L'ALBERO DI ANTONIA

ANTONIA'S LINE

OLANDA - 1995
L'ALBERO DI ANTONIA
Antonia, un'energica popolana olandese, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, rimasta vedova, fa ritorno con la figlia Danielle al villaggio cattolico natio e si stabilisce nella vecchia casa, lasciatale dalla madre, alla cui morte aveva appena potuto assistere. Antonia, con l'aiuto della figlia e del fattore Willem lo scemo, inizia risoluta a coltivare il terreno ereditato, osservando - scettica e beffarda - la vita della rustica comunità: messe; prediche; funerali; la defezione dell'aiutante del parroco; gli abusi sessuali del parroco stesso con la complicità del confessionale; lo stupro subito da Deedee, una donna ritardata; convivenze a piacimento; prostituzione; violenze sanguinose; ululati alla luna di "Madonna Pazza", disperata per il rifiuto del prete protestante di cui è innamorata; la vita anomala dell'insaziabile Letta, presa dalla frenesia di far figli a volontà; la profferta di matrimonio di Boer Bas, un contadino vedovo padre di otto figli, col quale instaura una disinvolta convivenza; l'amicizia con Dito Storto, un intellettuale pessimista e misantropo, che muore suicida, impiccato a una trave del suo alloggio-tana, dopo aver istruito e "formato" l'intera generazione del fruttifero "albero di Antonia" da Danielle che ha generato Thérèse (la bambina prodigio che estrae istantaneamente la radice quadrata da cifre astronomiche) a Thérèse che ha generato Sarah, ritratto vivente della bisnonna, alla cui morte assiste imperturbabile, conscia che l'unico modo di affrontare la vita è viverla appieno fino in fondo.
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Produzione: HANS DE WEERS
  • Distribuzione: LUCKY RED - 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT
  • Vietato 14

NOTE

- OSCAR 1995 PER IL MIGLIOR FILM STRANIERO

CRITICA

"L'albero di Antonia, pizzicando tra commedia, farsa e tragedia, mettendo tra parentesi gli avvenimenti storici che sono noti, è divertente, piacevole, ben fatto e recitato da un cast autonomo di donne affiatate, che si vogliono bene e lo vogliono far sapere. Hanno facce non patite, antiche e scolpite, piene di chiaroscuri psicologici, con espressione fiamminga. La Gorris ci insegna, senza scomodare Bergson, che anche il tempo è un'invenzione e va a diverse velocità come accade nel cinema sensibile e civile simile al suo o a quello di Terence Davies. Gente che racconta in modo tradizionale, mette in primo piano la vita con le sue mille meraviglie, anche se anonima, rispetto alla cinepresa, anche se d'autore." (Corriere della Sera, Maurizio Porro, 15/4/96)
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