L'odio

La Haine

FRANCIA - 1995
L'odio
Nella periferia parigina, a causa del pestaggio che Abdel Ichah ha subìto durante un interrogatorio in prigione, si è scatenata una guerriglia. Due amici, Vinz e Saïd, l'uno ebreo e l'altro arabo, raggiungono il nero Hubert. I tre gironzolano per il quartiere, scacciano una troupe televisiva che vuole intervistarli; tentano di consolare l'amico ricettatore Upim, cui nei disordini è andata distrutta l'automobile. Vinz ha trovato la pistola che un poliziotto ha perduto e minaccia di usarla contro un agente se Abdel muore. Saïd e Hubert vengono fermati dalla polizia che li sevizia per istruire una recluta mentre Vinz, che si è dileguato, si rifugia al cinema. La televisione frattanto comunica la morte di Abdel, e Vinz sogna di uccidere un poliziotto. Ma un assalto di naziskin fa accorrere Vinz che con la minaccia dell'arma requisisce uno di loro, anche se, nonostante i suggerimenti di Hubert, non riesce a sparargli.
  • Altri titoli:
    El odio
    Hass
    Hate
  • Durata: 95'
  • Colore: B/N
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA, 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: LES PRODUCTIONS LAZENNEC
  • Distribuzione: MIKADO FILM - MONDADORI VIDEO, L'UNITA' VIDEO - DVD: RAROVIDEO (2011)
  • Vietato 14

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 48. FESTIVAL DI CANNES (1995).

- REVISIONE MINISTERO OTTOBRE 1995.

CRITICA

"L'odio del titolo è quello delle bande dei quartieri satelliti parigini contro le forze dell'ordine ed è aspramente ricambiato: almeno a giudicare dalla ribellione dei poliziotti di guardia sulla scalinata del Palais al Festival di Cannes, che all'apparire del 28enne regista Mathieu Kassovitz e del suo gruppuscolo giovanile hanno ostentatamente voltato le spalle. Con 'La haine' i critici francesi sono invece convinti di aver scoperto un capolavoro: 'Attention Kassovitz!' ha strillato in copertina 'Première' e le due più autorevoli riviste specializzate, i 'Cahiers au Cinéma' e 'Positiv' gli hanno dedicato pagine su pagine confessando 'Un coup de coeur'. Il resto della stampa è venuto al traino, il premio per la miglior regia ha rinforzato l'immagine e il film ha registrato la cifra record di due milioni di spettatori. Chissà come commenterebbe la rozza sociologia muro contro muro di 'L'odio' il compianto poeta che ai tempi della battaglia di Valle Giulia si schierò scandalosamente dalla parte dei poliziotti contro i sessantottini." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 23 Settembre 1995)

"Certo, il film gronda tutto l'odio del suo titolo, la polizia vi è proclamata nemico n.1, con tutta una serie di denunce che testimoniano aspramente in suo sfavore, i personaggi giovani sembrano tutti l'emblema di tumulti destinati, almeno nelle intenzioni, a sommergere l'intera società; ma anche se così radicale, quel ritratto di una condizione umana di oggi ha il suo peso, documenta se non una verità certo uno spaccato abbastanza autentico di realtà metropolitana europea che, pur ripresa, anche come modi di rappresentazione, da quella americana, oltre a convincere come spettacolo può far riflettere educatori e sociologi; perfino con una certa apprensione. Concorre al sapore di autenticità una recitazione tutta in presa diretta cui partecipano molti non professionisti, intenti, quelli del terzetto a prestare addirittura ai personaggi il loro nome e cognome: per fare, probabilmente anche più vero. Il regista, invece, pur essendo ebreo, si è divertito, con scoperto sarcasmo, a nascondersi sotto la figura marginale di un naziskin; con tanto di svastica sul capo." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 24 Settembre 1995)

"Alla maniera dello Spike Lee di 'Fa la cosa giusta', Mathieu Kassovitz, 27 anni, parigino, figlio d'un cineasta e d'una produttrice, già autore di 'Métisse', premiato per la regia all'ultimo festival di Cannes, ha fatto un film brutale e disinvolto, destrutturato e costruito con rigore: tempo condensato il cui trascorrere è scandito da cartelli, una pistola perduta da un poliziotto che serve da filo conduttore passando di mano in mano, l'agonia del ragazzo arabo colpito dalla polizia che assicura suspense, due parti simmetriche svolgentisi una a Parigi e una in periferia. Alla maniera del Martin Scorsese di 'Taxi Driver', Kassovitz ha fatto un film che è insieme drammaticamente realistico e sotterraneamente surreale. 'L'odio' aggredisce un problema sociale francese in stile americano, ma si distingue da altri racconti neri della periferia, da tanti altri banlieue-film: per la sua durezza sovversiva, per la rabbia unita a svagatezza dei protagonisti, per il linguaggio gergale che imprime alla narrazione gran ritmo e una terribile energia. Il sospetto d'artificiosità, d'un eccesso di furba abilità non toglie nulla alla forza, alla potenza disperata del film; né alla bravura e alla sicurezza d'un nuovo regista." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa')
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