L'inganno

The Beguiled

USA - 2017
2,5/5
L'inganno
Virginia, 1864. Negli Stati Uniti infuria la Guerra di Secessione, ma le ragazze della Miss Martha Farnsworth Seminary for Young Ladies vive protetta dal mondo esterno. Tutto cambia quando un soldato dell'Unione ferito viene trovato nei paraggi e condotto al riparo. Mentre gli offrono rifugio e curano le sue ferite, la casa viene invasa dalla tensione sessuale e da pericolose rivalità, e i tabù vengono infranti in un'imprevista serie di eventi.
  • Altri titoli:
    Die Verführten
    La seducción
    Les Proies
  • Durata: 91'
  • Colore: C
  • Genere: PSICOLOGICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRICAM ST, 35 MM, 4K, DCP (1:1.66)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Thomas Cullinan (ed. DeA Planeta)
  • Produzione: YOUREE HENLEY, SOFIA COPPOLA PER AMERICAN ZOETROPE
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY
  • Data uscita 21 Settembre 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
In un sistema cinematografico che alimenta culti incomprensibili, barricate preventive, adesioni incondizionate e una critica da stadio, un film come The Beguiled ci sta benissimo.
Il nuovo lavoro di Sofia Coppola, che d’ora in avanti chiameremo con il titolo italiano L’inganno (uscirà a settembre con Universal), è la classica operazione che spacca gli addetti ai lavori lasciando invece tranquillamente indifferente il pubblico (non fosse altro perché i numeri al botteghino dei film da festival sono, in nove casi su dieci, terrificanti).

Ci piacerebbe dire che sul film c’erano alla vigilia, equamente divise, paure e speranze ma in realtà erano molte di più le certezze aprioristiche. Di chi odia la Coppola a prescindere, e di chi la ama contro ogni evidenza. A questi schieramenti di partenza dovevano poi sommarsene altri due, tra chi si sarebbe fatto cavare un occhio piuttosto che vedere il remake del capolavoro originale di Don Siegel, La notte brava del soldato Jonathan, e chi appariva tutto sommato possibilista. Con ulteriori frange interne: quelli che “ritoccato sì ma non dalla Coppola” e quelli che “Siegel chi?”.

Il compito della figlia di Francis Ford, in uno scenario così pregiudicato, era innegabilmente ingrato. E il risultato in effetti ne finisce condizionato. Come se l’operazione tradisse qualche prudenza di troppo.

Ma quale lavoro di traduzione compie la Coppola rispetto al romanzo di Thomas P. Cullinan, A Painted Devil, da cui anche il film del ’71 era tratto? E quali, dunque, le differenze rispetto alla versione di Siegel?

Come molti di voi sapranno è un racconto ambientato in Virginia, mentre la guerra civile americana volge al termine. Le vicende però si svolgono quasi tutte all’interno di un collegio femminile guidato dall’austera Miss Martha, la cui rigorosa ruotine viene interrotta dall’arrivo di un soldato nemico ferito, raccolto tra i boschi da una delle giovani collegiali. La presenza di quest’uomo in un universo femminile chiuso innescherà la pericolosissima miccia del desiderio e delle rivalità, con conseguenze fatali.

L’opera di Cullinan viene normalmente ricondotta al filone letterario del southern gothic, di cui la visione della Coppola è molto più debitrice rispetto a quella più calda e dionisiaca di Siegel. La regista americana sceglie una luce baluginante e velata in esterno, crepuscolare all’interno (che il direttore della fotografia Philippe Le Sourd illumina naturalmente con il solo ausilio di candele). Crea un’atmosfera più sinistra che morbosa, smorzando la carica ormonale della vicenda, raffreddando – si direbbe – i bollenti spiriti.


In effetti qui contano più le strategie messe in atto dai personaggi per ottenere qualcosa, segnare il punto in una complessa e soggiacente trattativa per ottenere il controllo della situazione. Il secondo passaggio chiave per comprendere la rilettura dalla Coppola è l’inevitabile slittamento prospettico, dal punto di vista maschile a quello femminile. Forse perciò sceglie un attore a zero densità come Colin Farrell, per poterlo tranquillamente decentrare, confinandolo prima in un angolo e infine al di fuori del microcosmo che realmente le interessa, l’impassibile e spietato gineceo capitanato da Martha/Nicole Kidman.

L’inganno diventa allora l’ennesimo insight della Coppola in un mondo chiuso, un mondo di sole donne, sorretto da ferree regole, rigidi rituali e una struttura gerarchica di potere immodificabile. Il maschio diventa così il bottino di guerra, per chi saprà aggiudicarselo, utile a ridefinire i rapporti di forza, incluse le alleanze.

Non sorprende dunque che, al netto di ogni scandalo o ambiguità (la Coppola ad esempio elimina la scena del bacio tra il soldato e la bambina che lo trova nel bosco), il cuore del film sia la rivalità sommessa tra le due donne più alte in grado, la direttrice (Nicole Kidman) e l’insegnante (Kirsten Dunst), con le collegiali più piccole utilizzate come soldatesse e quella “di mezzo” (Elle Fanning), come subdolo agente civetta, capace di spostare gli equilibri.


Nessuna di loro sparerà un colpo ovviamente (le pallottole sono cose da maschi), il gineceo lascia che le cose si sistemino all’interno di un inflessibile apparato normativo, dove il rituale determina il tempo, la regola lo spazio e la metafora l’azione (non per altro a uccidere il povero soldato sarà la sua ingordigia per “i funghi”).
Il problema è che per mettere in scena un microcosmo così impermeabile ed edulcorato, la Coppola resta attaccata alla sua superficie, come se seguitasse a decorare la casa senza mai preoccuparsi di chi ci vive dentro. Dietro il nome e una performance attoriale più impostata che altro, non captiamo il personaggio, non ne percepiamo i battiti, non ne avvertiamo l’esistenza oltre la sua previsione.

Resta questo un cinema denotativo, incapace di utilizzare le immagini, pure belle, per rivelare la storia sotterranea, il ribollire del retroscena, il caos del sottosuolo. Di cui tutto si può dire, meno che siano una prerogativa maschile.

Alla Coppola servirebbe più coraggio forse per andare al di là del compitino bene eseguito, a volte divertente, più spesso ozioso e non sempre vivo. Sì, le servirebbe Siegel.

NOTE

- REMAKE DEL FILM "LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN" (1971) DI DON SIEGEL.

- PRODUTTORI ESECUTIVI: ROMAN COPPOLA, ANNE ROSS, FRED ROOS, ROBERT ORTIZ.

- PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA A SOFIA COPPOLA AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"Rilettura, non remake, della 'Notte brava del soldato Jonathan', 1971, capolavoro di Siegel-Eastwood, è versione femminile del romanzo di Thomas Cullinan del '66 (...), amato da Stephen King. Se il primo film era forse un apologo sulla castrazione, questo, percorso da capelli biondi odorosi di shampoo, è il piacere della stessa e tira gotico verso il salotto, Cechov col samovar horror. Coppola s'identifica nelle cinque ragazze del collegio isolato in Virginia che trovano nel bosco, piena guerra civile, 1864, un soldato nordista ferito e lo accolgono trepidamente nel luogo silente assumendolo inconsciamente come segreto oggetto del desiderio collettivo. L'iniziale febbrile diffidenza, anche politica, cede di fronte all'incipit sensuale, al turbamento dei sensi, per le fanciulle in fiore (la sfacciata è Elle Fanning), la prof. Kirsten Dust e la direttrice Nicole Kidman, sguardo on ice. (...). Postato nella fotografia onirica, bella autunnale di Philippe Le Sourd, il film vendica il sangue sparso all'esterno facendo le fusa intorno al caporale-preda che, da tradizione, attende fine da tragedia greco-Usa, Eschilo più O'Neill. Ma il lutto s'addice alla Coppola in un film fin troppo elegante, ma ricco di angoscia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 21 settembre 2017)

"Non stupisce che il soggetto di 'The Beguiled', il romanzo di Thomas Cullinan pubblicato nel 1966 e già portato sullo schermo nel 1971 da Don Siegel, si offrisse a Sofia Coppola come una tentazione. Alla regista del 'Giardino delle vergini suicide' e di 'Marie Antoinette' sarà apparso in perfetta sintonia con la sua poetica, centrata su personaggi femminili malinconici e afflitti da spleen, il microcosmo in cui si svolge la vicenda (...). Se non sempre è il caso di paragonare un remake al film originale, questa volta le differenze sono così marcate da renderlo d'obbligo. Non si tratta di differenze nel soggetto, che resta pressoché invariato, ma nell'atmosfera, nel tono drammaturgico, nell'atteggiamento verso la materia narrativa. L'adattamento diretto da Siegel (...) era una fiaba malata e perversa, un gioiello dark che non somigliava a nessun altro film. Sofia Coppola ha operato una specie di lavaggio censorio sia su quello sia sul romanzo, attenuando le tinte fosche e sostituendole con una successione di scene decorative una più dell'altra: che le hanno fruttato un premio (forse eccessivo) per la regia a Cannes ma che tendono a prendere il sopravvento sulla storia, smorzandone la portata sovversiva e dando al film l'aspetto di un esercizio di stile un po' languido. Se l'effetto è chic, il tema nodale - il desiderio - perde la sua centralità. Va da sé che la regista ha trattato il soggetto secondo l'angolo visuale che predilige, ovvero la dinamica delle relazioni femminili. Ciò non significa, tuttavia, che ne abbia dato una versione femminista perché l'esito finale della solidarietà e complicità tra donne, già evidente in Siegel, è declinato in modo inaspettatamente convenzionale. All'attivo del film vanno iscritti qualche replica azzeccata (con doppi sensi che alludono a un certo puritanesimo americano ) e un cast seducente. Con l'esclusione di Colin Farrell, però, dal ruolo poco 'scritto' e dal potere seduttivo dato troppo a priori. L'attore irlandese fa rimpiangere Clint Eastwood, molto più verosimile nel ruolo dell'ambiguo caporale nordista (...). Nel nutrito cast femminile spicca Kirsten Dunst (...). Bene in ruolo anche Elle Fanning (...); mentre Nicole Kidman interpreta un po' accademicamente Miss Farnsworth, nuova declinazione del suo sperimentato personaggio di signora algida e vulnerabile." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 21 settembre 2017)

"All'origine c'è un romanzo di Thomas P. Cullinan già tradotto sullo schermo nel 1971 da Don Siegel, protagonista Clint Eastwood. Accolto freddamente in Usa da critica e pubblico, 'The Beguiled' (La notte brava del soldato Jonathan) è stato rivalutato nel tempo a film di culto, grazie soprattutto all'entusiasmo degli scribi francesi. Realizzandone il remake ('L'inganno'), Sofia Coppola si è addentrata dunque in un terreno cinefilo minato; ma se, malgrado il premio per la regia ottenuto a Cannes, il paragone con Siegel non gioca a suo favore, è perché la nuova versione risulta comunque poco convincente. (...) Non per nulla accusato di misoginia, Siegel intendeva svelare della donna il volto di potenziale arpia; di contro la Coppola intendeva forse far emergere sotto le vesti d'epoca un'archetipa immagine femminile di forza indomita, retrogradando l'uomo da predatore a preda. Tuttavia, dopo aver introdotto in modo intrigante situazione e personaggi, la regista si appiattisce su un blando registro narrativo, impaginando elegantemente pranzi a lume di candela, preghiere serotine, intermezzi musicali, sguardi rivelatori; e tirando via, a spese di tensione e densità, sui punti forti. Le prestazioni di Kidman e Dunst sono ottime e Farrell è sornionamente ambiguo: ma per essere un horror gotico 'L'inganno' è troppo pastelloso; per essere uno studio sulla contraddizioni della natura umana troppo inconsistente." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 settembre 2017)

"Non è un remake, non è un remake. Abilmente diffuso prima dell'uscita di 'L'inganno' (...)il disclaimer è, in effetti, una buona ricetta per avvicinarsi al nuovo film di Sofia Coppola (...). Non bisogna necessariamente cercare di ignorare che, nel 1971, Don Siegel ha tratto dal romanzo di Thomas P. Cullinan un capolavoro lisergico, splatter e provocatorio, in cui - da cinico predatore- Clint Eastwood (in uno dei suoi ruoli più deliziosamente autoironici) diventava la preda di un gruppo di feroci educande confederate. Quanto piuttosto non misurarlo come il termine di paragone cui la regista voleva avvicinarsi, e a cui si può aspirare solo per difetto. Supremamente cool laddove Siegel era iperbolicamente infuocato, caustico piuttosto che perverso, asciutto invece che barocco, lineare/staccato invece che tortuosamente allucinatorio, raccontato in un'ottica femminile, non dal punto di vista del maschio, 'L'inganno' secondo Coppola è una versione kabuki di 'Non aprite quella porta', starring le sorelle Lisbon. (...) Coppola (che qui firma anche la sceneggiatura) si è tuffata negli ultimi, sbrindellati, capitoli della Guerra civile americana con l'eleganza sicura e minimalista che caratterizza il suo cinema. Nuova al genere, e alle dinamiche di suspense intrinseche del thriller, in 'L'inganno' (...) addomestica al set, vizio della trama il suo abituale girovagare narrativo, ma non rinuncia al gusto per le ellissi - anche a costo di lasciare nella penna, o tra un'inquadratura e l'altra, parte del succo, ma soprattutto del fascino contorto e dell'ironia di questa sua parabola femminista. (...) L'aplomb con cui controlla quasi tutto il film - prosciugando non solo il gran guignol di Siegel ma anche la qualità manipolatoria che Eastwood aveva portato al personaggio del soldato, qui molto più passivo la serve benissimo nell'ultima inquadratura, una foto di gruppo con cadavere." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 21 settembre 2017)

"Remake cerebrale del più carnale 'La notte brava del soldato Jonathan' di Siegel (1971), il (...) film di Sofia Coppola è una commedia nerissima dalle atmosfere gotico-sepolcrali che da nessun altro all'infuori di lei avrebbe potuto firmare. A emergere, infatti, sono più le dinamiche di gruppo al femminile che non gli elementi del plot, non solo in quanto già noto ma perché esile e prevedibile. Coppola jr riveste da sudiste americane le sue vergini suicide piuttosto che la sua regina decapitata in un gioco al massacro, sottile e seducente, calcolatore e spietato. Cast perfetto, confezione impeccabile e regia compatta, peraltro premiata a Cannes 2017: compitino meritevole che tuttavia manca di sorprese." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 21 settembre 2017)

"Il soggetto è ancora oggi esplosivo visto che il romanzo del 1966 di Thomas Cullinen è tutt'ora una spietata resa dei conti tra degenerazioni di un maschile predatorio opposto a un femminile subordinato tipico di quell'America Profonda di fine XIX secolo. Qual è l'approccio di Sofia Coppola rispetto al controverso film di Don Siegel del 1971 con Clint Eastwood rapace protagonista (qui c'è un Colin Farrell terribilmente 'bambinone')? Manierismo nei costumi (impeccabile ma incredibilmente freddo il lavoro di Stacey Battat), ordine e disciplina in una regia fin troppo posata (premiata comunque al Festival di Cannes come la migliore del Concorso 2017), scabrosità ridotte a zero nell'interazione recitativa. Nicole Kidman è la preside arcigna, Dunst la sentimentale sognatrice, Fanning la giovane promiscua. Brave ma senza eccellere. La Coppola riesce ad annullare la Storia (...) e a ingentilire, o meglio annacquare, un soggetto da rappresentare con bel altro nerbo e carattere. Il film di Siegel è nettamente superiore anche se non vinse Miglior Regia al Festival di Cannes." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 settembre 2017)

"(...) 'L'inganno' funziona per l'ambientazione orrorifica da american gothic (Jonathan che bussa alla porta del collegio è un predestinato come l'Harker al castello di Dracula). Funziona perché Sofia ha ripreso alla grande la tematica del suo film d'esordio 'Il giardino delle vergini suicide'. Un universo femminile chiuso allucinante votato alla tragedia. Con la differenza che qui le vergini non si suicidano, uccidono l'elemento estraneo. E il giardino incantato ritorna al suo incanto (i disturbatori, il maschio arrapato e i massacri della Virginia sono usciti dalla vita delle ex vergini). Sto per scrivere una bestemmia, che il Don Siegel del Jonathan del 1971 valeva meno della Coppola. Ovvio che non valeva meno. Quello del '71 rimane un signor film che meritava di essere più amato dal pubblico (e anche dalla critica). Ma non ti metteva l'angoscia dell''Inganno'. Perché Clint dominava la scena e il luogo dove finiva ammazzato (il collegio) uno scenario di maniera, come un saloon o una spianata dell'Almeria. Colin Farrell si presenta subito come oggetto e il collegio un luogo di terrore, tanto più sottile e perverso quanto è algido e tranquillo, apparentemente così diverso dalla guerra che impazza fuori. Con Clint a giganteggiare anche i personaggi femminili riuscivano sfocati. Sofia invece cura pervicacemente ognuna delle sue vergini omicide. Dalla terribile Kidman, a una vibratile Kirsten Dust (molto migliore di quando faceva la mattatrice in 'Maria Antonietta'). A un'inquietantissima Elle Fannning." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 settembre 2017)

"(...) un thriller psicologico che la Coppola dirige con bravura, senza salire in cattedra, ma lasciando spazio al perfetto meccanismo di relazioni contorte dei suoi interpreti. Certo che Clint era tutt'altra cosa." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 21 settembre 2017)

"Per la Coppola il ferito della guerra di Secessione accolto nel rifugio di ragazze e signore, fornisce l'occasione di indagare formazione, organizzazione, regole, tradimenti e ribellione di un gineceo, simbolo sia del potere che della punizione maschile. L'idea riesce a metà. Farrell è un errore. Tra controluce metafisici e luminescenze notturne, con la Kidman regina, la Fanning purezza o la Dunst erotica, si passa incerti dalla trine della ricostruzione morale d'epoca all'eco di un interessante incontro con anime del sottosuolo che poteva essere." ('Nazione-Carlino-Giorno', 21 settembre 2017)

"Non è un brutto film «L'inganno», grazie alla magnifica impaginazione fotografica e scenografica, al suo potere d'intrattenimento e alla riconosciuta abilità dell'autrice nel creare le atmosfere cool (fredde, disinvolte, controllate) con cui riesce a seminare tensione e sarcasmo in parti uguali in una costruzione narrativa come al solito ellittica e minimalista, ma stavolta non riuscita sino in fondo. Siamo, in pratica, invitati ad assistere alla trasformazione di una favola dark sul la falsariga di Cappuccetto rosso in una sorta di risentita parabola femminista:(...). Ribadiamo che «L'inganno» è un film di una certa classe, si fa vedere piacevolmente e conta su alcune buone incarnazioni (accanto alla Kidman spiccano la piccola Amy della Laurence e la disinibita Alicia della Fanning); però la variante su cui non si può transigere è quella del nuovo protagonista, ovvero il perno di attrazione-repulsione incarnato dal soldato Farrell. Passi, infatti, per la pesantezza ideologica con cui il punto di vista femminile prende il posto di quello maschile, scelta che comporta la rinuncia alle sfumature del comportamento di Mrs Fansworth e delle sue complici presenti nel film e nel romanzo; ma sostituire Clint Eastwood con il torvo e monocorde attore irlandese costituisce un reato al cinema perseguibile per legge." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 settembre 2017)
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