L'orizzonte degli eventi

ITALIA - 2005
L'orizzonte degli eventi
Max è un giovane ricercatore di fisica nucleare. Lavora senza sosta nel laboratorio situato nel ventre del Gran Sasso, per un progetto chiamato Helios, che potrebbe rivoluzionare il mondo della fisica. Davanti a lui ha sicuramente un futuro radioso, costellato di successi; è ambizioso, preparato e molto intelligente. Ma la sua voglia di ritagliarsi un posto nella comunità scientifica lo mette in conflitto prima con gli altri che collaborano al suo progetto, poi con le finalità stesse della ricerca scientifica, fino all'estremo punto di rottura, la sua esclusione dal progetto e dalla comunità. Max improvvisamente si sente senza difese, in balia di un mondo che ha da sempre osservato da dietro a un vetro. E' il mondo reale, la natura matrigna che non si assoggetta a regole e a dettami della scienza, ma che esplode con la sua violenza, ostacolando il cammino degli uomini...
  • Durata: 115'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO, IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM E SKY
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 20 Maggio 2005

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Da poco responsabile di un importante esperimento, il fisico nucleare Max (Valerio Mastandrea) creerà un generatore di eventi per falsificare alcuni dati e accelerarne la riuscita. La collega/amante Anais (Gwenaelle Simon) si accorgerà della cosa, costringendolo alle dimissioni. La stessa sera, sconvolto e disamorato, Max finirà con la sua auto fuori strada. Verrà soccorso da un pastore albanese (Lulzim Zeqja), vessato da alcuni connazionali che lo ricattano per il passaporto. Presentato in questi giorni nella Semaine de la Critique del Festival di Cannes, L'orizzonte degli eventi si pone quale punto di congiunzione fra due mondi infinitamente lontani, fisicamente prossimi: il cuore della ricerca scientifica, la chiusura della realtà esterna nelle viscere del Gran Sasso d'Italia, di contro alla condizione quasi primordiale in cui si trovano alcuni uomini sulla sua superficie, a duemila metri di altitudine. Il Laboratorio di Fisica Nucleare e lo stato brado della natura: la solitudine e l'ossessione dei ricercatori, la solitudine e la lotta per la sopravvivenza dei pastori. Dopo aver raccontato le vicissitudini dei pastori macedoni in quel notevole documentario che era Uomini e lupi, Daniele Vicari torna sul Gran Sasso per confezionare il suo secondo lungometraggio: dimenticando la genuinità e l'immediatezza del pur imperfetto, ma riuscitissimo Velocità massima, il regista reatino sembra voler fare il verso a Paolo Sorrentino e al suo Le conseguenze dell'amore. Dilatazione temporale e riflessione intimo/filosofica non reggono il confronto con l'indubbia maestria nel gestire le inquadrature e nel gusto estetico formale (splendida la fotografia di Gossi e notevole l'utilizzo delle musiche), di cui Vicari è indubbiamente padrone. Alla fine il tutto scivola nel puro esercizio stilistico, nell'autocompiacimento che - sequenza dopo sequenza - fagocita qualsiasi volontà narrativa, procedendo stancamente verso il liberatorio pianto finale del protagonista, un Valerio Mastandrea sinceramente poco credibile nel raccontare di neutrini e simili.

NOTE

- PRESENTATO A CANNES 2005 NELLA 44MA SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA.

CRITICA

"Difficile immaginare lavori più abissalmente lontani, ma l'accostamento casuale suggerito dal calendario del festival a qualcosa serve. Perché il secondo film di Vicari, già regista del pregevole 'Velocità massima', ha invece e purtroppo i tic, i problemi, l'ideologismo inconsapevole, la povertà simbolica di tanto nostro cinema contemporaneo. Accostarlo agli anni '70 folli ed esplosivi dei Midnight Movies è forse ingeneroso, ma dà un'idea della prospettiva angusta entro cui devono muoversi, oggi, i nostri registi. (...) Tutto questo forma sicuramente un soggetto. A farne un film dovrebbe bastare la storia di un giovane fisico ambizioso quanto confuso, nel lavoro come in amore (Valerio Mastandrea), segnato dalla colpa e dal rancore (il padre andò in galera forse per tangenti) ma pronto a imbrogliare, tradire, falsificare la ricerca, insomma tradire tutto e tutti, amanti e colleghi, la scienza e se stesso. Il problema è che nulla diventa cinema se non c'è uno stile, uno sguardo, un'idea di racconto diversa dalla zuppa paratelevisiva in cui invece si impantana dall'inizio alla fine 'L'orizzonte degli eventi'" . (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 maggio 2005)

"Daniele Vicari, giustamente celebrato per il folgorante esordio ('Velocità massima'), si arena nelle secche di un'opera seconda pretenziosa e sconnessa. (...) Mentre le lungaggini della prima parte comunicavano, comunque, un'intrigante atmosfera da thrilling psicologico, quelle della seconda sfilacciano il film in una sequela di stridenti addentellati e infiorettature. Il fatto è che Vicari non è bravo, ma addirittura bravissimo nella tecnica pura e il film passa così da un'inquadratura preziosa a un'altra con un compiacimento che sarebbe perdonabile solo in assenza di handicap extra-testo. Cedendo invece progressivamente alle sue spropositate ambizioni e ai suoi astratti furori, il regista ferisce a morte 'L'orizzonte degli eventi', ne smorza la tensione, ne evidenzia le carenze di equilibrio e di logica. Peccato perché tanta grazia, per così dire estetica, finisce inesorabilmente nell'imbuto del trombonismo etico-sociologico oggi purtroppo di moda." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 14 maggio 2005)

"Molto 'costruito' e forse al di sotto dell'ambizione di trasfigurare in espressione artistica una tesi da dibattito, resta una rara prova del misurarsi con la responsabilità dell'intellettuale a dare risposte." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 maggio 2005)

"Se in 'Velocità massima' era il mondo proletario e colorito delle corse clandestine a innervare il melodramma, qui si cambia scenario: Max appartiene a una sorta di aristocrazia scientifica che ai risultati tutto sacrifica (...) Purtroppo il film si sfrangia in un pessimismo ideologico/esistenziale fatto di sguardi allusivi, tempo morti, panorami brulli, neon lividi, sospensioni estenuate. Protagonista un aggressivo-metidabondo Valerio Mastandrea il quale, pur ripudiando il consueto romanesco, fatica un po' a trasformarsi in rampollo alto-borghese." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 20 maggio 2005)
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