L'ombre des femmes

FRANCIA - 2015
3,5/5
L'ombre des femmes
Pierre e Manon sono poveri. Si procurano da vivere con lavori saltuari e con i pochi soldi a disposizione realizzano documentari. Un giorno Peter conosce Elisabeth, una giovane stagista che diventa la sua amante. Non vuole, però, chiudere la relazione con Manon. Quando Elisabeth scopre che anche Manon ha una relazione clandestina lo riferisce a Peter che, sentendosi tradito, capisce quanto è importante per lui Manon...
  • Durata: 107'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE
  • Produzione: SBS PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON CLOSE-UP-MAGIC, ARTE FRANCE CINÉMA

RECENSIONE

di Bruno Fornara

Da tanti film e film Philippe Garrel indaga osserva racconta custodisce le storie di amori, regolari, irregolari, stremati, incerti, sbagliati, finiti, ricominciati, di nuovo finiti. Questo L’Ombre des femmes sembra più un Rohmer che un Garrel: è un film persino tenero e finisce con una ricomposizione che non si sa bene se sia un finire bene, perché lui e lei possono sempre ricominciare a tradirsi e lasciarsi.

Sembra un Rohmer perché quasi tutte le scene sono composte da due sole persone che parlano, e la scena dopo una delle due persone parla con un’altra persona, e la scena dopo ancora quest’altra persona parla con la prima persona della prima scena. I passaggi di persona e di scena sono dovuti al fatto che all’inizio c’è una coppia, con lui regista – ancora in attesa di affermazione – di un film intervista a un vecchio partigiano, e con lei che lavora con lui per le riprese. Nella coppia lui, l’uomo, crede di potersi concedere altri rapporti: «C’est comme ça parce que c’est comme ça. Et c’est ce que les hommes font et ce n’est pas ma faute si je suis un homme». È così perché è così. Ed è quello che gli uomini fanno e non è colpa mia se sono un uomo.

Seguendo questo sillogismo, Pierre fa l’amore con la sua donna Manon ma anche con la sua amante Elizabeth la quale, scoperto che anche Manon ha un amante fa quello che possiamo aspettarci che faccia. La morale la tira la voce di un narratore che la mette così: «Lui non voleva. Lei non voleva. E si lasciarono». Il finale arriva dopo un’inattesa sorpresa sul partigiano: se la grande storia va in quel modo, perché mai le piccole storie dovrebbero essere diverse?

Bianco e nero tradizionale per Garrel, ambienti poveri, due stanze e cucinino, un amore a due, poi a tre, poi a quattro, lui che parla poco, lei che parla di più, una specie di favola amorosa con tradimenti a incastro in cui si vuole cercare qualcos’altro e che servono invece a dire quanto si vorrebbe ancora stare insieme. Chi domina possiede indirizza il film è Manon (Clotilde Courau), la donna di Pierre: con i suoi pianti e singhiozzi, il volto disegnato, la voce ora fievole, ora accesa, sicura/insicura nell’amare e nel tradire.

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA 47. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES, 2015).

CRITICA

"(...) nuovo e magnifico film di Philippe Garrel (...). Lui, Garrel, è genialmente «inattuale» e sempre contemporaneo. (...) Bianco e nero (...) girato in pellicola (ma proiettato in digitale) con la luce che accarezza senza compiacimenti di Renato Berta questo film segna però un passaggio nell'universo garreliano e del punto di vista narrante. Una coppia in crisi, abbandoni, massacri e tradimenti, e I'autofinzione della vita, quella del regista, degli amori e delle sconfitte lancinanti di un'utopia, che attraversa tutti i suoi film si allarga al femminile: uomo e donna sono messi a confronto nella «verità» impossibile del sentimento e insieme di una Storia che la sola memoria non può restituire. Perché la memoria inganna e si fa ingannare dal desiderio o dal rimorso. (...) L'immaginario è rivoluzionario come i sentimenti quel «privato politico» delle strade sessantottine, della rivolta accompagnata dalle parole di De Sade. E nell'intreccio tra lo sfascio della coppia e la Storia Garrel interroga la verità delle immagini, il pretestuoso gender che circoscrive «realtà» e «finzione» laddove la prima si dichiara oggettiva, ma come ci dice sempre anche Godard la verità è possibile solo nel massimo della sua messinscena, consapevole e non spacciata per «vera»." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 15 maggio 2015)
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