L'amico di famiglia

FRANCIA, ITALIA - 2006
Geremia, un sessantenne che vive in una cittadina dell'Agro Pontino, si mantiene facendo l'usuraio. Il suo aspetto, di cui è ben consapevole, è molto sgradevole, e così il suo carattere. Lui comunque si sente buono e socialmente utile, e usa il prestito di denaro per insinuarsi nelle famiglie e nella vita degli usurati come un particolare 'amico di famiglia'...

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 PER: MIGLIOR SOGGETTO, MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (GIACOMO RIZZO), ATTRICE PROTAGONISTA (LAURA CHIATTI), FOTOGRAFIA E MUSICA.

CRITICA

"Signore cellulitiche che prendono soldi a strozzo per andare dall'estetista, anziane intossicate dal bingo, un figlio naturale che vuole comprare i titoli nobiliari del padre. E poi giovani rumene sposate a vecchi paralitici, concorsi di bellezza strapaesani (Miss Agro Pontino), grotteschi locali di musica country. Tutte cose che parlano di un paese senza più identità e dignità. E spiegano perché il nostro cinema di questi anni sia così pieno di mostri. Che non sono più quelli grotteschi e in fondo benevoli di una volta (vedi 'I mostri' di Dino Risi, appunto), né quelli sempre più 'brutti, sporchi e cattivi' generati dalla commedia all'italiana in fase terminale, ma figuri laidi, ripugnanti, spesso deformi o attratti dal deforme. Come il quasi-nano de 'L'imbalsamatore' di Matteo Garrone; l'orefice ossessionato dalla magrezza femminile di 'Primo amore' (ancora Garrone); l'usuraio di Sergio Rubini nella 'Terra'; o lo sbirro corrotto di Michele Placido in 'Arrivederci, amore ciao' di Michele Soavi. Casi limite, ma anche sintomi macroscopici di un disagio senza speranza. Su questa linea inquietante, l'usuraio di Sorrentino e i suoi impossibili sogni di redenzione, da non raccontare, occupano un posto a parte. Ma bisogna dire che volgendo il tragico in chiave grottesca il regista de 'Le conseguenze dell'amore' e dell'Uomo in più' disperde in parte l'abituale compattezza drammaturgica. E abusando dei suoi doni più vistosi, inquadrature ad effetto, dialoghi taglienti, ambientazioni bizzarre, non sempre trova l'equilibrio, la coerenza, la profondità necessaria a questa parabola affascinante ma a tratti scoperta e sottolineata da musiche invadenti. A conferma di un grande talento, che qui però finisce per prendere in ostaggio i suoi stessi personaggi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 maggio 2006)

"Se 'L'amico di famiglia' fosse una telefonata, la comunicazione risulterebbe continuamente interrotta. Un fenomeno frequente con i giovani cineasti che, pur dotati come Paolo Sorrentino, non hanno ancora instaurato la linea diretta con il cuore del pubblico. Per cui in platea si resta incerti su fatti e significati, pur sapendo che quando l'autore rifiuta le regole d'uso tocca allo spettatore decrittare il suo codice personale. E può essere un'impresa difficile, tant'è vero che sono uscito dal film senza aver risolto il dilemma: sono io duro di comprendonio o è Sorrentino che non si è spiegato? (...) Chiesto di nominare i suoi santi protettori, Sorrentino cita Fellini e Scorsese; a me pare invece che potrebbe aspirare al posto lasciato libero da Marco Ferreri. Questa sua opera 3 (dopo 'Un uomo in più' e 'Le conseguenze dell' amore') è suggestiva per l'ambientazione dechirichiana nella fotografia di Luca Bigazzi e fa emergere qua e là spunti curiosi. Che cosa manca al film per convincere e commuovere? Con tutta la simpatia per l'acre antipatia di Rizzo, manca Charles Laughton: ovvero un grande uomo-orchestra all'altezza di colui che riuscì a umanizzare perfino il Gobbo di Notre Dame." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 25 maggio 2006)

"Dove Sorrentino si conferma tra gli autori più dotati della nuova generazione: sia che, nella magnifica fotografia di Luca Bigazzi, inquadri una Sabaudia metafisica come le piazze di De Chirico, sia che rappresenti la cena solitaria dell'usuraio con le luci di un dipinto dei Carracci. In complesso, la sua opera terza sembra marcare una fase di passaggio. Lo stile è il film, senza dubbio; ma per guardare a maestri come Buñuel (e Sorrentino lo fa), occorre sorvegliare meglio la compattezza drammaturgia e abbracciare con più decisione la dimensione surreale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 25 maggio 2006)

"Un impegno forte e coraggioso. Questo servirà a Paolo Sorrentino per far sedimentare il terzo film e, soprattutto, confrontarsi con il respiro e la coerenza del suo score creativo senza infingimenti. Il regista napoletano sa, infatti, che tocca solo a lui capire perché 'L'amico di famiglia' non può accontentarsi d'inseguire gli umori imprevedibili dell'arena internazionale degli esperti né di essere consegnato a cuor leggero all'asettico referto di un festival. A nostro parere, intanto, sono tre le considerazioni essenziali da fare a schermi spenti: l'autore conferma di essere dotato di un dna artistico e di una padronanza del racconto audiovisivo fuori da ogni meschino (italico) standard; il protagonista Giacomo Rizzo scolpisce un ritratto a tuttotondo cattivista dalle sublimi tonalità gogoliane; il film alterna momenti di straordinario pathos visionario e affondi grotteschi all'acido muriatico a numerosi orpelli estetizzanti, passaggi oscuri e irrisolti e troppi controcanti concettuali. L'aspetto migliore di 'L'amico di famiglia', cioé quello che ne promuove l'interesse sostanziale, sta nella sua indescrivibilità, nella sua audace estraneità, nel suo sofferto andirivieni dall'estremo e dall'onirico al minimalistico e al prosaico. Sugli sfondi alla De Chirico di una città-fantasma dell'Agro pontino va in scena, infatti, la discesa agli inferi di Geremia de' Geremei, vecchio, brutto e sporco usuraio che stringe il cappio del denaro al collo di personaggi resi dal bisogno ancora più laidi di lui: uno scenario che pesca a piene mani nella cronaca e nella sociologia dei nostri anni, ma poi si materializza come una foresta gremita di simboli tra il buñueliano e il felliniano. (...) Quello che ci sembra superfluo è il tentativo di aggiungere sempre qualcosa, dagli incroci temporali del montaggio alle angolature sghembe, dai dialoghi in controsenso all'azione, agli inizi e finali che sembrano moltiplicarsi in sequenza esponenziale. C'è qualcosa che impaccia il film, lo fa girare su stesso e lo fa troppo avvicinare a 'Le conseguenze dell'amore' o, addirittura, all'humour tenebroso e disperato de 'L'imbalsamatore' di Garrone. Ed è un peccato perché basterebbe il fulmineo primo piano di Geremia profuso d'amore, che lo rende all'improvviso bellissimo come un eroe hollywoodiano, a far capire allo spettatore quanto il talento di Paolo Sorrentino gli sia necessario." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 settembre 2006)

"Dopo l'esordio sottotraccia de 'L'uomo in più', un gioiello di intelligenza e understatement , il giovane autore napoletano sembra infatti voler alzare la voce. Ma se 'Le conseguenze dell'amore' coltivava sapienti zone d'ombra, qui la complessità dei personaggi (dei sentimenti) cede il campo a un virtuosismo un po' vano che sa quasi di invettiva mascherata. Come se non volendo urlare il suo ribrezzo per l'Italia odierna, Sorrentino lo rivestisse di commedia nera tendente al grottesco, rifinendo il tutto con invadenti effetti di stile. Di qua dunque certe trovate visive o musicali. Di là una vicenda tortuosa quanto declamata, esteriore. In mezzo, frastornato, lo spettatore. Che cerca invano un briciolo di umanità a cui aggrapparsi per entrare in questo film sospeso fra nuove aberrazioni (il cosa) e vecchi trucchi di bottega (il come). Peccato." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 novembre 2006)

"Il terzo film di Sorrentino, talento originale rivelato da 'L'uomo in più' e confermato alla grande da 'Le conseguenze dell'amore', è un esercizio di equilibrismo etico-narrativo oltre che di cinema, fedele a un rigore quasi svizzero: sono 'Le conseguenze dell'odio'? Sullo scenario agropontino alla De Chirico, quell'astrattezza figurativa che confina con l'iper degrado post consumistico di oggi (vedi 'Storia di Piera' di Ferreri), l'autore illustra un mostro morale e materiale. (...) Nessun innocente, famiglie sotto macerie sociali-sentimentali inquadrate dalla luminosità innaturale di Luca Bigazzi, un paradiso perdutissimo. Al 36enne Sorrentino non sta a cuore la denuncia realista, ma quella del subconscio quasi collettivo, scavare dentro il rapporto tra il bruto e la bella e tentare di ribaltare nevrosi e passioni. Sospeso tra la favola dark e la caratterizzazione animalesca, 'L'amico di famiglia' perde talvolta quel suo filo metafisico, ma è seducente quando è claustrofobico e pulsa dentro un vero disgusto per la diffusa volgarità dei tempi dominati da veline, truffatori e furbetti. Certo aiutato da un'alta prova mattatoriale, con tutti i tic e i folklorismi del caso, del gran caratterista di B movies Giacomo Rizzo. Migliorato dai tagli del finale che a Cannes era lungo e macchinoso, il film è il ritratto di un mondo-fogna comune di connivenze in cui ormai anche i desideri, i sentimenti, le aspirazioni sono tutti putridi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 novembre 2006)
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