L'arrivo di Wang

ITALIA - 2011
Curti, un agente di Polizia senza scrupoli, deve condurre un segretissimo interrogatorio con il misterioso signor Wang e ha bisogno di un interprete di cinese. La scelta cade su Gaia, che ben presto scoprirà il perché di tanta segretezza. Da quel momento la sua vita e quella dell'intero pianeta Terra cambierà per sempre...

CAST

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011) NELLA SEZIONE 'CONTROCAMPO ITALIANO', HA OTTENUTO IL PREMIO UK-ITALY CREATIVE INDUSTRIES AWARD-BEST INNOVATIVE BUDGET.

- PALANTIR DIGITAL MEDIA E' STATA CANDIDATA AL DAVID DI DONATELLO 2012 PER I MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI.

CRITICA

"Il cielo della fantascienza in una stanza, ovvero un fantasy in interni dei Manetti Bros che immaginano l'extraterrestre Wang interrogato da un odioso quindi bravo sbirro Fantastichini, mentre la traduttrice pacifista dal cinese soffre le pene maestre democratiche. La suspense giocata ad arte, con sorpresa pessimista finale e digitale. Il dosaggio, i movimenti, i sospetti, l'inevitabile spruzzo kafkiano di colpa senza causa rende il film assai curioso, un 'E.T.' mischiato a cittadini al di sopra di ogni sospetto." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 9 marzo 2012)

"Un artefatto alieno. Nel panorama complessivo del cinema italiano contemporaneo, un film come 'L'arrivo di Wang' dei Manetti Bros non lo si può definire che così. Un masso erratico. Un oggetto schermico non identificato: un film che non sai bene come prendere, dove collocare, in che modo etichettare. Perché sfugge alle regole, alle convenzioni, alle buone maniere. Perché sghignazza dei buoni propositi che innervano tanto cinema cosiddetto 'impegnato'. Perché si fa beffe dei luoghi comuni e non teme di avventurarsi in territori infidi. A prima vista, 'L'arrivo di Wang' è un film di science fiction: e già questo, in un paese che ha sempre trattato con malcelata diffidenza non solo la fantascienza, ma anche la tecnologia su cui la fantascienza si basa, è già di per sé un'anomalia. (...) 'L'arrivo di Wang' è un film 'politicamente scorretto'. Ma non di quelli che pretendono di esserlo perché fingono di trasgredire ciò che ormai nessuno più rispetta. 'L'arrivo di Wang' è 'scorretto' perché mette in discussione - usando un acido humour nero - tutta la melassa buonista dei salotti radical chic. (...) I fratelli Manetti fanno cinema di genere. Da 'Zora la vampira' a 'Piano 17' fino a 'L'arrivo di Wang', perseguono con coerenza un'idea di cinema a basso costo (solo 500.000 euro il budget del loro ultimo lavoro...) ma ad alta tecnologia (tutte le immagini dell'alieno sono state disegnate in post-produzione digitale). Un cinema che provoca. Che scalpita. Che punta dritto al bersaglio. Non consola, questo cinema. Non rassicura. E' volutamente spiazzante e, insieme, ludico e popolare. Ma propone un progetto molto più radicale e dissidente di tanto celebrato (e spesso snervato ed esausto e sfibrato...) cinema d'autore." (Gianni Canova, 'Il Fatto Quotidiano- Saturno', 9 marzo 2012)

"Si può fare un film di fantascienza all'italiana con 200.000 euro? Beh... insomma. Dopo 'L'ultimo terrestre' di Gipi, arriva sui nostri schermi 'L'arrivo di Wang' dei Manetti Bros, un altro film di fantascienza italiano a basso costo proveniente dalla Venezia di Müller. (...) Wang è distribuito dalla eroica Iris Film, ma soprattutto è prodotto dalla Dania Film del mitico Luciano Martino responsabile di tante commedie sexy con Edwige Fenech e Alvaro Vitali e di tanti thriller negli anni '70. L'idea di Martino e Manetti Bros è quella di tornare al cinema di genere di un tempo (infatti è già pronto un secondo film, un horror in 3D) col basso costo, piccole storie da costruire in una stanza e una distribuzione internazionale. Ottima idea. Sulla carta. Perché poi i film vanno ideati e scritti. Il problema di 'L'arrivo di Wang' che è stato bene accolto in tutti i festival, perché allegro, sperimentale, comunque un'apertura verso un genere ormai inesplorato, non è il basso costo, o un alieno a forma di polipo un po' ridicolo ricostruito in digitale, è la sceneggiatura. (...) L'idea, con l'alieno che parla cinese perché si è sbagliato, cioè pensava che essendo la lingua più parlata al mondo tutti lo capissero, è divertente. Anche perché è spiazzante. Ma i dialoghi, che obbligano il povero Fantastichini a ripetere le stesse cose con aria arcigna, sono molto banali. E quelli non costavano niente. E la regia così televisiva non aiuta. Certo, il film è così allegramente stracult che si vede, e l'alieno fa la sua figura trashiona, soprattutto quando non sa come fare le scale o quando adopera la suia arma micidiale che sembra il joystick di un videogioco. Ma un po' di cura, ragazzi..." (Marco Giusti, 'Il Manifesto', 9 marzo 2012)

"I Manetti bros, Antonio e Marco, continuano a privilegiare, per loro stessa ammissione, il cinema di genere. Così, dopo aver visitato a modo loro l'horror con 'Zora la vampira' e il thriller con 'Piano 17', eccoli rivolgersi alla fantascienza con le intenzioni solite anche di altri loro film, da 'De generazione', con cui hanno cominciato, a 'Torino boys'. La fantascienza, allora. Naturalmente con un alieno. Però non ce lo mostrano subito. (...) L'interrogatorio non si segue agevolmente dato il continuo scambio di battute nelle due lingue, con l'aggiunta qua e là anche di sottotitoli, però nonostante si tratti di una fantascienza molto casalinga, ci si può imbattere in alcune occasioni per interessarsi, specie all'inizio quando non ci si rende ancora conto dove si andrà a parare. Il poliziotto che indaga con durezza e cattiveria, non indietreggiando nemmeno di fronte alla tortura, è Ennio Fantastichini, pronto a esibirci una grinta quasi spietata, l'interprete votata al bene con generosità è Francesca Cuttica che avevo notato con simpatia, anche se di sfuggita, in 'Dieci inverni' di Valerio Mieli. Quanto all'alieno è frutto soprattutto della computer grafica, ma non ha certo la meglio su 'E.T.'." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 9 marzo 2012)

"Scorazzando di genere in genere i romani Manetti Bros sono approdati alla fantascienza, con budget poveristico messo bene a frutto da effetti speciali all'antica italiana, ovvero affidati all'artigianalità e all'inventiva. (...) La storiella ha il respiro di un mediometraggio e manca di un vero sviluppo drammaturgico, ma gli interpreti (Wang incluso) stanno bene al gioco e il bizzarro oggetto ha una sua simpatia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 marzo 2012)

"Cinese-italiano: una traduzione urgentissima, un'interprete (Francesca Cuttica) cooptata. La vuole Curti (Ennio Fantastichini), un agente senza scrupoli, perché interroghi il fantomatico signor Wang: al buio Gaia non riesce a tradurre bene, si accendono le luci e il signor Wang... non è di questo mondo. È 'L'arrivo di Wang' dei Manetti Bros, che tra sci-fi proletario e Kammerspiel all'amatriciana ripassano in padella quella che per l'Italia è ormai diventata una pietanza esotica: il cinema di genere. Alieni, spy-thriller e poliziottesco, ma c'è di più, e senza tare autoriali né effettucci speciali: Gaia, Curti e Wang buttano lì qualche non banale riflessione sull'altro, la mancanza di comunicazione e l'Italia dei servizietti segreti. Ok, la drammaturgia è un po' sbilenca, l'artigianale trova qualche rima con l'inverosimile, ma non tutto Wang viene per nuocere, anzi: i Manetti buttano il cuore oltre l'ostacolo che sciaguratamente abbiamo messo davanti al genere tricolore. Non saranno forse bellissimi da vedere, ma Marco e Antonio lo saltano: chi altri?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 8 marzo 2012)
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