L'ultimo inquisitore

Goya's Ghosts

GRAN BRETAGNA, USA, FRANCIA, SPAGNA, REPUBBLICA CECA - 2006
L'ultimo inquisitore
Spagna, fine '700. Nella Penisola Iberica, l'Inquisizione sta sferrando gli ultimi attacchi contro la crescente filosofia Illuminista proveniente dalla Francia e che ha già contagiato quasi tutta l'Europa. In questo clima di tensione e oscurantismo vive e lavora Francisco Goya che, divenuto pittore di corte, annovera tra i suoi clienti Lorenzo Casamares, un influente monaco domenicano del Sant'Uffizio. Durante la frequentazione dello studio del pittore, Casamares scorge una tela raffigurante una ragazza che lui riconosce essere Inés Bilbatua, figlia di un commerciante e musa di Goya. Da quel momento per Inés e per l'artista inizia una serie di tragiche vicende che, a causa di un'accusa di eresia, li vedrà coinvolti anche con la Santa Inquisizione.
  • Altri titoli:
    Los fantasmas de Goya
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: KANZAMAN S.A., THE SAUL ZAENTZ COMPANY, XUXA PRODUCCIONES S.L.
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 13 Aprile 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
A sette anni da Man on the Moon, Milos Forman porta a compimento uno dei suoi progetti più antichi, che risale a quando ancora era uno studente in madrepatria: partire da un episodio inerente l'Inquisizione spagnola e ipotizzare una grande storia intrecciata alla realtà dell'allora Cecoslovacchia comunista. Gli intenti sono stati rispettati in parte, ovviamente, e quello che resta de L'ultimo inquisitore - Goya's Ghosts - ennesima dimostrazione di quanto al regista di Amadeus e Qualcuno volò sul nido del cuculo interessino soprattutto le implicazioni individuali inscritte in particolari contesti o situazioni storiche - è poco più di una grande promessa non mantenuta. Il centro della narrazione si sposta a seconda delle discutibili esigenze che, di volta in volta, caratterizzano ognuno dei tre personaggi principali (il pittore Francisco Goya, la sua giovane musa e l'ambiguo Frate Lorenzo): così facendo, l'attenzione e l'adesione all'immagine si smarriscono, e l'equilibrio del racconto insieme a loro.   Per la recensione completa leggi il numero di maggio della Rivista del Cinematografo

CRITICA

"E' dall'incontro fra il grande regista di'Qualcuno volò sul nido del cuculo' e di 'Amadeus', formatosi nella Cecoslovacchia sovietizzata e poi emigrato in America, cioè Milos Forman, con l'altrettanto grande sceneggiatore Jan-Claude Carrière, francese, a lungo collaboratore di Luis Buñuel, è dall'incontro tra due non spagnoli che nasce questo film sulla Spagna di Francisco Goya, tra l'ultimo decennio del '700 e il primo dell'800. (...) La lettura di Forman contiene, in trasparenza, un riferimento molto chiaro ad altri sfondi storici e ad altre tragedie, quelle delle ideologie novecentesche da lui personalmente conosciute e vissute. Nel cieco fideismo di padre Lorenzo il regista rappresenta il comunismo del XX secolo, la presunzione di sapere anche per gli altri che cosa è la libertà e quella di imporla con la forza delle armi e del regime poliziesco. Questa è una caratteristica del film. L'altra è quella di servirsi della forma del feuilleton secondo l'inconfondibile spirito ironico e graffiante del suo regista." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 13 aprile 2007)

"Quanto tempo occorre perché un film veda la luce? Dipende ma le vie della storia, sempre tortuose, a volte sono provvidenziali. Milos Forman sognava di occuparsi di Goya e dell'Inquisizione spagnola da quando studiava nella Cecoslovacchia socialista. Per realizzare quel sogno c'è voluto più di mezzo secolo, ma il senso del film ne esce arricchito. E se ieri Forman vedeva un parallelo fra la dominazione sovietica e l'Inquisizione, oggi questo tormentato 'Goya's Ghosts' ('I fantasmi di Goya'), come suona il titolo originale, evoca spettri meno remoti. Come la guerra in Iraq, nata per esportare la democrazia, o il dibattito sulla tortura contro i terroristi. E chissà cosa vedremo fra altri trent'anni in questo film che racconta l'eterno ritorno dell'identico sotto spoglie sempre diverse. (...) Ma se tutto si ripete nel sangue e nell'orrore, e se il personaggio di Bardem è troppo strumentale per esistere davvero, Forman mette a segno momenti indimenticabili non tanto nelle scene madri quanto nei dettagli folgoranti che le accompagnano: un asino che mangia la biada dopo aver portato il condannato al patibolo, il re che si sfoga sparando agli avvoltoi, le galline calpestate dai cavalli di Napoleone, Goya che dipinge di notte usando un cappello tempestato di candele. C'è più verità, e più emozione, in questi momenti apertamente ispirati alle opere di Goya che nel disegno fin troppo esplicito della trama. Come forse era inevitabile in un film dedicato a un artista che sullo schermo vive veramente solo attraverso le numerosissime opere citate." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2007)

"Milos Forman e le biografie. Nelle sue cifre, però. Come modo per dire anche dell'altro, di un'epoca, ad esempio, come in 'Amadeus' tramite Mozart, di una società travolta dalla televisione in 'Man on the Moon' su Andy Kaufman. Oggi prende Goya come guida, ma il personaggio che gli ha messo di fronte, inventandolo insieme con Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore storico di Buñuel, è un terribile esponente degli ultimi tempi dell'Inquisizione in Spagna, frate Lorenzo, (...) Le pagine migliori: quelle dell'invasione dei napoleonici citata quasi secondo le stesse indicazioni pittoriche con cui Goya l'aveva rappresentata; quelle dell'Inquisizione, con le sue vittime che, sotto tortura, finivano per confessare colpe mai commesse, e alcune strette sul personaggio di frate Lorenzo, un'anima nera di cui alla fine si riconoscono anche, nel suo orrore, certe ragioni, tanto che, anche se spesso descritto come un voltagabbana, gli si farà accettare la morte pur di non rinnegarsi. Non mancano, però, degli scompensi, specie nella vicenda di Ines e della figlia, ai confini del melodramma, e anche nel disegno della figura di Goya, così diversa da come ce l'aveva raccontata Saura nel film omonimo, qui, pur con molte buone intenzioni, più dedito solo alla sua pittura che non veramente partecipe degli eventi contraddittori via via esplosi attorno a lui. Gli da volto, senza molte increspature, l'attore svedese Stellan Skarsgard. Più incisivo, sfumato, saldo, al suo opposto, Javier Bardem come frate Lorenzo. La sventurata Ines è Natalie Portman, anche nella parte della figlia adulta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 aprile 2007)

"Molti pregi cinematografici: la scelta del colore di fondo fumoso, bituminoso, della pittura di Goya: l'illustrazione esatta delle tecniche del Maestro per le incisioni e le stampe; la cura minuziosa della ricostruzione militare e quotidiana, l'interpretazione degli attori. Senza avere particolari qualità da autore,
'L'ultimo inquisitore', scritto dal regista insieme con Jean-Claude Carrière, è un film colto, molto ben fatto, molto interessante: non cade mai nella retorica del dramma popolare, rimane all'altezza della tragedia." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 13 aprile 2007)

"Piacerà forse non ai fautori della plausibilità storica, ma ai fans del vecchio 'Amadeus' sì. Dopo vari anni di risultati non proprio eccezionali, Milos Forman sembra tornato al vigore narrativo che gli fece vincere in carrozza nel lontano 1985 un meritato Oscar. Sarà un caso, ma ancora una volta si tratta di un dramma storico, e ancora una volta è la storia di una rivalità quasi omicida tra due uomini in teoria destinati ad essere amici o addirittura fratelli. (...) Neppure l'ombra di un'indulgenza è proiettata su Lorenzo, che più che i camaleonti spagnoli dell'era napoleonica sembra ricordare i trasformisti d'oltrecortina nei quaranta anni di regime comunista. Forman che deve avere ancora una vecchia ruggine con costoro non concede al personaggio il minimo alibi. E Javier Bardem evidentemente arcistufo di recitare le vittime ci dà dentro per rendere Lorenzo una delle creature più odiose offerte dal cinema dall'inizio del secolo." (Giorgio Carbone,
'Libero', 13 aprile 2007)

"Il nuovo film di Milos Forman, 'L'ultimo inquisitore', non è il più bello della carriera del grande regista cecoslovacco vincitore di un Oscar per 'Qualcuno volò sul nido del cuculo' e per 'Amadeus'; e non regge il confronto, per freschezza e originalità, con il precedente 'Man on the moon', sul comico tv Andy Kaufman. Nondimeno è un film importante, per il momento in cui esce e per il complesso della carriera di Forman, che a 75 anni sembra voler fare un bilancio della propria full-immersion nella storia del '900 usando Goya e la Santa Inquisizione come 'grande metafora'. (...) 'L'ultimo Inquisitore' non è certo privo di difetti, anche se è un film in cui Forman ha messo tutto se stesso. Sarebbe bello se, prima o poi, si raccontasse in modo diretto: nessuno più di lui potrebbe fare un film su Stalin o sui suoi accoliti." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 13 aprile 2007)

"'L'ultimo inquisitore' dovrebbe essere la biopic - ma sempre nello sguardo trasversale del regista ceco, oggi settantaquattrenne - del geniale artista Francisco Goya, figura complicata da interpretare come ogni grande creatore e ogni opera d'arte che abbia una sua forza oltre il tempo. La vita dell'artista è lunga e s'intreccia a molti colpi della storia. Per Forman non è però la prima volta, era accaduto col mozartiano 'Amadeus' e poi con 'Valmont', lo stesso 'Man on the moon' è la biografia del comico Andy Kaufman. La Spagna dell'inquisizione permette inoltre di riprendere ancora una volta quel discorso dei rapporti tra individuo e potere che è cifra ricorrente nel suo cinema. 'L'ultimo inquisitore', sceneggiatura dello stesso Forman insieme a Jean-Claude Carriere, non è infatti la biografia di Francisco Goya anzi diremmo che nonostante tutto il 'pittore del re' come amava definirsi pur dichiarando nei suoi quadri una libertà tutt'altro che cortigiana, rimane quasi ai margini di una narrazione che nella Spagna dell'inquisizione, tra processi, torture, violenze motivate da un integralismo religioso fanatico divenuto legge, ammicca e anche con chiarezza all'oggi. (...) Ci sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più di Goya, non solo il respiro sontuoso e barocco delle inquadrature. Pure se rendere la Storia a segno contemporaneo (lezione rosselliniana anche se Forman non ha il segno di Rossellini) è provocazione di intelligenza." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 13 aprile 2007)

"Con 'L'ultimo inquisitore', un titolo da brividi, Milos Forman, regista di 'Qualcuno volò sul nido del cuculo',
'Amadeus' e 'Hair', cede le armi e sprofonda in un feuilleton stile Hugo o Alessandro Dumas. (...) Ciò che accade in seguito è un mix del 'Conte di Montecristo' e 'I Miserabili'. La vicenda s'ingarbuglia, la Storia vi transita accanto con elegante superficialità. Restano la qualità figurativa, la tenuta narrativa, e il sospetto che l'immagine del Potere Temporale, sinistro e subdolo, non sia casuale coi tempi che corrono." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 13 aprile 2007)
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