che la gente, in quanto pi semplice, sapesse volersi pi bene». Giorgio Diritti lo aveva già ben presente nel suo primo film, 'Il vento fa il suo giro' , parlato per lo più in occitano e diventato un piccolo caso (rimase per un anno intero in programmazione al cinema Mexico di Milano). (...) Dovrebbe bastare, trent'anni dopo quell'articolo di Beniamino Placido, per far tacere chi pensa che il mondo contadino sia leggiadro e colorato come il pianeta Pandora di 'Avatar' (o perlomeno come un casale con piscina in Monferrato). Tra calze lise, stracci, pastoni e pagliericci, 'L'uomo che verrà' mostra la strage nazista di Marzabotto attraverso gli occhi di una bambina muta. Greta Zuccheri Montanari è brava, ma la rappresentazione dell'innocenza violata alla lunga diventa maniera. Giorgio Diritti ha dichiarato che oggi i partigiani farebbero gli ultrà negli stadi, e menerebbero le mani anche per una causa meno giusta. Pensiero interessante, purtroppo non riesce a scalzare la retorica della resistenza. E della guerra che brechtianamente viene decisa in alto e sofferta dalla povera gente." ('Il Foglio', 23 gennaio 2010)
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