L'industriale

ITALIA - 2011
2/5
L'industriale
Torino. Il 40enne Nicola, proprietario di una fabbrica ereditata dal padre, è una delle vittime della grande crisi economica che soffoca l'Italia. Strangolato dai debiti e dalle banche, l'uomo è giunto sull'orlo del fallimento, ma il suo carattere orgoglioso e tenace lo spinge a risolvere i problemi senza troppi scrupoli, così come sono le finanziarie che lo vorrebbero sul lastrico. Assediato dagli operai, che lo pressano per conoscere il loro destino, e in attesa di risposta per una collaborazione con una compagnia tedesca, Nicola avverte che il dramma della crisi si sta estendendo anche in famiglia: Laura, sua moglie, è sempre più distante e lui si è accorto che la sta perdendo. Tuttavia, invece di colmare la distanza che ormai li separa, Nicola comincia a sospettare della moglie e la segue di nascosto. Con il passare del tempo la situazione lavorativa e familiare sembra precipitare, Nicola annaspa e tira fuori il peggio di sé. Poi, finalmente, la fortuna torna di nuovo dalla sua parte e tutto potrebbe tornare a posto. Ma Nicola ha più di un segreto e Laura non tarderà a smascherarlo...
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: ANGELO BARBAGALLO PER BIBI FILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION - DVD E BLU-RAY: 01 DISTRIBUTION HOME ENTERTAINMENT
  • Data uscita 13 Gennaio 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Torino, oggi. Giorni della crisi. Nicola Ranieri ha ereditato dal padre una fabbrica di panneli fotovoltaici sull'orlo della bancarotta: il business non gira, la produzione dei nuovi modelli non ha ancora un mercato, le banche hanno chiuso i rubinetti, e i debiti minacciano di inghiottire l'attività mandando sul lastrico 70 famiglie. Basterebbe che Nicola chiedesse alla suocera - sprezzante proprietaria di una ricca azienda vinicola - di garantire per lui per respirare un po', ma l'orgoglio glielo impedisce. E giusto per non farsi mancare nulla, l'uomo deve fare i conti nel frattempo con i cedimenti emotivi della moglie, corteggiata da un parcheggiatore rumeno.
E' l'Italia oggi secondo Giuliano Montaldo, che con L'industriale (fuori concorso) inquadra la recessione dal punto di vista del padrone, ridotto a dominus senza dominio nel nuovo regno dell'economia finanziaria e dell'oligarchia degli avvoltoi.
Nel descrivere - con stringente e calcolata progressione - la parabola di un imprenditore all'antica, ostinato e in definitiva impotente - incapace di salvare tanto la bottega quanto la famiglia -, il regista genovese scorge il segno di una cesura epocale e apocalittica, che ha risolto la lotta di classe liquidandone i presupposti: non ci sono appartenenze nella giungla degli affari, ma predatori e predati,e alla logica dei fini è subentrato il gioco degli interessi, al valore il profitto, alla solidarietà d'impresa la strategia delle alleanze. E' depresso più che indignato il paese di Montaldo, chiuso e assediato dentro una città-stato plumbea e anonima (una Torino perennemente sotto le nuvole, fotografata in grigio), popolato da personaggi che anziché agire prendono tempo , muovendosi avanti e indietro nello spazio senza scopo apparente.
L'ora delle scelte è finita, le opzioni si equivalgono e nessuna autorizza a sperare. Ma è proprio questa rigidità progettuale, cromatica ed emotiva a sminuire la portata dell'operazione che, vecchia nell'impostazione, si rivela persino troppo audace quando deve barattare la sceneggiatura con una elencazione dei mali del nostro tempo, zeppa di cliché (dalla casta dei politici al mal trattenuto razzismo italico) e orrori comuni.
L'industriale - che avremmo visto bene in televisione più che sul grande schermo - mostra una realtà ipostatizzata e una sclerosi di sguardo. L'occhio incapace di vedere oltre la cronaca. L'interpretazione di Favino è accorata, convinta, ma non convincente, colpa di una regia e di una scrittura titubante, che non sa offrirgli né una cornice credibile né un indirizzo. Montaldo, se non giudica i suoi personaggi, nemmeno li ama. Resta indeciso. Nel dubbio si preoccupa più di non non scontentare i cattivi pensieri del pubblico, piuttosto che offirgli un secondo sguardo. Di confermarlo più che provocarlo. Quando le immagini non hanno sufficiente forza argomentativa, tocca alle parole il compito di sottolineare, ripetere, mettere a verbale. Fotografare il reale non bastava. Occorrevano pure le didascalie.

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON SOSTEGNO DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA (MIBAC) CON IL SOSTEGNO DELLA FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE E DELLA REGIONE PIEMONTE.

- FUORI CONCORSO ALLA VI EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DL FILM DI ROMA (2011). FRANCESCO SCIANNA HA OTTENUTO IL PREMIO L.A.R.A (LIBERA ASSOCIAZIONE RAPPRESENTANZA DI ARTISTI) COME MIGLIOR INTERPRETE ITALIANO.

- FRANCESCO FRIGERI E' STATO CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2012 COME MIGLIORE SCENOGRAFO.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2012 PER: MIGLIOR SOGGETTO, ATTRICE PROTAGONISTA (CAROLINA CRESCENTINI), FOTOGRAFIA E SCENOGRAFIA.

CRITICA

"Un'Italia più vicina a noi, alle prese con la crisi economica, con le drammatiche difficoltà dei piccoli imprenditori e, sullo sfondo, l'angoscia delle famiglie degli operai su cui incombe lo spettro del licenziamento. È quella raccontata da Giuliano Montaldo, che fuori concorso al festival di Roma, ha presentato 'L'industriale' (...) Montaldo costruisce una storia in cui la crisi spazza non solo le aziende, ma anche le vite delle persone, i loro affetti. Ma difetta di equilibrio nel raccontare le traversie economiche dell'industriale Ranieri; vicende messe troppo presto in secondo piano per concentrarsi sulle pur connesse vicissitudini coniugali. Tuttavia la storia appare emblematica di questo nostro tempo, di un Paese che fa fatica a trovare una via d'uscita. Ed è impreziosita da una fotografia elegante, dalle tinte fredde, come l'inverno della Torino in cui si svolge." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano' 2/3 novembre 2011)

"Riprendendo al lazo sociale il tema di 'Una bella grinta' (1964), Montaldo firma una denuncia spietata di quello che si nasconde dietro le fortune capitaliste anche in crisi: il boss in difficoltà ha sulla coscienza tutti i peccati mortali e anche qualche veniale. Il film dei coniugi Montaldo ha un ritmo narrativo teso anche se naturalmente ancien régime, capta un grigiore di colori che riflette il Paese reale e sigilla il messaggio dei compagni torinesi con un tocco di mélo giocato con abile discrezione da Favino e Crescentini." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 13 gennaio 2012)

"Onore a Giuliano Montaldo, classe 1930, che è un combattente del cinema. Dopo 'I demoni di San Pietroburgo' del 2007, colta ma non elitaria variazione sui temi biografici dostoevskijani, si torna nella Torino che sta diventando sempre più la nuova Cinecittà non però per mascherarla da altro (come per Pietroburgo e come spesso sta accadendo da qualche tempo). La vicenda di 'L'industriale' è proprio torinese e riguarda i giorni nostri. La crisi e le sue conseguenze sociali e personali è tema che sta alimentando il cinema e la fiction televisiva. (...) La questione di fondo sembra questa. Il giusto complemento del versante privato, e dei suoi sviluppi ossessivi, si fa digressione sempre meno coerente con il tema che sarebbe parso centrale. Si ribalta il rapporto tra nucleo e digressione. La seconda cosa prende nettamente il sopravvento sulla prima riducendola da argomento principale a supporto e pretesto neanche tanto importante. Tutto lecito, per carità, ma un po' ingannevole. L'altra cosa da notare però è la cura e l'eleganza della confezione. Il contributo della fotografia firmata da Arnaldo Catinari è decisivo nel creare un clima inquieto e un ambiente ostile: tra il decoro dei luoghi della classe alta e le memorie cadenti della fabbrica e i percorsi delle fughe peraltro innocenti della moglie, tutto è buio e nebbioso, grigio e notturno." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 13 gennaio 2012)

"Fra i vari pregi, 'L'industriale' possiede quello di guardare alla crisi attuale delle fabbriche in chiusura e della disoccupazione, puntando l'occhio sulla figura dall'altra parte della barricata, quella del 'padrone'. (...) Nel mettere a nudo le responsabilità di una classe dirigente colpevole quanto meno di non aver capito di correre verso il baratro, il film scritto da Montaldo con Purgatori ha senz'altro una valenza politica. Tuttavia nella cornice di una Torino che, nella fotografia trascolorata di Catinari, emana affascinanti suggestioni da 'notti bianche', la parabola trascende nel romanzesco; e l'industriale, molto ben incarnato da Favino fra ambiguità e chiaroscuri, assume un intrigante spessore umano." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 gennaio 2012)

"Era ora che la crisi (italiana) arrivasse sugli schemi. Ci ha pensato il glorioso veterano Giuliano Montaldo, che a Torino racconta l'odissea dell'imprenditore Pierfrancesco Favino. (...) P.S. Davvero conveniente la spesa a Torino: uno scatolone di gianduiotti costa 15 euro." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 13 gennaio 2012)

"Tempi di crisi e istantanea servita: signorile decano del nostro cinema, Giuliano Montaldo fotografa l'Italia alla canna del gas dal punto di vista del padrone. Che però oggi tra new economy e nuovi avvoltoi non spadroneggia più: il 40enne Nicola (Pierfrancesco Favino, fin troppo convinto) potrebbe chiedere una mano alla suocera e rifiatare (lui e 70 famiglie), ma l'orgoglio non concede, e la crisi intacca pure il talamo, con la moglie (Crescentini) corteggiata da un parcheggiatore romeno. Così è se vi pare 'L'industriale', che in una Torino grigia e ingrigita rintraccia la fine della lotta di classe, il predominio del profitto sul valore e altri carichi da novanta. L'intenzione è paradigmatica, se non esemplare: Montaldo mette in riga i mali coevi (dal razzismo alla Casta, dall'avidità all'ignavia), fornendo tutte le didascalie del caso e qualche rassicurazione di troppo ai cattivi pensieri del pubblico. Insomma, la crisi rischia di intaccare anche il film, e la fiction tv fa formale capolino." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 gennaio 2012)
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