L'intrepido

ITALIA - 2013
2,5/5
L'intrepido
Immaginiamo che esista un nuovo mestiere e che si chiami "rimpiazzo". Immaginiamo che un uomo senza lavoro lo pratichi ogni giorno, questo mestiere. E dunque che lavori davvero oltre misura e che sia un uomo a suo modo felice. Lui non fa altro che prendere, anche solo per qualche ora, il posto di chi si assenta, per ragioni più o meno serie, dalla propria occupazione ufficiale. Si accontenta di poco, il nostro eroe, ma i soldi non sono tutto nella vita: c'è il bisogno di tenersi in forma, di non lasciarsi andare in un momento, come si dice, di crisi buia. Immaginiamo poi che esista un ragazzo di vent'anni, suo figlio, che suona il sax come un dio e dunque è fortunato perché fa l'artista. E immaginiamo Lucia, inquieta e guardinga, che nasconde un segreto dietro la sua voglia di farsi avanti nella vita. Ce la faranno ad arrivare sani e salvi alla prossima puntata?
  • Durata: 104'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: CARLO DEGLI ESPOSTI PER PALOMAR CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 5 Settembre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Un magazzino pieno di scatole di scarpe. Vuote. Antonio Pane fugge via, lontano da quel lavoro sicuro ma effimero. Una "copertura". No, Antonio Pane preferisce un altro mestiere, quello del "rimpiazzo": un giorno operaio, per qualche ora pupazzo vivente in un centro commerciale, tranviere per una corsa, sguattero in un ristorante, pizza runner e via dicendo. E' senza lavoro Antonio Pane, ma lavora ogni giorno, per rimpiazzare appunto chiunque è costretto ad assentarsi, per un motivo o per l'altro, dalla propria occupazione. Ed è tutto sommato felice, Antonio Pane. Perché si accontenta di poco, perché prima che ai soldi pensa a tenersi "vivo", a non lasciarsi sopraffare da un periodo buio come quello che stiamo vivendo. Un periodo che sta mettendo a dura prova le nuove generazioni, che spaventa anche chi possiede un enorme talento (come Ivo, il figlio ventenne di Antonio, bravo sassofonista) o, più semplicemente, chi tenta ancora di farsi strada nella vita, come Lucia, ragazza che Antonio incontrerà ad un concorso pubblico.
Non è un mistero, non lo è mai stato: Gianni Amelio ha pensato e scritto il suo nuovo film, L'intrepido (oggi in Concorso a Venezia), allo stesso modo in cui un sarto cuce e modella un abito su misura: il "vestito" è stato confezionato per Antonio Albanese, attore con cui il regista di Colpire al cuore e Così ridevano desiderava lavorare da moltissimo tempo. E L'intrepido - titolo che non a caso rimanda al celebre settimanale per ragazzi - non molla mai il suo "eroe", presente in ogni singola scena del film: volutamente surreale e quasi sempre sussurrato, il lavoro di Amelio segue le gesta di un uomo qualunque che, proprio come in un fumetto, è in grado di compiere qualsiasi mestiere, ad affrontare le avversità senza lasciarsi schiacciare.
E' a suo modo una fiaba, L'intrepido, che guarda al Chaplin di Tempi moderni (si pensi alla scena della lavanderia) provando a mescolare commedia, dramma e poesia ma che rimane sospesa - e imbrigliata - proprio nel momento in cui sceglie di mirare al pathos, affidandosi a caratterizzazioni poco riuscite (da rivedere i due esordienti Livia Rossi e Gabriele Rendina) ed esponendo il fianco con dialoghi, spiace dirlo, che rasentano il ridicolo: due su tutti, "Tifo per i tifosi, perché danno un senso alla propria giornata" o "Il tè si beve amaro". D'accordo, il personaggio di Lucia vuole rappresentare la debolezza e al tempo stesso la mera sfacciataggine di una generazione che affida a frasi/slogan le proprie certezze, ma da quel momento la drammaturgia muore. E poco a poco anche il film, inevitabilmente schiavo del suo stesso "eroe". Come ci ricorda quel fermo immagine nel finale.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON UNICREDIT E CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DIREZIONE GENERALE CINEMA.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013), HA OTTENUTO IL PREMIO FONDAZIONE MIMMO ROTELLA E PREMIO LANTERNA MAGICA (CGS); ANTONIO ALBANESE HA RICEVUTO IL PREMIO FRANCESCO PASINETTI.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2014 PER: MIGLIOR SCENOGRAFIA (GIANCARLO BASILI È STATO CANDIDATO ANCHE PER "ANNI FELICI" DI DANIELE LUCHETTI), SONORO IN PRESA DIRETTA (ALESSANDRO ZANON È STATO CANDIDATO ANCHE PER "LA PRIMA NEVE" DI ANDREA SEGRE) E COLONNA SONORA.

CRITICA

"Gianni Amelio per la sesta volta a Venezia dove, grazie a 'Così ridevano', si è meritato nel '98 il Leone d'oro. Adesso ci propone una storia che, nonostante un finale implicitamente quasi lieto, è abbastanza dolente e sconfortata, pur facendo qua e là anche sorridere con letizia partecipe. (...) Un film quasi amaro. Quel lavoro precario del protagonista Amelio ce lo ha proposto, in una Milano di periferia, algida e spesso piovosa, nell'ambito di mestieri quasi sempre durissimi, lasciando che vi ponga mano un Antonio che, nonostante tutto, per la sua innata bontà, è spesso sereno se non proprio ottimista, anche se, a farcene intendere certe desolazioni segrete, in una scena conclusiva di un episodio viene rappresentato in mezzo al buio, con lo schermo che via via gli si restringe attorno, come nei finali di certi film di Chaplin. E a Chaplin non si può non pensare incontrando nei panni di quel protagonista il nostro grande Antonio Albanese prodigo, ad ogni scena, di una mimica in grado di disporre di una infinità di sfumature sottili, ora ironiche, ora afflitte, ora colme di tenerissimo affetto (per il figlio e per la ragazza che si ucciderà). Mentre attorno gli fan corona le immagini stupende fra l'azzurro e il grigio di un direttore della fotografia come Luca Bigazzi. Ad ogni film sempre più suggestive." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 settembre 2013)

"Gianni Amelio con 'L'intrepido' sceglie un percorso opposto: pedina (zavattinianamente?) la realtà sperando che ci regali «da sola» qualche scampolo di verità. Sceglie di parlare di crisi e disoccupazione nella città - Milano - che da sempre si identifica col lavoro e usa Antonio Pane (cioè Albanese) come una specie di Ercolino-sempre-in-piedi per mostrare le facce della precarietà. Gli fa attraversare tante situazioni diverse con lo stesso atteggiamento paziente e accomodante: persino di fronte alle ignominie più evidenti, trasforma la rabbia (che probabilmente gli monta dentro) in rassegnazione e «fuga». Ogni tanto ci propone uno spunto di riflessione: per trovare lavoro il protagonista deve emigrare in Albania, ribaltando il percorso di 'Lamerica'; messo a confronto con due ventenni (una ragazza depressa, il figlio insicuro) Antonio sembra più attrezzato di loro a sopportare i colpi della vita. Ma poi evita di trarre qualsiasi conclusione, di ragionarci sopra. E' questa scelta che stupisce: il film non «cresce» mai, inanella situazioni che sembrano vivere solo della bella fotografia di Luca Bigazzi, finisce per «incartarsi» nella rassegnazione di Antonio. Sessant'anni fa, in una Milano che ancora credeva ai miracoli, 'Totò il buono' usava la magia per far trionfare la «follia dei poveri» di fronte alla protervia dei ricchi. Oggi Antonio il paziente non è capace di aprire gli occhi né di fronte ai nuovi conflitti di classe (fuori luogo il discorso che si sente di un sindacalista) né alla rabbia dei giovani. Può sorridere, come fa nell'ultimissima inquadratura, ma basta? Direi proprio di no." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 5 settembre 2013)

"'L'intrepido', (...) che Gianni Amelio ha costruito con Antonio Albanese cercando una difficile posizione tra realismo metropolitano, fiaba della miseria e parabola sulla paternità, era, e resta, una scommessa, più che un risultato: incontrare la sensibilità e l'umorismo sociale, grottesco, di Albanese e stemperarlo nel suo cinema autoriale, profondo, freddo e analitico, sempre cinefilo. Già nella sceneggiatura, però, ci sono contrasti che non si armonizzano, il piano favolistico di un nuovo Charlot dei tempi moderni e il piano cronachistico della dura realtà di sopravvivenza, come non si armonizzano certe 'intonazioni' francescane di Albanese davanti alle botte che il mondo picchia. E non si perde mai, purtroppo, l'impressione che resistenza e speranza siano decise più a tavolino, pensando a Zavattini o Comencini, che nella coerenza dei personaggi e delle azioni-reazioni. Amelio è un grande autore del cinema italiano e resta tale anche con questo inciampo, accolto alla proiezione stampa tra applausi e buuh. Va visto per decidere che cosa ci dà, comunque, questo film inciso nel presente (nelle sale da oggi)." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 5 settembre 2013)

"Piacerà a chi attendeva da tempo un bel ritorno di Gianni Amelio. Non sarà deluso, anche se i troppi anni di latitanza si fanno sentire Ma questa Milano cupa e spesso disperata è messa in scena spesso con il pathos della Torino di 'Così ridevano', il top della carriera del Gianni. Antonio Albanese (l'unico attore nostrano a sembrare convincente in parti di lavoratore manuale) mette una bella ipoteca alla coppa per il miglior attore." (Giorgio Carbone, 'Libero', 5 settembre 2013)

"104 minuti gravati da simbolismo, macchiettismo, retorica e imbarazzanti pause narrative. Schiacciati da apparizioni fantascientifiche (Sandra Ceccarelli nel ruolo dell'ex moglie che lo incontra al ristorante, Bedy Moniti nei panni di un'esaminatrice) e da un volo onirico e nostalgico sul Novecento e sulle Singer che cuciono gli spolverini, che non restituisce un filo per orientarsi, scuotersi o commuoversi davvero. E' tutto programmatico. Enunciato. Posticcio. Personaggi e situazioni. Sui titoli di coda successivi a un finale irrisolto e consolatorio, il fischio in lotta con l'applauso, sembra introdurre finalmente la dialettica. E un'illusione. Allo schiaffo futurista della contestazione segue calma piatta. In mancanza di Goffredo Fofi ad agitare ragioni e bastone per difendere il lavoro dell'amico Gianni, viene eretto un Piave di riserva. Amelio - un signore che ha fatto film bellissimi, l'ultimo regista italiano a vincere il Leone d'oro 15 anni fa - non foss'altro che per rispetto, non subirà dileggi. (...) Amelio e lo sforzo del suo attore (complimenti reciproci tra i due) ne escono sorprendentemente trionfatori. Meritavano la complessità di un ragionamento. Invece, messa cantata. Conformismo bolso. Le cose spiacevoli non richiedono sincerità. Si dicono alle spalle. A voce bassa. Non si sa mai. Il Festival c'è anche l'anno prossimo." (Malcom Pagani, 'Il Fatto Quotidiano', 5 settembre 2013)

"Commedia? Chi ha detto commedia? Albanese lavoratore sostituto - sui cantieri e al mercato del pesce - è di una tristezza infinita. Ancor più triste è dover constatare lo stato pietoso della sceneggiatura. L'accumulo di scenette, nella prima metà. L'accalcarsi di scene madri, nella seconda. Pedofilia. Suicidio di una ragazza a cui fanno male i capelli. Alla frase accorata «i libri sono sempre qualcosa di speciale» abbiamo deciso di tornare analfabeti." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 5 settembre 2013)

"Garbata commedia, più agra che dolce, che racconta, come in una favola, i travagli di un uomo (fin troppo) buono. (...) Il misurato Antonio Albanese è disposto perfino a non farsi pagare pur di non venir meno a dignità e onestà. P.S. Davvero inedita Milano, anche nella toponomastica: si chiama via Padova, non viale Padova." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 12 settembre 2013)

"Malinconico, ma non di cattivo umore, Amelio pensa al cinema che fu (lo Chariot vagabondo ma anche il Jerry Lewis ragazzo tuttofare e il primo Olmi) e racconta una novella che attraversa i nostri giorni duri, quasi a passo di danza. Non senza qualche scatto di nervi (un giovane suicidio) e un velo di autoironia (il ritorno in Albania, dopo l'utopia selvaggia de 'Lamerica'). Forse chi vuole, potrà ritrovarsi qual era. Le fantasie infantili però sono svanite. L'antico giornalino ('L'intrepido', insomma) magari è ancora nel cassetto del regista. Ma il biondo 'principe del sogno' non cavalca più sul cavallo bianco." (Claudio Carabba, 'Corriere della Sera Sette', 13 settembre 2013)
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