L'ombra del potere - The Good Shepherd

The Good Shepherd

USA - 2006
Nel 1939 Edward Wilson, un giovane e promettente studente di Yale, grazie alle sue doti intellettive, la sua reputazione e ai suoi ideali patriottici, viene scelto per entrare nell'esclusiva società segreta degli Skull and Bones - l'associazione da cui proviene la maggior parte dei leader nazionali ed internazionali - per essere destinato a far carriera nel mondo dei servizi segreti. Dai primi passi mossi presso l'Ufficio Servizi Strategici (OSS), alla partecipazione alla fondazione della CIA, alle sfide con il KGB durante gli anni della Guerra Fredda, Wilson diventerà una figura chiave nel panorama dello spionaggio mondiale. Tuttavia, la sua totale dedizione al lavoro ed il completo asservimento della sua vita alla patria, lo metteranno di fronte a scelte personali estreme e dolorose.

CAST

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA.

- ORSO D'ARGENTO PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO ARTISTICO ALL'INSIEME DEL CAST AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).

CRITICA

"Storia di un patriottico mascalzone, 'L'ombra del potere' (in originale 'The Good Shepherd', il buon pastore) di Robert De Niro, pare il seguito di 'The Good German'. All'austera cinefilia di Soderbergh, De Niro oppone maggiori mezzi, ma ottiene minori esiti. La sceneggiatura di Eric Roth - che risale a una dozzina d'anni fa - procede di anacronismo in incongruenza. Intrigo-chiave della vicenda: l'immagine di un letto con zanzariera e radio-sveglia sul comodino. Il segreto dello sbarco nella Baia dei Porci (Cuba) sarebbe stato rivelato in un amplesso lì. Procedendo come per la celebre foto di 'Blade Runner', De Niro pretende di scoprire dai dettagli che l'immagine viene da Léopoldville (Congo) e conduce a una ventenne (!) congolese (!!) 'miglior agente della Cia in Argentina' (!!!), in realtà doppiogiochista. (...) Chi ama 'C'era una volta in America' (proprio con De Niro), avrà qui pane per i suoi denti; chi ama 'I tre giorni del condor', invece s'astenga." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 febbraio 2007)

"Già così com'è 'The Good Shepherd' non sembra un titolo da bagno di folla. Il suo passo è elegante, sinistro, felpato, se non rarefatto, nonché ancorato a vestiti, oggetti, stili di vita, riferimenti cronistici e scenografie minuziosamente ricalcati sull'aria del tempo: quello che vede Edward Wilson, brillante studente di Yale, dapprima aderire alla società segreta para-massonica Skulls and Bones e poi inevitabilmente entrare a far parte della Oss, prototipo della Cia nel corso della seconda guerra mondiale. Maniacalmente dedito all'arte del segreto e della copertura, il ragazzo diventa un uomo senza altro sentimento a disposizione che quello della lealtà patriottica: un percorso arroventato dall'acuirsi della Guerra Fredda che coinvolge rovinosamente la moglie, interpretata da una tormentata Angelina Jolie, e il figlio sciaguratamente deciso a seguire le orme paterne. Il mondo che lo avvolge come una caligine è popolato da personaggi minacciosi e sfuggenti (tra cui il generale Sullivan cui presta il volto lo stesso regista), perennemente impegnati nel duello intercontinentale con il Kgb in un'altalena di eroismi, misfatti, doppi e tripli giochi, trucchi sofisticati e spietate azioni di forza. Un vero incubo a occhi aperti che non giudica, ma si limita a scortare il protagonista sulle strade di un paranoico e un po' catatonico sacrificio." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 febbraio 2007)

"In 'The Good Shepherd', seconda regia di Robert De Niro, l'eroe che non sa di tradire (anzitutto se stesso) è un atono e zelante agente dei servizi Usa che a forza di sacrificare la propria vita alla ragion di Stato perde tutto, su tutti i fronti. Disteso su quasi tre ore (troppe), l'accuratissimo film di De Niro segue la vita sbagliata di Matt Damon su e giù lungo i decenni. (...) Imbottito di osservazioni di prima mano, ma non adeguatamente sorretto dalla regia (ci voleva Coppola, che firma come produttore), 'The Good Shepherd' non convince a fondo ma è troppo ambizioso per parlarne da un festival sotto brevità." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 febbraio 2007)

"Alla sua seconda prova di regia, De Niro convince solo a metà. 'The Good Shepherd' dichiara apertamente le proprie ambizioni - raccontare non tanto la 'storia' della Cia quanto quella dei suoi uomini e dei compromessi, morali e umani, accettati - ma non riesce a trovare una forma narrativa che riesca a reggere la tensione per tutti i 167 minuti. La sceneggiatura di Eric Roth mescola le carte, saltando continuamente indietro e avanti nel tempo, dal fallimento dello sbarco a Cuba nel 1961 giù fino alle origini dei servizi di intelligence statunitensi, durante la seconda guerra mondiale. Ma la materia è troppo vasta e gli episodi significativi talmente numerosi (tra doppiogiochisti, vittorie, sconfitte e traditori vari) che alla fine tutto rischia un po' di confondersi. (...) Scegliendo di privilegiare i momenti di riflessione e di pausa (o di paura) rispetto a quelli di azione e di suspense, adottando una fotografia dai toni cupi e un montaggio per niente invasivo, De Niro dimostra di guardare più alla tradizione letteraria (inevitabile il ricordo dei capolavori di Le Carré) che a quella cinematografica, ma finisce per disperdere quel patrimonio di atmosfere in un racconto troppo spezzettato e in un quadro generale dove il senso delle scelte è più confuso che davvero ambiguo o misterioso." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 11 febbraio 2007)

"Il progetto era ambizioso e preparato a lungo: raccontare 25 anni di storia dei servizi segreti Usa, presentando, attraverso la vicenda personale di uno dei fondatori, uno spaccato del torbido mondo dello spionaggio. Il risultato ottenuto con The good shepherd da Robert De Niro, alla seconda prova dietro la macchina da presa dopo Bronx (1993), non rispecchia le aspettative. Almeno non del tutto. Da grande attore qual è, De Niro (che si ritaglia un pregevole cameo) strappa ai colleghi interpretazioni importanti, ma come regista non riesce altrettanto incisivo. Una storia di quasi tre ore avrebbe avuto bisogno di qualche sussulto in più. (...) Matt Damon nei panni del protagonista - il "buon pastore" del titolo, prototipo della spia moderna - offre una prova apprezzabile, così come il resto del cast stellare. Ma è la storia che non decolla, pur avendo buoni spunti narrativi. Il film illustra bene come persone anonime siano riuscite a controllare per decenni il mondo attraverso trame occulte, ma le vicende appaiono spezzettate, senza acuti e il ritmo ne risente. Manca, inoltre, il legame con il potere politico, solo evocato da immagini televisive d'epoca. Così come è appena percepibile il giudizio sulle conseguenze di certe azioni "sporche". Dunque, un film di discreta confezione, ma che non lascia il segno: come dire, molto mestiere, poca creatività." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 28 aprile 2007)
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