L'esercito più piccolo del mondo

STATO CITTÀ DEL VATICANO, ITALIA, SVIZZERA - 2015
3,5/5
L'esercito più piccolo del mondo
La Guardia Svizzera al tempo di Papa Francesco. René è uno studente di teologia dell'Argovia, che ha deciso di far parte del corpo Pontificio nato all'epoca di Giulio II. Con lui in Vaticano arrivano altre giovani reclute. Tra queste Leo, un ragazzo semplice che nella vita è un guardaboschi, felice di fare un'esperienza nella Città Eterna; e Michele, svizzero-italiano di origine lucana, il più inquadrato del gruppo, come capita spesso ai figli degli immigrati. René, invece, è un intellettuale in erba che si interroga sulla propria fede e sul proprio ruolo. Cosa significa indossare un abito del '500 ai giorni nostri? Far parte di un variopinto ma anche anacronistico corpo militare, specie in rapporto a una figura "rivoluzionaria" come quella del Papa venuto da lontano? Il giovane soldato prova a trovare una risposta per sé e per i suoi compagni d'armi.
  • Durata: 86'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: CTV-CENTRO TELEVISIVO VATICANO, IN COPRODUZIONE CON SOLARES FONDAZIONE DELLE ARTI, FONDAZIONE SOLARES SUISSE, PTS ART'S FACTORY

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Destinato a entrare negli annali per essere il primo film prodotto dal Vaticano – attraverso il CTV del vulcanico direttore Dario E. Viganò – e di conseguenza il primo a rappresentare (fuori concorso) il minuscolo Stato alla Mostra del Cinema di Venezia, L’esercito più piccolo del mondo offre anche spunti d’interesse non riconducibili ai suoi primati.
Gianfranco Pannone, con l’ausilio del “regista del Papa” Cesare Cupponi, ci porta nel backstage di una delle istituzioni più pittoresche d’Oltretevere illuminando, per usare una formula retorica, “l’umanità dietro il travestimento”.

René e Leo, l’uno studente di teologia e l’altro guardiaboschi, sono i due soggetti prescelti per osservare da vicino la milizia papale, con i suoi abiti (la classica divisa a strisce gialle, rosso e blu; la gorgiera bianca, l’elmetto con le piume di struzzo e l’alabarda), i rituali, i significati che ancora oggi assumono in seno alla Chiesa. Guidato dalla voce fuoricampo di René – che puntella il proprio apprendistato umano e militare con riflessioni che potrebbero essere tratte dal diario personale – lo spettatore impara a simpatizzare con il variopinto esercito a un livello nuovo e più profondo. Normalmente considerati elementi di un ideale paesaggio vaticano – con San Pietro, il Cupolone, la Sistina –  quando non addirittura reclamati dai turisti per una foto-ricordo, i militari del Papa sono i primi a nutrire perplessità sulle vesti che indossano, chiedendosi come fa René se tutto questo non sia solo “estetica”, teatro di corte. Dopotutto sono lontani i tempi in cui guerre e minacce reali imponevano la loro presenza al fianco del Pontefice. Oggi fanno sentinella e piantone in un Vaticano abbandonato persino dal Santo Padre. E allora che senso devono dare questi uomini alla loro esperienza? E noi spettatore come considerare la loro figura?

Pannone, che è un credente con uno sguardo laico, lavora da un lato per staccare queste figure dallo sfondo e dall’altro per riposizionarle lì, una volta compreso (come fanno i suoi personaggi) che è la cornice a tenere insieme il quadro. Esemplare in tal senso la scena girata di notte all’interno dei Musei Vaticani: in una delle magnifiche stanze, dove è di guardia Leo, una porta si apre e lascia intravedere un bellissimo affresco di là dell’apertura. Leo, che fino a quel momento sembra un elemento del décor, si gira a scrutare l’opera d’arte che si rivela: è una doppia epifania, per lui e per lo spettatore che, da osservato, scopre Leo osservatore, soggetto. Dura un attimo, la porta si richiude e Leo torna nell’immobile posa militaresca.

E’ la sintesi del movimento conoscitivo del film, che Pannone ricrea pezzo dopo pezzo, simulando e prendendo dal vero, in una partitura elegante e geometrica che scivola di tanto in tanto  nell’effetto cartolina. Un movimento che René stesso rende con una bella metafora: i diversi colori di una stessa divisa rappresentano la varietà umana all’interna della Chiesa, la differenza che la abita nell’unità. E quell’abito indossato con iniziale perplessità si rivela non lo stanco perpetuarsi di una tradizione ma il rivestirsi del tessuto della Fede e della piena appartenenza a Cristo. Mistero che riaffiora con la figura del Papa, la cui presenza nel film è tanto familiare quanto discreta: è il Francesco che tutti abbiamo imparato a conoscere, ma anche il Vicario di Gesù nella talare immacolata, che è come quella indossata dai suoi predecessori e da quanti verranno dopo di lui. Differenza e ripetizione, molteplicità e unicità. Rituale e vita. L’abito che fa il monaco. Enigma di una Chiesa millenaria dentro cui sono incastonati segreti più piccoli, come questo esercito.

NOTE

- PRODUTTORI ESECUTIVI: ANDREA GAMBETTA E ANTONIO ALTEA.

- FUORI CONCORSO ALLA 72. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2015).

CRITICA

dalle note di regia: "Entrare in Vaticano per realizzare un 'dietro le quinte' della Guardia Svizzera è stato un grande privilegio. La mia avventura nello Stato della Chiesa è durata all'incirca un anno ed è stata appassionante e rivelatrice del clima realmente nuovo creato da Papa Francesco. Per non farmi fagocitare da tanta grandezza, dal peso della Storia come dalla mia stessa fede cristiana, ho scelto di avere uno sguardo laico e al tempo stesso lontano dalla facile retorica della rappresentazione. Ci sono riuscito? Non lo so e non sta a me dirlo. Ma so per certo che ho voluto raccontare un pezzo importante della Chiesa Cattolica partendo volutamente dal basso, scegliendo due giovani reclute provenienti dalla Svizzera più profonda, Leo e René.
Così come con il gruppo di lavoro del Centro Televisivo Vaticano, è stato uno scambio profondamente umano quello che è avvenuto con la Guardia Svizzera Pontificia e mi auguro che questa umanità trapeli dal film arrivando ai credenti e non; perché dopotutto fare un film con sguardo documentaristico significa anche rivolgersi a tutti con la mente sgombra da muri d'ogni genere, aperta."
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