L'esca

L'appât

FRANCIA, USA - 1995
L'esca
La giovane Nathalie, commessa in una boutique, si reca spesso in locali frequentati da professionisti alla ricerca di relazioni che la spingano più in alto nella scala sociale, pur senza concedere che sorrisi e vaghe promesse ai suoi corteggiatori. Finché un giorno il suo ragazzo Eric, assieme al suo amico Bruno, non decide di usarla come esca per rapinare i ricchi professionisti che le si avvicinano: Nathalie dovrebbe andare all'appuntamento galante e lasciare aperta la porta dell'appartamento per l'irruzione dei complici. Inizia così un'allucinante quanto goffa caccia alla vittima designata: insieme ad una seconda ragazza, Patricia, Nathalie adesca Laurent ma questo ha invitato anche un amico, e le due sono costrette ad allontanarsi con una scusa. Quando, finalmente, un giovane avvocato, Antoine, cede alle loro lusinghe, Eric e Bruno irrompono in casa sua fingendosi due clienti insoddisfatti. Non riescono però a trovare la cassaforte e dopo aver mentito dicendo di aver ucciso Nathalie, lo massacrano. In cerca di un alibi, il terzetto finisce in un locale e Nathalie, che vorrebbe ritirarsi, litiga con Eric, che però riesce a convincerla a riprovare. Il predestinato e Alain ma stavolta il terzetto sta per tradirsi...
  • Altri titoli:
    Fresh Bait
    The Bait
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Tratto da: liberamente ispirato al romanzo di Morgan Sportes
  • Produzione: RENE' CLEITMAN E FREDERIC BOURBOULON, HACHETTE PREMIERE & CIE - LITTLE BEAR PRODUC. - FRANCE 2 CIENMA - M6 FILMS - CANAL +
  • Distribuzione: MIKADO FILM - MONDADORI VIDEO
  • Vietato 18

NOTE

- REVISIONE MINISTERO MAGGIO 1995.

- ORSO D'ORO AL FESTIVAL DI BERLINO (1995).

- PROIETTATO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010) NELLA RETROSPETTIVA 'PLAY IT AGAIN...!'.

CRITICA

"Ispirato ad una storia vera di dieci anni fa (ma Tavernier sposta tutto ad oggi) 'L'appât' vorrebbe proseguire la linea di cronaca-denuncia dell'eccellente 'Legge 627'. Linguaggio e comportamenti però suonano qua e là stonati, l'idiozia dei personaggi li rnde piatti e sgradevoli oltre misura. E quei televisori grondanti barbarie contemporanea - Bernard Tapie e i telequiz, 'Scarface' e i videoclip - fanno del di Tavernier una requisitoria agghiacciante ma un po' ovvia. Che trova i suoi momenti più eloquenti nei dettagli presi dai verbali: i jeans insanguinati lasciati dodici giorni nel bodet, la vittima massacrata a colpi di tagliacarte (ma rigorosamente fuori campo) per paura di usare la pistola, l'assassino-bravo ragazzo che va a cena dai genitori prima del colpo". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 febbraio 1995).

"Due ragazzi torturano un uomo per fargli dire dove tiene i soldi, dov'è la cassaforte. Lo prendono a calci nel ventre, lo picchiano, lo bucano col coltello, finiranno per ucciderlo. L'uomo urla, urla. Nella stanza accanto la ragazza complice che ha indicato agli amici ladri quell'appartamento e quella vittima, infastidita dalle grida, per non sentire si mette il walkman. E' un'immagine esemplare de 'L'appât' ('L'esca'), che Bertrand Tavernier ha diretto per raccontare la natura insulsa, stupida e 'normale', senza mistero e senza dolore, senza sentimento di colpa e senza paura, d'una criminalità giovanile che si moltiplica nelle società nostre disorientate, indifferenti e voraci". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 febbraio 1995).

"Premessa necessaria: 'L'esca' sicuramente quello si può definire sbrigativamente un bel film - posto, ben inteso, che uno superi il fastidio e l'orrore per ciò a cui assiste. Tavernier ha una professionalità, una scioltezza, un'eleganza di regia fuori discussione. La storia ti prende e l'attenzione non cede che per un attimo. Le riserve partono insomma da una soglia meno alta, quella da cui un film può aspirare a restare nella memoria come autentico ritratto di un momento e di una condizione. Mentre il torto di Tavernier - e il limite del film - sta nel voler dire troppo, nel voler troppo spiegare, e in una posizione moralistica di condanna totale". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 7 maggio 1995)
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