L'arbitro

ITALIA, ARGENTINA - 2013
Tra le squadre di quella bolgia infernale che è la 'terza categoria' sarda milita l'Atletico Pabarile: è la più scarsa di tutte e viene regolarmente umiliata dal più forte e potente Montecrastu, team guidato da Brai, un arrogante proprietario terriero. Tuttavia, il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi rivoluzionerà gli equilibri del torneo e, grazie alle prodezze del suo nuovo fuoriclasse, l'Atletico Pabarile inizierà finalmente a vincere una serie di partite. Nel frattempo: l'ambizioso arbitro Cruciani inizierà la sua ascesa professionale salvo poi essere coinvolto in una vicenda di corruzione; due cugini, calciatori del Montecrastu, verranno coinvolti in una faida legata ai codici arcaici della pastorizia; Matzutzi cercherà di riconquistare Miranda, l'amore della sua infanzia; Quirico, il faccendiere del Montecrastu, corromperà l'arbitro Mureno per mettere i bastoni tra le ruote alla scalata al successo dell'Atletico Pabarile...

CAST

NOTE

- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI: MIBAC-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA, INCAA, REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA ASSESSORATO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, BENI CULTURALI, INFORMAZIONE, SPETTACOLO E SPORT; CON IL SOSTEGNO DI: FONDAZIONE SARDEGNA FILM COMMISSION, ISTITUTO SUPERIORE ETNOGRAFICO DELLA SARDEGNA, REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO, PROGRAMMA MEDIA DELL'UNIONE EUROPEA. FILM DI INTERESSE CULTURALE NAZIONALE.

- FILM DI PRE-APERTURA, PROIEZIONE SPECIALE, ALLA 10. EDIZIONE DELLE 'GIORNATE DEGLI AUTORI' (VENEZIA 2013).

CRITICA

"Dagli schermi veneziani arriva (...) 'L'arbitro' di Paolo Zucca che dirige Stefano Accorsi e Geppi Cucciari in una divertente commedia in bianco e nero dove alla storia di due piccole squadre di calcio sarde in perenne competizione s'intreccia quella di una faida legata ai codici della pastorizia e quella di un ambizioso arbitro corrotto finito dalle stelle alle stalle." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 settembre 2013)

"Tutto quel che so l'ho imparato dal calcio, diceva Albert Camus. E precisava: in fatto di morale e responsabilità. Giocava in porta, il filosofo dell'assurdo e della rivolta, e da là aveva ben modo di osservare il comportamento degli esseri umani. A lui e alla sua saggezza solare e meridiana - nato a Mondovi, in Algeria, crebbe poi ad Algeri - è dedicato fin dai titoli di testa 'L'arbitro' (...). Opera prima di Paolo Zucca (...) il film è costruito come un racconto doppio, che solo alla fine trova una sua unità. (...) Nello scontro del tifo tutto si perde e tutto si rigenera: l'orgoglio dell'appartenenza, il piacere del gesto eroico, persino il conflitto sociale. È questa, girata sotto il sole e nella luce di Sardegna, la metà più intensa di 'L'arbitro'. Zucca sa raccontare con leggera, umanissima ironia il microcosmo barbaricino nella sua balentia, nella sua durezza e nella sua rudezza antiche. E sa cogliere in esso una morale e una responsabilità che, tra i pali della sua porta, sarebbero forse piaciute a Camus. Sul campo di calcio e attorno a esso, dunque, giocatori e spettatori possono scegliere fra due modelli opposti di comportamento. Il primo, il più economico e up to date, suggerisce di farsi beffe della morale, e a maggior ragione della responsabilità. L'altro consiglia la scelta opposta, quella che sarebbe piaciuta al filosofo dell'assurdo e della rivolta. Nel piccolo, bel film di Zucca una volta tanto vince il secondo. Così accade in Barbagia. Quanto al primo, il suo trionfo è certo in Europa, Italia più che compresa." (Roberto Escobar, 'l'Espresso', 19 settembre 2013)

"Intrigante lo spunto e insolito il taglio, si può subito dire a proposito di 'L'arbitro' (...). Sfidando la tradizionale sfortuna toccata in generale, ma soprattutto in Italia ai film che hanno osato prendere di petto il culto futbolista, il quarantunenne Paolo Zucca (che aveva già vinto il David di Donatello con l'omonimo corto di cui quest'opera prima rappresenta il potenziamento) ambienta infatti nei più remoti e malandati campetti della natia Sardegna una sorta di musical surreal-grottesco attraversato dagli spasmi di una calciopoli, al contrario, a suo modo verosimile. A cominciare dalla scelta della traslucida fotografia in bianco e nero, è chiaro come l'intenzione del regista e della sceneggiatrice Barbara Alberti sia quella d'inquadrare gli esili fatti in una dimensione astratta e atemporale, dove i bruschi salti di stile, di tono, di battuta trovino una certa misura e «copertura» d'autore senza danneggiare la prevista quota di vignettistico spasso. La ballata, a tratti invasa dalla musica tutta echi rurali dell'isola, scorre inizialmente su due diversi piani geografici e narrativi. (...) Lo spettatore finisce, in pratica, sballottato tra i siparietti della Sardegna profonda che accennano a citare la provocatoria sgradevolezza e la «bramosia della sofferenza» della Cinico TV di Ciprì & Maresco, ma poi finiscono per scivolare nella più bonaria rievocazione delle formidabili macchiette di Aldo, Giovanni e Giacomo («Ajò Galapagos!», «Ti spezzo le braccine» ecc.) e quelli del Continente che filtrano in tonalità fanta-coscienziali i noti riti delle partite, degli spogliatoi e delle contestate performance dei Signori in nero. Il mix non riesce e quando in sottofinale le due traiettorie finalmente si fondono, la presa è allentata, l'attenzione sfumata e l'empatia con i pittoreschi e bislacchi personaggi perduta. Peccato perché se ad Accorsi nella parte cruciale, alla Cucciari in quella di una bisbetica poco domata e a Messeri in quella di un dirigente da ufficio inchieste non riesce lo scatto richiesto per districarsi da un simile pot-pourri, Pannofino impegnato a sbertucciare la sinistra figura dell'ex arbitro ecuadoriano Moreno è una conferma e Jacopo Cullin, come fuoriclasse della provvidenza, una rivelazione degna della nazionale (di calcio nel film, degli attori emergenti nella vita reale)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 settembre 2013)

"Bianco e nero, atmosfere da zio di Brooklyn ripulito e la fecce giuste tra campo e realtà, 'L'arbitro' gonfia il corto omonimo dell'esordiente Paolo Zucca e triangola con la religione: il fischietto è Cristo, dagli spalti gridano Barabba, sul crocefisso è appesa una pecora. Ma non c'è vilipendio, né sfottò: il calcio è religione, Zucca e i suoi tirano giù qualche santo, ma nessuna bestemmia. Sì, il pallone è salvo, e l'occhio pure: se l'arbitro rimane cornuto, il film è un dongiovanni tra generi e registri." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 settembre 2013)

"In parallelo con la Mostra si sono inaugurate già da ieri le Giornate degli Autori con l'opera prima di Paolo Zucca 'L'Arbitro' derivato da un cortometraggio di egual titolo e dello stesso autore premiato nel 2008 con un David di Donatello. Si ambientava in Sardegna, nell'ambiente del calcio minore, e il suo protagonista, come il titolo annunciava, era un arbitro davanti al quale si sarebbe aperta una bella carriera, anche dal punto di vista internazionale, se si fosse tenuto alle regole, la sua ambizione smodata lo induceva invece a lasciarsi corrompere e la sua rovina non tardava. Da quel corto questo film che Zucca, dopo altri corti, dei documentari e degli spot pubblicitari, ha realizzato esordendo nel lungometraggio, senza gli impacci però e le reticenze delle opere prime. La storia originale, infatti, ottenendo spazi maggiori, ne ha guadagnato in profondità ed in logica, con la possibilità non solo di veder disegnata con tratti fini la psicologia dell'arbitro, ma anche di quel sottobosco che gravita nei paesini attorno alle modestissime squadre locali: con rivalità feroci che arrivano all'odio, con passioni sportive così laceranti da diventare ossessioni. Mentre il testo che Paolo Zucca si è scritto insieme con Barbara Alberti, evoca poi di sfondo anche situazioni solo in apparenza marginali ma che (...) può tingersi persino, sia pur indirettamente, dei colori del dramma. Anche se poi la regia, tende a tener sempre l'intera vicenda in equilibrio fra il comico, il grottesco e addirittura il surreale, giocando non solo sulle ambizioni dell'arbitro, del resto spesso quasi beffate, ma su tutte quelle figure che, nel bene e nel male, gli fanno corona. (...) Con un seguito di facce cui si aggiungono, spesso in primo piano, quelle dei vari paesani che sostengono i loro beniamini. Autentiche, concrete, di un meditato realismo, comprese quelle che, con altrettanta verità, ci esibiscono attori professionisti scarsamente conosciuti. La bella fotografia in bianco e nero di Patrizio Patrizi e le musiche sempre suggestive di Andrea Guerra fanno il resto. Il protagonista è Stefano Accorsi, con sfumature anche sottili, il suo corruttore è il canuto Marco Messeri, forse ripreso dal vero (con il calcio non si sa mai)." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 29 agosto 2013)

"Strano film, 'L'arbitro' di Paolo Zucca, presentato a Venezia in apertura della Mostra del cinema, a inaugurazione delle Giornate degli autori. Film in bianco e nero - scelta di per sé rara - con uno Stefano Accorsi atletico, spesso nudo, sballottato dagli eventi, arbitro devoto al regolamento e alla fede. Ma non per sempre. Strano film. (...) virtuosistico, sì. Ma pericoloso. Per chi ama il cinema, provate a immaginare un film di Sergio Leone - con gli sguardi lunghi, le barbe ispide, i paesaggi sterminati - mescolato a 'Cinico tv'. Con qualche goccia di Lino Banfi. (...) Il film è più un balletto che un racconto. Coreografie di arbitri in allenamento sincronizzato, stile esercitazioni del Ventennio, con su una musichetta d'epoca come 'Vivere'. Stefano Accorsi che balla da solo nella stanza d'hotel sognando di arbitrare la finale, come Gene Kelly sotto la pioggia. Geppi Cucciari - sì, c'è anche lei - che balla il tango pensando al suo prossimo fidanzato, il fuoriclasse, che prende a schiaffoni ogni volta che può. C'è molta ironia, ma anche molta distanza emotiva in questo film, fatto di immagini curate, di gag secche, surreali. Toni da farsa, e immagini d'autore. Mescolati insieme, come in un tableau vivant dell''Ultima cena' di Leonardo con l'allenatore e i giocatori del Pabarile al posto degli Apostoli e di Cristo. O l'arbitro Accorsi che punta il dito verso terra come nell'iconografia di San Giorgio e il Drago. Insomma, avete capito. Alto e basso shakerati insieme. Volti veri, scavati nelle rughe e nei denti storti di contadini sardi, e vicende surreali. Bravi i due toscani del cast, il losco designatore arbitrale Marco Messeri e il fazendero locale Alessio Di Clemente." (Luca Vinci, 'Libero', 29 agosto 2013)
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