L'ipnotista

Hypnotisören

SVEZIA - 2012
3/5
L'ipnotista
Erik Maria Bark, un tempo era l'ipnotista più famoso di Svezia, ma una drammatica vicenda personale lo ha dissuaso dal portare avanti la pratica dell'ipnosi e da un decennio ormai si trascina in una vita segnata da crisi personali e familiari. Tuttavia, le sue capacità non sono state dimenticate e a richiamarlo in azione è il detective Joona Linna, commissario della polizia criminale di Stoccolma, che lo convoca per collaborare alle indagini sul crudele massacro della famiglia Ek, il cui unico superstite è Josef, un adolescente ritrovato sul luogo della tragedia coperto di sangue e vivo per miracolo, ma in grave stato di shock. Il ragazzo, infatti, è stato testimone dell'uccisione di sua madre e della sorellina, trucidate a coltellate davanti ai suoi occhi, ed necessario interrogarlo prima che sia troppo tardi. L'ipotesi della polizia, infatti, è che il killer sia deciso a completare l'opera uccidendo anche la sorella maggiore di Josef, scomparsa misteriosamente...
  • Altri titoli:
    The Hypnotist
  • Durata: 121'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA STUDIO, ARRIRAW, HAWK SCOPE, 35 MM /D-CINEMA (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo "L'ipnotista" di Lars Kepler (ed. Longanesi, coll. La Gaja scienza)
  • Produzione: SVENSK FILMINDUSTRI (SF), SONET FILM, FILMPOOL NORD
  • Distribuzione: BIM (2013)
  • Data uscita 11 Aprile 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Fa specie associare il nome di Lasse Hallstrom a qualcosa che non faccia pensare immediatamente a uno sciroppo, alla creme caramel, alla carie. Eppure il regista che più di ogni altro ha trasformato Hollywood in un grande romanzo rosa, una specie d’inferno di zucchero a velo (Le regole della casa del sidro, Chocolat), si è andato a ripulire l’immagine nella natìa Svezia, nella neve e nel sangue. L’ipnotista è un tipico thriller scandinavo e un punto di (ri)partenza per Hallstrom, tornato a casa dopo 25 anni “americani”.
Quando diciamo tipico pensiamo innanzitutto all’origine lettararia. Come la trilogia tratta dall’opera di Stieg Larsson, Millennium, anche questo film sfrutta un fenomeno editoriale capace di varcare i confini nazionali: L’ipnotista è in effetti il primo degli otto romanzi scritti da una coppia di giallisti, i coniugi Alexander Ahndoril ed Alexandra Coelho, e incentrati sull’ispettore Joona Linna. Ossessionato dal proprio lavoro, vagamente disilluso e sentimentalmente solo, Linna è una sorta di evoluzione archetipica del detective dell’hard-boiled, una maschera sopravvissuta a tutte le sconfessioni del caso, ancora particolarmente amata nell’Europa del Nord (pensiamo all’analogo norvegese Harry Hole, protagonista dei romanzi di Jo Nesbø: a proposito che fine ha fatto l’adattamento dell’Uomo di neve che Scorsese avrebbe dovuto girare?).
Il caso che Linna deve affrontare stavolta riguarda l’efferato massacro di un’intera famiglia, a cui è scampato per miracolo il figlio adolescente. E’ il solo che potrebbe far luce sull’accaduto, ma è in coma. Da qui il ricorso all’ipnotista del titolo, l’unico ad avere accesso alla mente del testimone e a rompere il muro di silenzio.
Se Joona Linna ha il volto piuttosto anonimo di Tobias Zilliacus – problema non da poco – il cast di contorno funziona eccome: a incominciare da Mikael Persbrandt (era il medico alla Gino Strada di In un mondo migliore della Bier), la cui presenza scenica e l’intensità di sguardo fanno sembrare vero tutto ciò che fa. Degna spalla di Persbrandt è l’altra veterana del cast, la grande Lena Olin, che interpreta la moglie dell’ipnotista. L’intuizione di Hallstrom – e qui veniamo alla seconda “tipicità” scandinava – è spostare tutto il baricentro narrativo su di loro, preferendo scavare nei problemi di coppia piuttosto che nelle peregrinazioni dell’ispettore. Una scelta che obbedisce in parte alla sensibilità di Hallstrom e in parte dipende dalla tipica attenzione del cinema svedese per le dinamiche psicologiche e affettive del racconto. Bergman insegna.
Il problema è che Hallstrom non è Bergman e il film manca della dovuta forza espressiva.
Più interessato alle rivelazioni interne ai personaggi piuttosto che all’effetto sorpresa della storia, L’ipnotista è un dramma a cote familiare, psicologico, che usa (con parsimonia) il flashback come grimaldello dell’inconscio più che in funzione mnemonica. Raramente la mdp si affranca dai volti dei protagonisti o scavalca l’asse delle loro interazioni. Il che chiarisce anche retoricamente il senso dell’operazione, ma finisce per renderla – complice pure l’ambientazione – congelata, paralizzata in un eterno presente.

CRITICA

"Ispirato dall'ennesimo successo letterario, ecco il giallo svedese con cui Hallström, dopo 25 anni di Hollywood, torna in patria. (...) Di tutto, di più e di troppo. Ottimi gli attori." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 11 aprile 2013)

"Il noir si addice a Lasse Hallström. Dopo quasi trent'anni di carriera hollywoodiana, punteggiata di titoli di successo ma convenzionali ('Le regole della casa del sidro'), quando non sdolcinati ('Chocolat'), il regista svedese torna a casa e dirige un thriller che non pare nemmeno suo: teso e perfino violento com'è, fino dalla prima scena. (...) Si risente molto l'atmosfera di 'Millennium', quasi inevitabile dopo il successo (anche) cinematografico della trilogia di Stieg Larsson. Hallström è bravo a installare i personaggi, dosa abilmente le informazioni e gira scene di eccellente qualità tecnica. Peccato il finale non a livello; ma quello non dipende da lui." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 11 aprile 2013)

"Erano oltre vent'anni che lo svedese Lasse Halström, il sensibile regista di 'Chocolat' e 'Hachiko', non tornava a lavorare in patria; e che si sia rituffato con gioia nelle natie atmosfere non c'è dubbio, perché l'ambientazione è uno dei valori più sicuri di 'L'ipnotista', tratto dall'omonimo bestseller (Longanesi) di Lars Kepler, nome d'arte di due coniugi, Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho, giunti al quarto titolo e in via di sfornarne altri. (...) Sul piano della regia Halström fa la sua parte con professionalità, intessendo sulle immagini e il gioco degli interpreti quella tela di suggestioni segrete e affettività vulnerate tipica del thriller scandinavo. Ma il copione di Paolo Vacirca è davvero troppo debole: la trama è mal strutturata e i personaggi rimangono sfocati, poco plausibili, poco intriganti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 aprile 2013)

"Ci voleva un best-seller della fiorente letteratura thriller scandinava per riportare il regista di 'Chocolat' e 'Le regole della casa del sidro' in patria: 25 anni dopo 'La mia vita a quattro zampe', Hallström torna in Svezia per 'L'ipnotista', dal romanzo 2009 dei coniugi Ahndoril. (...) Parte realistico e psicologico (straniante per uno spettatore italiano che tutti parlino pacatamente e sottovoce) per poi diventare, purtroppo, più parossistico e fracassone di un dozzinale giallo hollywoodiano. Campione di incassi in Svezia. Anni luce lontano dalla tensione politica e sociale della geniale trilogia 'Uomini che odiano le donne'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 11 aprile 2013)

"Piacerà a chi riteneva ormai di dover cancellare il nome di Lasse Hallström dall'elenco dei registi significativi. Lasse, dopo i successi in patria, intraprese in modo più che convincente la carriera internazionale. 'Chocolat' e 'Le regole della casa del sidro' erano signori film. Poi man mano Hallström scivolò nell'accademia più prevedibile. 'Casanova' piacque solo alle fans del povero Heath Ledger, 'Hachiko' solo agli amici degli animali. Gli ci voleva, forse, una boccata d'aria nella terra d'origine. Anzi senza forse. 'L'ipnotista' tratto da un best seller di Lars Kepler (pseudonimo di Alexander e Alexandra Ahndoril) ci riporta il Lasse di quindici anni fa, lucido, corposo, di segno robusto, ma non esibizionista. D'accordo, Lasse non è certamente un regista «contro». Segue volentieri le mode. E la moda oggi è quella del giallo alla scandinava. Dopo il successo (al cinema e in libreria) della serie 'Millennium', il thriller collocato nel lungo inverno nordico è diventato familiare, come luogo di delitti, come le nebbie londinesi di 'Whitechapel'. Le carte che Lasse ha a disposizione sono familiari, ma lui le gioca alla perfezione. A cominciare dall'ambientazione. I gelidi, cupi minacciosi esterni (l'intrigo si dipana nella periferia ricca di Stoccolma) e i caldi, confortevoli, rassicuranti interni. Abitati, tutti, da una borghesia agiata e sicura, apparentemente refrattaria al dramma. Poi improvvisamente arriva la violenza sanguinaria. Atroce, apparentemente immotivata. E tutti gli equilibri si rivelano fragilissimi. Il killer è andato a colpire in bei grovigli di nevrosi (la famiglia di Rik, anzitutto, ma anche l'eroe ufficiale, il piedipiatti finlandese non scherza in fatto di nevrosi). L'ambientazione, i personaggi e infine la ferocia. Non cruentissima (pochi particolari splatter) e nemmeno frequente. Che però riesce a coglierti sempre di sorpresa Lasse è veramente tornato al top." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 aprile 2013)

"Emozionante, nella sua inverosimiglianza, giallo, che il commediante Lasse Hallström ha tratto da un romanzo. (...) Una storia, tirata un po' in lungo, cupa, crudele ma con una notevole tensione." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 11 aprile 2013)
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